2016-04-29

Ragusa in Sicily

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Province of Ragusa

Il libero consorzio comunale di Ragusa è un libero consorzio comunale di 318.249 abitanti della Sicilia. È subentrato alla soppressa provincia regionale di Ragusa.
Ha una superficie di 1.614 km² e una densità abitativa di circa 193 abitanti per km². Vi sono compresi dodici comuni: oltre al capoluogo Ragusa, Acate, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Giarratana, Ispica, Modica, Monterosso Almo, Pozzallo, Santa Croce Camerina, Scicli e Vittoria.
Assieme a quella di Siracusa è la provincia più meridionale della Sicilia e confina con i liberi consorzi di Siracusa e Caltanissetta, con la città metropolitana di Catania, mentre la sua parte meridionale si affaccia sul mar Mediterraneo.
L'istituzione della provincia risale al 1927, durante il ventennio fascista.
La provincia di Ragusa ospita tre siti, precisamente le città di Ragusa, Modica e Scicli, dal 2002 insigniti del titolo di Patrimonio dell'umanità da parte dell'UNESCO, insieme con la Val di Noto.
Free Ragusa Municipal Consortium is a free municipal consortium of 318 249 inhabitants of Sicily . It replaced the abolished regional province of Ragusa .

It has an area of 1,614 km² and a population density of about 193 inhabitants per km² . That includes twelve municipalities : in addition to the capital Ragusa , Acate , Chiaramonte Gulfi , Comiso , Giarratana , Ispica , Modica , Monterosso Almo , Pozzallo , Santa Croce Camerina Scicli and Vittoria .

Together with that of Syracuse is the southernmost province of Sicily and borders the free associations of Syracuse and Caltanissetta , with the city of Catania Metro , while its south part faces the Mediterranean Sea .

The establishment of the province dates back to 1927 , during the Fascist period .

The province of Ragusa has three sites , namely the towns of Ragusa , Modica and Scicli , in 2002 awarded the title of World Heritage by UNESCO , along with Val di Noto .

Geografia fisica


La provincia di Ragusa

Monti e pianure

Circa due terzi del territorio provinciale sono formati da colline, con la parte centrale costituita dall'altopiano ibleo, ad un'altitudine media compresa tra i 400 e i 600 metri s.l.m.. I picchi più elevati della provincia si trovano ai confini settentrionali della provincia. I monti maggiori sono il Monte Lauro (1010 m), il Monte Casale (910 m) e il Monte Arcibessi (906 m)[5][6].
Le uniche pianure presenti si trovano sulla parte occidentale della provincia, dove si sviluppa la piana di Vittoria, ed all'estremità orientale, nel territorio comunale di Pozzallo e parzialmente in quello di Ispica.
La geomorfologia dell'altopiano ibleo è molto variegata. Il territorio spesso degrada verso il mare con un progressivo terrazzamento e con incisioni profonde delle colline, dette "cave", disposte generalmente in direzione sud. Tali cave, che sono il risultato dell'erosione dei fiumi nel lungo corso delle ere geologiche, presentano frequentemente delle improvvise variazioni di livello, rispetto al fondo (anche di 200 m), come si riscontra nel caso del fiume Irminio. Andando verso la costa, si alternano falesie calcarenitico-sabbiose e piccole pianure alluvionali marnose o argillose, che spesso formano paludi costiere (quasi tutte prosciugate), delimitate da dune sabbiose. In altre località (Marina di Ragusa, Cava d'Aliga e Pozzallo) si protendono invece sul mare, con scogliere di modesta elevazione[7][8].
La parte centrale, nota come "Tavolato ibleo", è costituita da formazioni vulcanitiche come il Monte Lauro, che ne è la massima elevazione, segmentate da un complesso sistema di faglie[9].
È in questo sistema che si inquadrano le strutture geologiche che, nell'area attorno a Ragusa, determinano affioramenti di petrolio, con concentrazioni asfalto-bituminose. In passato la pietra scura presente in tali aree, meglio conosciuta come "pietra-pece", veniva utilizzata come caratteristico materiale da costruzione e decorazione. Fino alla seconda guerra mondiale tale pietra veniva estratta in grandi quantità e trasportata con i treni merci della ferrovia a scartamento ridotto dell'Anapo al Porto di Siracusa; trasportata via mare agli impianti di trattamento, era oggetto di lavorazione per estrarne gli idrocarburi in essa contenuti[10].

Fiumi e laghi


Lago di santa Rosalia.

La foce dell'Irminio.
Non vi sono fiumi di grande portata, ma solo "cave" a carattere torrentizio. A essere definiti "fiumi" sono soltanto l'Irminio, il Dirillo, il Tellaro e l'Ippari. Un altro corso d'acqua degno di nota è il Tellesimo[11].
Fiume lunghezza Provincia
Irminio 55 km RG
Dirillo 54 km RG - CL - CT
Tellaro 45 km RG -SR
Fiume lunghezza Provincia
Ippari 28 km RG
Fiumara di Modica 22 km RG
Tellesimo 14 km RG - SR
Gli unici laghi della provincia sono due bacini artificiali costruiti a cavallo degli anni settanta ed i primi anni ottanta. Il lago Santa Rosalia[12], che si trova nel comune di Ragusa, ed una piccola porzione del lago Dirillo, che ricade sul territorio di Monterosso Almo.
Anticamente, lungo la costa ragusana, esistevano numerose paludi e pantani che vennero prosciugate a seguito dell'intervento dell'uomo con varie bonifiche occorse tra gli anni trenta e sessanta.
Sul territorio di Ispica sono ancora presenti diversi pantani, che sono le uniche superfici lacustri naturali rimaste in provincia. I pantani salati più importanti sono il pantano Longarini, il pantano Bruno ed il Gorgo Salato, mentre il pantano Gariffi ed il pantano Arezzi sono di acqua dolce[11]. Tra il promontorio di Kamarina e Scoglitti si estendeva la Palude di Kamarina, formatasi al riparo dalle dune di sabbia alla foce dell'Ippari e prosciugata dai coloni greci della città nel III secolo a.C.

Coste e isole

La linea costiera della provincia si affaccia sul Mar Mediterraneo, a sud, tra la foce del fiume Dirillo e il Pantano Longarini. La spiaggia, detta "I Macconi", tra la foce del Dirillo e la foce dell'Ippari, è sabbiosa e lunga[11]. Più oltre, in direzione di Punta Secca, la costa diventa rocciosa, alternando piccole spiagge e scogliere. Tra Marina di Ragusa e Cava d'Aliga il litorale è prevalentemente sabbioso e riprende ad essere roccioso fino a Punta Religione, intervallando falesie e piccole spiagge come quella di Sampieri, costituita da finissima sabbia dorata. Tra Pozzallo e Punta Ciriga tornano nuovamente a prevalere le spiagge sabbiose. In corrispondenza di Punta Ciriga si trovano, l'isola di Iannuzzo e l'isola dei Porri[11].
Isola lunghezza max località
Scoglio di fuori 18 m Scoglitti
Scoglio della secca 180 m Punta Secca
Isola dei Porri 140 m Santa Maria del Focallo
Isola di Iannuzzo 20 m Marza

Clima

La varietà orografica comporta la presenza di differenti tipologie climatiche.
Nelle aree più meridionali e costiere la piovosità è in genere scarsa: una media dei rilevamenti del trentennio 1961-1990, registrati dalle due stazioni di rilevamento di Gela[13], e di Cozzo Spadaro[14][15] evidenzia, per il trimestre giugno-agosto, precipitazioni di appena 2–3 mm di pioggia. In inverno la piovosità sale a 45–60 mm (ottobre-febbraio), con una punta di 71 mm nel mese di ottobre, soltanto nella seconda località. L'umidità relativa media è invece significativa e risulta maggiore nelle aree pianeggianti del vittoriese, dove per tutto l'anno si mantiene a una media del 72-79%. Sostanzialmente simile, salvo una flessione al 66-69% nel trimestre giugno-agosto, quella dell'area tra Ispica, Pozzallo e Marina di Ragusa.
Diversa invece è la quantità di pioggia che cade sulle zone elevate dell'altopiano, dove in autunno, inverno e primavera i livelli di piovosità sono più elevati. Nella zona di Acate la quantità di pioggia annua varia tra i 205 mm dell'anno meno piovoso e i 588 mm dei picchi, mentre nell'area di Chiaramonte Gulfi l'oscillazione è compresa tra 377 e 1481 mm complessivi[16].
I venti si mantengono in genere moderati, al disotto degli 8,5 nodi con prevalenza da ovest-sud-ovest. I mesi meno ventosi sono giugno per l'area occidentale e settembre per quella orientale[14].
Anche la temperatura media annua è correlata, in linea di massima, con la quota altimetrica: si va dai 13°-14° dell'area montana (tra Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo e Giarratana) ai 14°-15° del capoluogo provinciale, per finire con i 18°-19° delle aree in prossimità della costa. Per quanto riguarda la media delle temperature massime del mese più caldo, il valore è simile in tutta la provincia: 30°. Unica eccezione la zona di Vittoria, che riporta un valore leggermente inferiore. Le temperature medie del mese più freddo sono invece differenti: 2°-4° nell'area montana, 4°-6° nel ragusano e 6°-8° nel rimanente territorio. L'escursione termica è notevolissima nell'area montana: la sua media annua raggiunge i 17°[17].
Nelle aree più a sud e in quelle costiere non sono presenti stazioni meteorologiche, ma un'indicazione di massima può venire dai dati rilevati dalle stazioni presenti nelle limitrofe province di Siracusa e Caltanissetta (Gela e Cozzo Spadaro): i valori e i dati statistici possono essere assimilati a quelli dei territori confinanti, dato che le stazioni rilevatrici sono ubicate a pochi chilometri dai confini con la Provincia di Ragusa.
COZZO SPADARO (51 metri s.l.m.)[14][15] Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Anno
Temperatura massima media (°C) 15 15 17 19 22 26 30 30 28 24 20 17 21,9
Temperatura minima media (°C) 9 9 10 12 15 19 21 22 21 17 14 11 15
Piogge (mm) 61 43 33 18 13 27 2 5 25 78 51 71 427
GELA (33 m s.l.m.)[13][14] Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Anno
Temperatura massima media (°C) 15 15 16 18 21 24 28 27 26 23 19 18 20,8
Temperatura minima media (°C) 9 9 9 11 15 18 20 21 20 16 13 10 14,3
Piogge (mm) 46 36 29 24 17 3 3 11 20 56 54 55 354

Riserve naturali

Nel territorio provinciale sono state istituite alcune riserve naturali e aree di interesse naturalistico[18]; altre sono ancora in fase propositiva:
La Riserva naturale Pino d'Aleppo, presso Vittoria, è stata istituita[20] con lo scopo «di salvaguardare le formazioni residue autoctone di Pinus halepensis e di ricostituire la pineta nelle aree a gariga degradata per azione dell'uomo». La Riserva naturale macchia foresta del fiume Irminio si trova sulla costa, tra Marina di Ragusa e Donnalucata[21][22], mentre la Riserva naturale integrale Cava Randello è sita nel tratto di costa prospiciente la zona archeologica di Kamarina.
Aree boschive demaniali della provincia:[senza fonte]
  • Complesso boscato Canalazzo in comune di Monterosso Almo.
  • Complesso boscato Mangiagesso tra i comuni di Modica e Scicli.
  • Area attrezzata Mangiameli a Monte Arcibessi in comune di Chiaramonte Gulfi.
  • Complesso boscato Sampieri nel Comune di Scicli.
  • Complesso boscato Santa Maria del Focallo in comune di Ispica.
  • Complesso boscato "Pineta Monte Renna" nel comune di Giarratana
È in corso di attuazione l'iter di realizzazione del Parco Nazionale degli Iblei, previsto dall'art. 26, comma 4 septies, della Legge 222 del 29 novembre 2007[23][24]. Si tratta del primo parco nazionale della Sicilia e anche della più grande area naturale protetta dell'isola, che abbraccia i territori di Siracusa (60%), Ragusa (30%), Catania (10%). L'8 febbraio 2011 il consiglio provinciale ha approvato una proposta di perimetrazione del parco[25]. Tale proposta, che esclude le principali aree di interesse del biotopo ibleo e addirittura alcune aree SIC, è stata ritenuta insoddisfacente da larga parte dell'opinione pubblica e dalle associazioni naturalistiche della Provincia di Ragusa, che hanno manifestato a tutti i livelli il proprio dissenso. La Regione ha quindi chiesto a queste ultime (riunitesi nel Coordinamento delle Associazioni Naturalistiche e Ambientaliste) di presentare una propria proposta di perimetrazione, spiegandone le ragioni[26].

Storia

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Modica, Storia di Ragusa, Contea di Modica e Contea di Ragusa.

Panorama di Ragusa Ibla
I confini ufficiali e l'autonomia amministrativa della provincia di Ragusa sono stati definiti nel 1927, durante il fascismo dal conte Enrico Ucchino.
Il territorio provinciale corrisponde grosso modo all'antica Contea di Modica, nata il 25 marzo 1296, quando Federico III di Aragona conferì la concessione a Manfredi Chiaramonte, investendolo del titolo di conte di Modica e signore di Ragusa, Caccamo, Scicli, Gulfi, Pozzallo e Spaccaforno.
In seguito il feudo dei Chiaramonte divenne un'entità amministrativa del tutto autonoma rispetto al Regno di Sicilia: aveva tribunali con tre gradi di giudizio (compreso quello delle II Appellazioni, che non esisteva neppure a Palermo), un governatore, amministratori per le singole "università" (cioè gli attuali comuni) e forze di polizia municipale e comitale. Rispetto al territorio della provincia moderna quello del feudo includeva i comuni di Acate (detta Biscari fino al 1930), Comiso, Ispica e Santa Croce Camerina nel periodo dal 1392 al 1457, essendo Conti Bernat Cabrera e suo figlio Giovanni Bernardo. Quest'ultimo, a causa di un debito di 60.000 fiorini, fu costretto ad alienare alcuni feudi per far cassa. Fu così che, fra il 1453 e il 1457, Comiso fu ceduta ai Naselli, Giarratana ai Settimo, Ispica ai Caruso-Statella, Santa Croce al modicano Pietro Celestre, Acate ai Paternò-Castello. Per lungo tempo, invece, il feudo comprese anche Caccamo, Calatafimi e Alcamo, città della Sicilia occidentale, queste ultime due fino all'annessione al regio demanio, avvenuta nel 1802, delle terre della Contea di Modica.
Con l'istituzione delle province borboniche nel 1817, il territorio fece parte della Provincia di Noto che con il Regno d'Italia, nel 1865, divenne provincia di Siracusa.
Nel 1927, in seguito all'attività politica di Filippo Pennavaria, (esponente locale di rilievo del fascismo), Ragusa venne eretta a capoluogo della provincia istituita[27] a scapito delle aspirazioni di Modica, che per seicento anni era stata la quarta città della Sicilia, per importanza e popolazione, dopo Palermo, Catania e Messina[senza fonte]. All'atto dell'istituzione della provincia Ragusa aveva una popolazione di poco inferiore a quella di Modica ed era divenuta un importante centro industriale ed economico.
Durante la Seconda guerra mondiale la vita della provincia venne scossa dai bombardamenti alleati, a partire dal 1942 e per tutto il 1943, anche a causa della presenza di vari aeroporti militari (Comiso, Vizzini e Gela), dalle cui piste partivano i cacciabombardieri dell'Asse. Nel luglio 1943 la provincia fu uno dei teatri dello Sbarco in Sicilia degli Alleati.
Con lo Statuto speciale siciliano del 1946 furono soppresse le provincie siciliane. Furono ricostituite nel 1963, recependo la normativa nazionale e furono trasformate in "provincie regionali" nel 1986[28].
Il 28 marzo 2014 è stata prevista la soppressione delle 9 provincie regionali, sostituite temporaneamente da nove "Liberi Consorzi comunali" e 3 aree metropolitane in seguito all'entrata in vigore della legge approvata dall'Assemblea Regionale Siciliana il 12 marzo 2014[29]. Una ulteriore legge regionale disciplinerà compiti e funzioni di questi nuovi enti, mentre ogni provincia è, nel frattempo, retta da un commissario straordinario nominato dalla giunta regionale.[30].

Simboli


Stemma concesso nel 1930
Il primo stemma della Provincia venne concesso con regio decreto del 17 aprile 1930 e lettere patenti del 15 febbraio 1932:
« d'azzurro, alla banda scaccata di due file d'argento, e di rosso, il tutto caricato di un'aquila dal volo abbassato, rivolta con la testa a destra, tenente fra gli artigli un fascio littorio d'oro e sormontata da una stella, il tutto d'oro »
insieme ad esso venne concesso un gonfalone consistente in un "drappo di azzurro".[31]
Successivamente alla caduta del Fascismo dallo stemma venne eliminato il fascio littorio. Lo stemma e il gonfalone vengono così descritti nell'articolo 4 dello Statuto provinciale:[32]
« scudo araldico inquadrato con fondo azzurro, banda scaccata di due file d'argento e di rosso caricata da un'aquila dal volo abbassato rivolta con la testa a destra, tenente fra gli artigli una corona di alloro e quercia nastrata in rosso.La testa dell'aquila è sormontata da una stella d'argento, a cinque punte.Lo scudo è fregiato dalla corona di Provincia
Il Gonfalone che misura cm. 87×195 è di tessuto raso in seta di colore azzurro bordato in oro; termina in tre bande, la centrale più lunga, rifinite con frangia dorata; al centro reca lo stemma, come descritto circondato da decoro a tralci di acanto ricamate in oro. Il Gonfalone come sopra descritto è sorretto da bastone lanciato e completo di due fiocchi che scendono lungo i lati. »

Fonetica

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetto siciliano metafonetico sudorientale.
Come per altre aree italiane, quella che nel parlato di tutta la Sicilia, in generale, permane indelebile è la traccia romana o meglio del latino popolare o volgare. La quasi totalità delle popolazioni che facevano parte dell'ex contea di Modica hanno in comune l'evoluzione[33] dei nessi cl e pl, che nel territorio ragusano sono resi in /t∫/, quando nel resto della Sicilia l'esito è espressi in /K/[34]. Mentre difatti di clavis (chiave), plangere(piangere) e plenus (pieno) gli altri isolani ne fanno "chiavi", "chianciri" e "chinu", il ragusano ne fa "ciavi", "cianciri" e "cinu".

Eventi culturali

  • Festival organistico internazionale. Si svolge a Ragusa tra novembre e dicembre e consiste in una rassegna di 6 serate con concerti organistici di musica barocca eseguiti, nelle chiese cittadine dotate di organi, da organisti italiani e stranieri.
  • Festival ibleo del jazz si svolge in ottobre, per la durata di una settimana, a Ragusa Ibla ed è dedicato al jazz sperimentale con la presenza di jazzisti da tutto il mondo.
  • Eurochocolate Modica è una manifestazione promossa per valorizzare la ultra centenaria tradizione cioccolatiera di questa città ragusana e che nella sua ancor breve tradizione, è giunta alla sua quarta edizione, ha saputo riscuotere già grande successo tanto che nella edizione del 2007 ha richiamato, nel corso di nove giorni, quasi 200.000 visitatori[60].
  • I Sapori della Cultura a Modica il 7, 8 e 9 dicembre. Evento organizzato dalla Cooperativa Etnos, in collaborazione con l'Assessorato Regionale ai Beni e alle attività Culturali, il Comune di Modica, la Provincia di Ragusa, il Distretto Culturale del sud-est e l'UNESCO. Il programma prevede visite guidate ai musei di Modica, all'interno della Chiesa Bizantina di San Nicolò inferiore, del XII secolo, alla Casa Museo di Salvatore Quasimodo, alle Grotte Vestite, tradizionali abitazioni in grotta situate nella parte ovest dello sperone roccioso su cui sorge il castello. Appuntamenti gastronomici e cioccolato esclusivo.

Eventi religiosi

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Settimana Santa ad Ispica.
Tra gli eventi religiosi della provincia vi è il complesso di manifestazioni che si svolgono a Ispica durante la settimana santa. Caratteristica è la processione del giovedì santo, detta del "Cristo alla colonna". Nata nel Medioevo, originariamente era formata da un gruppo di "flagellanti" che, a torso nudo e con una corona di spine, si percuotevano le spalle con cordicelle con vetro, ferro e chiodi: quest'ultima cruenta cerimonia è lentamente caduta in disuso mentre è ancora oggetto di grande culto la processione del simulacro.

Modica
Cattedrale di San Giorgio
  • A Ragusa si svolgono due feste principali.
    • La festa di San Giovanni Battista, patrono della città e della Diocesi di Ragusa, è l'evento religioso più importante. Si svolge in tre giornate alla fine del mese di agosto con una processione che, partendo dalla cattedrale di San Giovanni, si snoda fino alla chiesa dell'Ecce Homo. Il giorno seguente la processione si svolge in senso opposto fra due ali di folla devota. Il terzo giorno la statua del santo patrono ed i cerrei votivi effettuano un giro che prevede il rientro a tarda notte nella stessa cattedrale.
    • La festa di San Giorgio è celebrata l'ultima domenica di maggio. La chiesa omonima viene infiorata e addobbata con stendardi policromi con la statua del santo al centro della chiesa. Vengono aperte le porte scolpite, occultate da paratie per il resto dell'anno, e la statua viene sollevata dai portatori, che le fanno compiere evoluzioni a suon di musica facendola roteare e lanciandola in aria per poi riprenderla. San Giorgio, come da iconografia, è vestito da soldato romano e uccide il drago con la lancia. Insieme al simulacro, anche il reliquiario del santo viene portato in processione.
  • A Comiso si svolgono tre feste principali:
    • La festa di Pasqua, denominata A' Paci: dalla Chiesa di Maria SS. Annunziata in mattinata vengono portati fuori i simulacri di Gesù Risorto e della Madonna Annunziata e per l'intera giornata percorrono le principali vie cittadine, ripetendo in ogni parrocchia della città il cosiddetto rito della Paci durante il quale i due simulacri, posti l'uno di fronte all'altro, vengono avvicinati e allontanati correndo per tre volte tra due ali di folla. La festa affonda le sue radici nel periodo della dominazione spagnola.
    • La terza domenica di maggio si svolge la festa di Maria SS. Addolorata, patrona della Chiesa Madre, Santa Maria delle Stelle. Caratteristica principale è la Svelata del settecentesco simulacro di Maria SS. Addolorata, che viene fatta il sabato vigilia della festa; per l'occasione l'altare maggiore viene adornato da fiori, tende, stucchi, elementi architettonici appositamente creati, candelabri, ceri e quant'altro occorrente al fascino della festa. Altro momento caratteristico della domenica è a Sciuta (l'uscita): il fercolo dorato della Madonna non appena esce dalla Chiesa Madre viene trasportato nella vicina piazza Fonte Diana ove migliaia di fedeli attendono il canto dell'Inno all'Addolorata cui segue lo sparo di mortai a volantini ed una nutrita moschetteria. Segue poi la lunga processione per le strade cittadine fino alla mezzanotte e, al termine, un imponente spettacolo pirotecnico.
    • La seconda domenica di luglio si festeggia il patrono San Biagio, a cui i comisani attribuiscono la salvezza del paese dalla peste e dal terremoto del 1693; la festa è un susseguirsi di Messe officiate da tutti i parroci delle parrocchie mentre la chiesa di San Biagio per tutta la giornata è affollata di fedeli. La processione pomeridiana con il simulacro del Santo è caratterizzata da fedeli che fanno "u viaggiu" (la processione) per espletare il loro voto chi percorrendola a piedi scalzi chi portando a spalla il simulacro o portando le torce votive decorate (i 'ntocci) con i ceri accesi.
  • A Chiaramonte Gulfi la festa di San Giovanni Battista, compatrono e protettore della città, è una delle due più importanti; si svolge il 23 e 24 giugno preceduta da dodici giorni di preparazione con manifestazioni di fede, folclore e cultura; il 23 con la sacra rappresentazione della vita del santo e il 24, al tramonto, con uscita del Santo seguita dalla processione per le vie della città. L'altra ricorrenza è quella della Beata Maria Vergine di Gulfi, patrona principale della città, che si svolge la domenica in Albis e il terzo martedì dopo Pasqua.
  • A Giarratana tra la fine di luglio ed i primi giorni di agosto si svolge la Festa della Madonna della Neve con caratteristiche processioni che si tramandano da centinaia di anni. L'evento più importante è la festa del Patrono ab antiquo, san Bartolomeo Apostolo venerato quasi da 1000 anni con il titolo patronale; importantissima è la fiera che si svolge 3 giorni prima della festa.
  • A Modica si celebrano due feste principali.
    • La processione della Madonna Vasa-Vasa[61] si svolge nella mattinata della domenica di Pasqua. Risale alla metà del Settecento e si svolge con l'incontro fra il simulacro di Maria che muove le braccia, impartisce benedizioni e si china a baciare il petto del Cristo morto. A mezzogiorno in punto, cade il mantello nero che la ricopre mostrandola nella sua veste azzurra mentre viene liberato un nugolo di colombe bianche dal basamento posto ai piedi del simulacro della Vergine.
    • Altra festa importante è quella di San Pietro, compatrono della città (il principale è San Giorgio), che si svolge il 29 giugno. Fino alla metà del secolo scorso partecipavano alla processione pomeridiana dodici statue di cartapesta, alte circa quattro metri, rappresentanti i dodici apostoli (detti i santuni), che seguivano il simulacro del Cristo. Le statue venivano mosse dalle gambe di alcuni fedeli, nascosti all'interno, che guardavano il percorso della processione tramite una finestrella ricavata nel busto di cartapesta della statua; tale tradizione è caduta in disuso e viene portata in processione soltanto l'artistica statua in legno di quercia detta di San Pietro e il Paralitico conservata all'interno della Chiesa.
  • A Scicli nel corso dell'anno si svolgono tre eventi religiosi importanti:
    • Il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, ha luogo la "Cavalcata di San Giuseppe". È una processione, quasi una riedizione in costume, della vita della Sacra Famiglia, che si snoda per le vie della città fra falò e fuochi d'artificio fra due ali di folla festante.
    • Il giorno di Pasqua si svolge la processione dell'"Uomo vivo". Una statua del Cristo risorto viene portata in processione; le vengono fatte fare alcune evoluzioni che mandano in visibilio la numerosa folla assiepata lungo il percorso.
    • L'ultimo sabato del mese di maggio si svolge la festa della "Madonna delle Milizie", rievocazione delle lotte tra Normanni e Arabi che si contesero la Sicilia. Il momento più religioso culmina con la processione, per le vie della città, del simulacro della Madonna su un cavallo bianco posto sopra un carro infiorato[62].
  • A Vittoria è molto sentita la celebrazione del Venerdì Santo la cui tradizione esiste praticamente dalla fondazione della città. Dal 1657 la Congregazione del SS.mo Crocifisso ebbe il compito di fare una processione solenne il Venerdì santo dalla Chiesa madre al Calvario e ritorno. La processione a partire dal 1669 fu arricchita da una recita incentrata sul dramma della passione in versi dialettali recitati da popolani. Nel 1834 la Congregazione fece costruire un'urna in legno per trasportare il Cristo morto e deposto dalla croce e dall 1858 la sacra rappresentazione è incentrata sul dramma scritto dal marchese Alfonso Ricca. I Parti rappresentano la tradizione più sentita e amata dai vittoriesi, unica nel panorama della provincia in cui si preferisce festeggiare la domenica di Pasqua.

Feste e sagre

Date le antiche tradizioni agricole del territorio sono molte le sagre che, nel corso dell'anno, si svolgono in varie località:
  • a marzo, a Santa Croce Camerina, la sagra del fiore;
  • a maggio la sagra del pomodoro a Ragusa;
  • a Giarratana la sagra della cipolla, il 14 agosto. Grosse cipolle, di colore bianco, di forma schiacciata o di altri formati vengono servite, sia crude che cotte, assieme al formaggio locale;
  • a Pozzallo, sempre in agosto, si svolge una sagra del pesce;
  • a settembre a Roccazzo e a Chiaramonte Gulfi si svolge la sagra dell'uva.
  • a settembre a Pedalino si svolge la Sagra della vendemmia.

Comiso

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Comiso
comune
Comiso – Stemma

Comiso – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Filippo Spataro (Partito Democratico) dal 24/06/2013
Territorio
Coordinate 36°57′N 14°36′ECoordinate: 36°57′N 14°36′E (Mappa)
Altitudine 209-270 m s.l.m.
Superficie 65,4 km²
Abitanti 29 880[1] (30-12-2013)
Densità 456,88 ab./km²
Frazioni Pedalino, Quaglio
Comuni confinanti Chiaramonte Gulfi, Ragusa, Vittoria
Altre informazioni
Cod. postale 97013
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088003
Cod. catastale C927
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti comisani
Patrono san Biagio
Giorno festivo 3 febbraio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Comiso
Comiso
Posizione del comune di Comiso nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Comiso nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Còmiso (u Còmisu in siciliano) è un comune italiano di 29 880 abitanti della provincia di Ragusa in Sicilia.
Per popolazione è il quarto municipio della sua provincia di appartenenza. Il territorio di Comiso si estende per circa 65 k alle prime colline dei Monti Iblei e comprende le frazioni di Pedalino e Quaglio.

Storia

Origini del nome

Si tende a identificare l'odierna Comiso con l'antica Casmene, subcolonia siracusana della quale si ha scarsa conoscenza. Le fonti che riferiscono della posizione di quest'insediamento, supportate dai vari ritrovamenti archeologici effettuati nella zona e soprattutto nelle vicinanze, fanno infatti pensare che l'originaria Casmene fosse situata sul “Cozzo di Apollo”, colle dei monti Iblei appena sopra Comiso. L'archeologo Paolo Orsi fa luce su l'origine di Casmene, che viene individuata dallo stesso, appunto, su Monte Casale a Buscemi, di fianco a Monte Lauro (dal latino laurus cioè "alloro", uno dei simboli del dio Apollo).
Si potrebbe anche pensare che il nome[2] dell'antica città fosse, più o meno, quello conosciuto oggi, proveniente da antica origine pre-ellenica o da una voce greca in relazione con Κομίζω = ricovero o con Κώμη = villaggio. Sembra che sotto l'impero romano il nome di questa colonia fosse Jhomisus, che sotto i bizantini diventa Comicio in onore della loro patria d'origine Comizo. Altre tesi sostengono che il nome Comiso sia d'origine araba e ne hanno offerto varia, e non sempre impeccabile, spiegazione: da Jomes o Yomiso = Testa d'acqua[3], oppure Kom = Collina, Monticello e ancora Koms o Hums = Quinta parte di terra confiscata.[4], come Homs in Libia; la parola spagnola Còmiso, di origine evidentemente araba, avrebbe il senso di confisca.
L'idea secondo la quale il nome di Casmene si sia conservato, attraverso elaborate modificazioni, in quello di Comiso trova spazio nello scritto poligrafo di un dotto gesuita di Comiso, P. Biagio La Leta: attraverso un fenomeno[5] di metatesi, da Casmene sarebbe venuto Camesne e, da questo, gradualmente, Camese, poi Comiso. Da rilevare il fatto che già nel Seicento la città viene chiamata nei documenti Ihomisus Casmenarum.
Sono presenti nei secoli le parole Comiciana, Comicini e Comicio, tutte forme storiche che introdussero quella definitiva di Comiso. Ma è precisamente in epoca normanna che si vedrà apparire per la prima volta il nome Comiso in documenti sicuri[6]. Oggi, in dialetto, si tende a chiamarlo “u Còmisu”, anteponendo l'articolo “u” che sta per “il”, e gli abitanti sono detti “ì Cumisàri”.

Dalle origini ai Cabrera

Le prime tracce di insediamenti umani nel territorio di Comiso appaiono nel periodo eneolitico, lungo l'arco collinare ibleo, dove si svilupparono i primi villaggi di popolazioni italo-sicule. Oggi rimangono una serie di ricoveri a grotta e a cella ricavate nei monti Monterace, Monteracello, Monte Tabbuto, Cozzo Apollo, Cava Porcaro. A valle, invece, si svilupparono degli insediamenti abitativi del tipo a capanna-rifugio. La presenza della terma vicino alla fonte Diana risalente al II secolo testimonia la presenza di un nucleo abitativo attorno alla fonte fin dall'epoca romana. Si pensa infatti che quel luogo sia stato popolato dagli abitanti scampati alla distruzione di Kasmenai, durante la spedizione punitiva del console romano Marcello nel 212 a.C. Con l'arrivo dei bizantini e l'insediamento del potere religioso dell'impero d'oriente a Siracusa (330 d. C.), cominciarono ad essere edificate numerose chiese. Nel periodo bizantino il casale di Comicio si concentrava attorno alle due chiese di S. Biagio e S. Nicola, in questo periodo fu munito di forti e torri di difesa. Intorno all'827 il casale fu duramente provato dall'invasione degli Arabi, la cui dominazione si rivelò successivamente benefica e proficua per l'intero territorio ibleo. È in questo periodo che nascono i muri a secco, che caratterizzano ancora oggi il paesaggio collinare. La Comiso medievale si arricchisce di nuove vie urbane e di chiese, tra cui la chiesa della Misericordia, tuttora conservata. Nel 1393 Comiso viene a fare parte della Contea di Modica, assegnata ai Cabrera, fino al 1453, anno in cui a causa di una crisi economica questi ultimi la vendono a Periconio II Naselli.

La signoria dei Naselli (dal 1453 al 1816)

Sotto i principi Naselli Comiso visse un periodo di rinascenza e splendore, culminato nel 1571, quando Gaspare II, elevò il "Baronato" di Comiso in "Contea". Durante il Rinascimento la città si arricchì delle chiese maggiori, di numerosi conventi e monasteri, di una Sede giuratoria, che ebbe sede presso il Castello dei Naselli, di un pubblico Ospedale, detto Monte di Pietà, accanto alla chiesetta della Misericordia, e di una cartiera. A partire dal 1608 numerose famiglie comisane emigrarono nella vicina Vittoria, che era stata appena fondata da Vittoria Colonna. Nella prima metà del Seicento operò a Comiso il Padre Pietro Palazzo, uomo di sante virtù, che si adoperò per la crescita culturale e religiosa della città. Grazie anche al suo operato sorsero diversi conventi e monasteri che si occuparono della formazione di intere generazioni. Nel 1693 il disastroso terremoto che interessò tutto il val di Noto, rase al suolo le maggiori chiese cittadine e fece 90 morti. Con la soppressione della feudalità in Sicilia, voluta da Ferdinando di Borbone nel 1816, Baldassarre VII Naselli perdette definitivamente il governo della città.

La Repubblica Indipendente di Comiso

Sul finire del 1944, scoppiava in molte città della Sicilia una rivolta contro la chiamata di leva alle armi del governo di Pietro Badoglio. La rivolta veniva alimentata da voci diffuse sulla probabilità che i coscritti di leva potessero essere inviati addirittura a combattere in Estremo Oriente per sostenere gli interessi anglo-americani. Sui muri delle città comparvero le scritte: “Non presentatevi”, “Presentarsi significa servire i Savoia”. Ebbero così inizio i cosiddetti moti dei “Non si parte”. Dopo essere stato assediato dai dimostranti, il prefetto di Palermo, Pampillonia, richiese l'intervento del Regio Esercito, che si rese responsabile della morte e del ferimento di molte persone. Comiso divenne il centro di questi scenari insurrezionali, tanto che il 6 gennaio 1945 fu proclamata la “Repubblica di Comiso” retta da un governo popolare, con tanto di comitato di salute pubblica, squadre per l'ordine interno e distribuzioni di viveri a prezzi di consorzio. Comiso visse così per una settimana la sua indipendenza, fino all'11 gennaio quando il Gen. Brisotto circondò la città minacciando bombardamenti aerei se Comiso non si fosse arresa. Anche per l'intermediazione del clero cittadino, gli insorti si arresero. Nonostante gli accordi presi, tutti i ribelli, circa 300, vennero arrestati e confinati a Ustica e Lipari, per essere amnistiati solo nel 1946 con la proclamazione della Repubblica italiana.[7] Benito Mussolini, presidente, de facto, della Repubblica Sociale Italiana, conferì la medaglia d´argento alla Repubblica Indipendente di Comiso.[8][9]

Dal dopoguerra ad oggi

Le principali vicende storiche dal dopoguerra ad oggi sono strettamente collegate alla storia dell'aeroporto di Comiso. Il 7 agosto 1981 il governo Spadolini prende la decisione di localizzare nell'ex aeroporto di Comiso una Base NATO con 112 missili "Cruise" a testata nucleare. La città di Comiso viene a trovarsi improvvisamente al centro di interessi e controversie di politica internazionale, che richiamano in città molti degli esponenti politici nazionali. Giacomo Cagnes, ex sindaco della città ed esponente di punta del PCI, si pone a guida dei movimenti locali anti-missili, mentre l'amministrazione comunale, capeggiata da Salvatore Catalano, si pone a favore della decisione del governo. Pio La Torre interviene più volte, allo scopo di dare maggiore impulso al movimento per la pace. Il 4 aprile 1982 a Comiso viene organizzata una grande manifestazione, che fa confluire in città più di centomila persone provenienti da ogni parte d'Italia, appartenenti a vari movimenti pacifisti. Nello stesso anno iniziano i lavori di costruzione della Base Nato. Il 5 maggio 1983 giungono i primi 225 militari americani. Nell'estate dell'83 cresce la tensione tra forze dell'ordine e pacifisti, che si erano accampati nei terreni attorno all'aeroporto; decine di manifestanti vengono feriti, altri arrestati. Sono anni di continue manifestazioni e scontri, fino al 1986, quando i campi all'aperto dei pacifisti cominciano a smobilitare. A livello internazionale, l'arrivo di Gorbačëv inaugura una nuova politica di distensione e di pace tra le due potenze mondiali, che culmina nel 1987, quando viene firmato l'accordo tra Reagan e Gorbačëv sulla riduzione degli euromissili, con il quale si dichiarava lo smantellamento di tutte la Basi europee entro i 10 anni successivi, tra cui anche quella di Comiso. Nel 1991 ultima batteria di "Cruise" lascia la città, si chiude così un capitolo importante della storia cittadina. I riflettori nazionali tornano ad essere puntati su Comiso nel 1999, anno in cui nei locali dell'ex Base Nato vengono accolti, nell'ambito della "Missione Arcobaleno" più di 5 000 profughi kosovari, sfuggiti allo scoppio di un conflitto armato e pulizia etnica nei loro confronti. In quest'occasione Comiso viene ribattezzata "Città della Pace".

Simboli

Comiso-Stemma.png
Nello stemma del Comune di Comiso è raffigurata la dea Diana seduta su di una brocca rovesciata e posta sulla fonte a lei dedicata e con sopra la scritta
"Post Casmenarum fata nitida resurgo" è il motto inserito sul gonfalone nel XV secolo, per sottolineare l'origine della città di Comiso dall'antica Casmene.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose


Chiesa di S. Maria delle Stelle

Duomo di Santa Maria delle Stelle - Chiesa Madre

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Duomo di Comiso e Chiesa Madre - Santa Maria delle Stelle.
La chiesa Madre di Comiso fu edificata nel XV secolo, su un tempio preesistente di impianto chiaramontano, dedicato a Santa Maria del Mulino, per la vicinanza all'antico mulino. Dopo il disastroso terremoto del 1693 fu distrutta e ricostruita nel 1699 grazie al generoso contributo del conte Baldassarre IV Naselli. Dell'originaria costruzione rimangono i pilastri ed il sesto acuto della navata centrale. La cupola, di stile neogotico, fu ultimata nel 1894, mentre il campanile fu completato solo nel 1936 ad opera dell'ing. Santoro Secolo. All'interno è possibile ammirare: un pregiato soffitto ligneo, opera del messinese Antonio Iberti, detto il Barbalonga; una statua marmorea della Madonna del Carmelo, attribuita alla scuola del Gagini; l'altare maggiore in marmi policromi e lapislazzuli; il monumento funerario di Baldassarre V Naselli.

Basilica Maria SS. Annunziata

Basilica Maria SS. Annunziata

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Basilica di Maria SS. Annunziata.
La chiesa fu ricostruita e ampliata sulla preesistente chiesa di origine bizantina di San Nicola e ultimata nel 1591. A causa del terremoto del 1693 il tempio subì danni, ma fu ricostruito in stile neoclassico tra il 1772 e il 1793 su progetto dell'architetto G. B. Cascione Vaccarini, nipote del palermitano G. B. Vaccarini. La cupola, progettata dall'architetto comisano S. Girlando, fu ultimata nel 1885. Posta in cima a una scenografica scalinata, la Chiesa possiede una pianta a croce latina ed è divisa in tre navate, con volta a botte sostenuta da 10 grandi archi a tutto sesto. L'interno è arricchito di opere di notevole importanza, tra cui una statua lignea policroma di S. Nicola che recenti studi hanno datato alla seconda metà del XVI secolo, due tele di S. Fiume raffiguranti La Risurrezione e La Natività, un crocifisso ligneo attribuito a frate Umile da Petralia del XVII sec; una pregevole tela dell'Assunzione di Maria, firmata "Narcisus Guidonius", un monumentale fonte battesimale in marmo e bronzo opera di Mario Rutelli, realizzato nel 1912 e inaugurato il 15 agosto 1913.

Santuario di San Francesco all'Immacolata

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di S. Francesco all'Immacolata.
Splendido gioiello dell'architettura comisana, questa chiesa fu edificata sotto i Chiaramonte, feudatari di Comiso, nei primi anni del Trecento. La Chiesa, Monumento Nazionale, è a una sola navata con copertura a capriate scoperte, presenta un'abside a pianta quadrata, con absidiola a cupola ad otto spicchi su pennacchi a favo, e stalattiti a conchiglia di chiara ispirazione arabo-gotica. Nel 1478 fu addossato alla chiesa il convento dei frati minori, che presenta un grazioso chiostro, racchiuso da un sobrio portico di spirito quattrocentesco. All'interno troviamo: il monumento funebre di Baldassarre II, detto il Conte Rosso (attribuito ad Antonello Gagini), composto da un sarcofago, sul cui coperchio è posta una statua del defunto, giacente come immerso in un sonno sereno. Il tutto è sormontato da una formella quadrangolare raffigurante la Madonna col Bambino; il monumento funebre di Baldassare I, posto dietro l'altare maggiore; un portale rinascimentale in pietra locale, proveniente dall'antica chiesa del SS. Cristo; una tela raffigurante la Madonna Immacolata; una tela raffigurante S. Placido, S. Tecla e S. Donato, opera di ignoto.

Chiesa di S. Biagio

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Biagio (Comiso).
I lavori per la costruzione della chiesa del santo patrono iniziarono nel 1500 sulle rovine dell'antichissima chiesa basilide di Abraxia (III-IV sec), a sua volta incorporata nelle strutture della chiesa romanica di San Biagio il Vecchio. La chiesa si presentava a tre navate con cupola centrale, che andarono completamente distrutte nel terremoto del 1693. Nel 1700 fu ricostruita a una sola navata, fu innalzato un piccolo campanile ricoperto di raffinati cotti smaltati e fu collocata all'esterno una statua di pietra locale raffigurante il santo patrono San Biagio. La graziosa facciata, armoniosamente scandita da paraste e nicchie, domina l'imponente scalinata di accesso.

Ex Chiesa del Gesù (o di San Filippo Neri)

La chiesa fu eretta per volontà del comisano servo di Dio Padre Pietro Palazzo nel 1616, realizzata per ospitarvi la nascente comunità della congregazione dei padri filippini e fu definitivamente sconsacrata nel 1866 a causa della soppressione degli ordini religiosi. L'edificio conserva una pregevole soffitto ligneo, attribuito a Olivio Sozzi, con una serie di dipinti raffiguranti scene della vita di San Filippo Neri.

Chiesa S. Maria della Grazia (detta dei Cappuccini)

La chiesa è situata nella parte alta della città, dove anticamente sorgeva il convento dei padri cappuccini, già sede dell'ospedale Regina Margherita. La data di edificazione è indicata nel 1614. Il tempio è a una sola navata, di semplice fattura. Addossato al tempio è presente una cappella mortuaria, nella quale si conservano le spoglie imbalsamate di frati e borghesi, tra cui in buono stato di conservazione la salma di Gabriele Distabile (detto "u Caviraruni"). Nel suo interno si conservano opere di notevole interesse artistico tra cui spicca un raffinato altare ligneo con intarsi.

Pagoda della pace

Pagoda della Pace

Quella di Comiso è una delle pochissime pagode realizzate in Europa. Essa è stata fortemente voluta dal rev. G. Morishita, venuto a Comiso negli anni ottanta, ed è stata inaugurata il 24 maggio 1998. È alta 16 metri con un diametro di 15 e ha l'aspetto classico dello stupa indiano con la sua forma a cupola rotonda sormontata da un pinnacolo.[10] Interamente rivestita di pietra locale, di colore bianco, che le conferisce visibilità a chi dalla città volge lo sguardo verso la collina di Canicarao.

Architetture civili


Il castello dei Naselli d'Aragona

Il palazzo comunale di Comiso

Castello dei Naselli d'Aragona

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Castello dei Naselli d'Aragona.
Le prime notizie certe sul castello risalgono al 1330, ma nella sua struttura attuale fu costruito intorno al 1497. Il castello rinascimentale sorse su un edificio sicuramente di epoca classica, lo testimoniano alcuni busti e iscrizioni di epoca romana, che furono inglobati nel nuovo edificio. L'edificio appartenne ai vari signori di Comiso, dai Berlinghieri, alla casata dei Chiaramonte, ai Cabrera, fino ai Naselli che lo acquistarono nel 1453. La parte più antica del Castello è il Battistero dedicato a San Gregorio Magno, con resti di affreschi di epoca bizantina e risalente intorno all'anno mille. Il castello presenta un torrione rotondo a nord, che in origine era una cuba araba, e una torre quadrangolare sul lato est. La parte nord del Castello è caratterizzata da un'elegante Trifora Serliana, che fu aggiunta nel 1728, nella loggetta le pareti sono affrescate con paesaggi e voli di uccelli.

Palazzo comunale

Il palazzo del municipio sorge dove un tempo si trovavano il monastero e la chiesa di San Giuseppe e si affaccia sulla piazza Fonte Diana. Edificato tra il 1872 e il 1887, presenta una facciata di stile neoclassico scandita da finestre con timpani curvilinei e triangolari. Al suo interno una imponente scala in marmo di carrara progettata dall'architetto Fianchini.

Ex Mercato Ittico

Il mercato vecchio fu costruito nel 1867 su progetto dell'architetto Fianchini, e fino alla metà del Novecento vi si vendeva il pesce e la carne. L'edificio, caratterizzato da eleganti loggiati esterni ed interni è abbellito all'interno da una fontana. Oggi ospita il Museo Civico di Storia Naturale e la sede della Fondazione "G. Bufalino".

Palazzo Occhipinti

Risalente al 1700. Progettato da Rosario Gagliardi in stile tardo-barocco.

Palazzo Iacono-Ciarcià

Si presume realizzato dal Gagliardi, si affaccia sulla piazza cittadina con un vasto ballatoio a terrazzo, sotto un elegante portico (i cosiddetti "archi ri ronna Pippa").

Palazzo Trigona di Canicarao

Costruito nel 1700, su un nucleo originario del 1400, dall'architetto Rosario Gagliardi. Il palazzo, voluto dalla famiglia Trigona, marchesi del feudo di Canicarao, come sede residenziale e amministrativa, domina l'ampia vallata e la campagna circostante Comiso. Il corpo dell'edificio è a blocco, con torre centrale merlata, che si eleva al di sopra del portale archivoltato. La residenza del Signore era posta ai piani superiori, mentre nei locali del piano terra vi alloggiavano i servi e i mezzadri. Il tutto si affaccia su una corte interna rettangolare rivestita di basole.

Siti archeologici


Mosaico delle terme romane.

Terme Romane di Diana

Si tratta di vere e proprie terme urbane costruite tra il Dianae fons e il fiume Ippari. Furono studiate per la prima volta nel 1935 dagli archeologi Biagio Pace ed E. Erias e portate alla luce nel 1989. Alimentate un tempo dalla fonte Diana, hanno origine in epoca romana (sec II-III d.C.) e furono utilizzate fino al periodo bizantino. Le tre campagne di scavi hanno messo il luce il tepidarium, un grande ninfeo poligonale, un alveus, il calidarium.
È stato inoltre rinvenuto un raffinato pavimento a mosaico costituito da tessere di bianco calcare compatto e tessere nere di basalto raffigurante Nettuno, attorniato da due gruppi di Nereidi cavalcanti dei tritoni.

Cava Porcaro

Il sito archeologico di Cava Porcaro comprende alcune grotte ipogeiche con tombe preistoriche.

Eventi

Feste religiose

Pasqua
La città Casmenea si prepara a festeggiare la Santa Pasqua passando dal susseguirsi delle funzioni liturgiche che iniziano la domenica delle Palme e che proseguono per tutto il corso della Settimana Santa culminando nel Triduo Pasquale. Il Sabato Santo alle ore 12 l'arcidiacono parroco della Basilica dell'Annunziata, sul sagrato gremito di fedeli, benedice le uova naturali di pasqua simbolo del dischiudersi della vita nuova. La sera alle 20 inizia la solenne veglia pasquale che si conclude col canto del GLORIA e la svelata dei simulacri del Cristo Risorto e della Vergine Annunziata situati nell'altare maggiore addobbato a festa (a sciugghiuta a loria) accompagnati da una potente moschetteria e dal suono gioioso e squillante delle campane della Basilica. Ha così inizio la solenne celebrazione eucaristica con la Chiesa stracolma di fedeli giunti in massa per celebrare la Pasqua del Signore Risorto. A conclusione della messa, in via del tutto eccezionale al mondo segue la solenne processione eucaristica col Cristo vivo vero e Risorto, che viene portato in processione per le strade del centro storico, accompagnato dal giubilo dei pellegrini e dal suono festoso della banda musicale che intona l'alleluia pasquale. Al rientro della processione e dopo la benedizione eucaristica segue verso le ore 23 la discesa dei simulacri che dall'altare in cui erano stati collocati vengono caricati nelle vare dorate per essere portati in processione l'indomani mattina. Il Sabato Santo si conclude poi con la tradizionaria e millenaria notturna pasquale (di origine spagnola) in cui diversi parrocchiani girando per la città sparano mortaretti , corrono e danzano a ritmo di melodie intonate dalla banda musicale per portare a tutti la gioia del Cristo Risorto. La Domenica di Pasqua alle ore 7.30 la città di Comiso si sveglia con i "salvi rigghina" ossia centinaia di colpi a cannone ritmati e con il suono a distesa delle campane della Basilica che annunciano alla città il giorno di festa. A conclusione della solenne celebrazione eucariatica delle ore 10 ha inizio la processione pasquale caratterizzata dalle Paci. Dalla Basilica escono i simulacri di Gesù Risorto e della Madonna Annunziata e per l'intera giornata percorrono le principali vie cittadine, ripetendo in ogni parrocchia della città il rito della Paci: i due simulacri posti l'uno di fronte all'altro, dopo il canto del Regina Coeli da parte di due bambini vestiti da angioletti che si trovano ognuno su uno dei due simulacri, si avvicinano e si allontanano correndo per ben tre volte tra due ali di folla festante. Una festa antichissima che affonda le sue radici nel periodo della dominazione spagnola ed unica nel suo genere.
Maria SS. Addolorata
  • La terza domenica di Maggio si svolge la festa di Maria SS. Addolorata, venerata nel Duomo di Santa Maria delle Stelle - Chiesa Madre.

Simulacro settecentesco di Maria SS. Addolorata venerato a Comiso
Da "Vicende storiche di Comiso" di Fulvio Stanganelli:
« Fino al 1764 la festa di Maria SS. Addolorata consisteva in poche e modeste manifestazioni di culto, organizzate la 3ª domenica di settembre dai sagristi madriciari, davanti a un'immagine appunto dell'Addolorata, venerata in una edicola tuttora esistente. Fu appunto in quell'anno (1764) che la Congregazione della Carità, essendosi con permesso vescovile del 4 maggio, trasferita dalla sua sede di S. Biagio alla Madrice, volle dare un segno tangibile della sua esistenza, onorando la sua Patrona nel giorno anzidetto, con illuminazione, processione del Sacramento, benedizione fatta all'aperto davanti a quella nicchia e sparo di petardi. Nel 1774 i madriciari acquistavano a Napoli una bella statua in legno dell'Addolorata, che accolsero e benedissero nella lor chiesa con grandi tripudi. Il loro scopo era chiaro: celebrare per la loro Madonna una festa vera e propria, cominciando col farla intervenire, il venerdì Santo 28 marzo del 1777, alla processione del Cristo morto dentro l'urna. Nel 1803 fu fatta una processione molto più chiassosa degli altri anni, il clou della quale fu sempre d'allora in poi l'intervento dell'onorata maestranza in tuba, giamberga e torcia, che dava un aspetto imponente e originale a quella religiosa manifestazione. Poiché avveniva però spesso che per l'instabilità della stagione, la festa, celebrata nel venerdì di Passione, non riusciva come ai più caldi madriciari sarebbe piaciuto, essi pensarono di trasportarla nella 3ª domenica di Maggio. Il 15 febbraio 1910 l'arcivescovo di Siracusa Mons. Luigi Bignami confermava e disciplinava la detta trasposizione. Per questa occasione il maestro Alfio Pulvirenti, direttore della Banda musicale, musicò l'Inno alla Madonna Addolorata, il cui testo era stato scritto dall'arciprete-parroco della Chiesa Madre, Mons.Francesco Rimmaudo».
Lo svolgersi della Festa:
Il primo evento ha luogo il martedì successivo alla domenica di Pasqua, quando, presso la sagrestia della Chiesa Madre, si insedia il Comitato dei festeggiamenti, presieduto dal Parroco, collaborato dal Vicepresidente, dal Tesoriere e dal Segretario. Non appena viene formato il Comitato, si dà inizio alla prima raccolta dei contributi da parte dei presenti, cui segue il suono festante delle campane e lo sparo beneaugurante e simbolico di sette bombe a cannone.
La domenica che precede la festa si svolge la “Cena”: ogni iniziativa richiede risorse, ed il popolo contribuisce alla festa non solo con offerte in denaro, ma anche con doni in natura, che sono raccolti a cura del comitato organizzatore la mattina e messi all'asta nel pomeriggio della domenica precedente la festa. È un momento atteso dalle persone dei vari quartieri, che spontaneamente preparano tavoli addobbati e pieni di doni. C'è di tutto: pasta, vino, salsiccia, liquori, il nostro tipico formaggio locale (il "cosacavaddu rausanu"), dolci di ogni genere, ortaggi, frutta, carne, ecc. Importante è la figura del banditore al quale è richiesta simpatia ed abilità; la prima, per intrattenere coloro che assistono interessati all'asta; la seconda, per spingere i presenti all'acquisto, elevando il più possibile il livello dell'offerta.
In preparazione della festa, nella Chiesa Madre si svolge un devoto Settenario (detto “a Sittina” composto prima del 1880): si tratta di sette strofe (chiamate in dialetto “spate”) cantate da due tenori ed un baritono in Chiesa Madre al termine della Messa vespertina. Le “spate” raccontano i sette dolori di Maria (1- la profezia di Simeone; 2- la fuga in Egitto; 3- il ritrovamento di Gesù nel tempio; 4- l'incontro di Gesù e la Madre sulla via del Calvario; 5- la Crocifissione di Gesù; 6- la morte di Gesù; 7- la deposizione con la sepoltura) e sono composte da otto ottonari piani, di cui le prime sei musicate a due a due per una voce, mentre l'ultima si canta a tre voci. La “Sittina” si svolge dal venerdì precedente la 2ª domenica di maggio al giovedì successivo. Il venerdì precedente la domenica della festa si svolge, invece, la Via Matris, una processione esterna con il quadro dell'Addolorata, nel corso della quale si canta per l'ultima volta la “Sittina”. Per tutta la durata del Settenario l'Altare Maggiore della Chiesa Madre rimane velato da una pregevole tenda di filet ricamata nel 1928 nel laboratorio della signorina Giuseppina Agosta. Il ricamo è costituito da un grande cuore trafitto da una spada, dai simboli dei quattro Evangelisti e dalle parole di Gesù a Giovanni: “Ecce Mater Tua”.
Il sabato vigilia della festa si tiene la processione detta “a piddiata ro mantu”, ovvero una processione dalla Chiesa di San Biagio alla Chiesa Madre con il prezioso manto di velluto blu notte che avvolge il simulacro, la spada, la raggiera e il fazzoletto che la Madonna stringe tra le mani. A tale processione segue quello che è tra i momenti più attesi e carichi di emozione, nonché suggestivi ed affascinanti della festa: la “Svelata”. È un momento molto atteso da tutti perché dopo un anno il simulacro settecentesco della Vergine Addolorata, gelosamente custodito nella nicchia dell'Altare laterale a Lei dedicato, riappare agli occhi dei tantissimi fedeli che gremiscono la Chiesa. Per l'occasione l'Altare Maggiore su cui viene disposto il simulacro viene adornato da uno splendido addobbo costituito da innumerevoli fiori, tende, stucchi, elementi architettonici appositamente creati, candelabri, ceri e quant'altro occorra a rendere l'addobbo dell'altare un elemento di sorpresa, di fascino e di distinguo della festa. La “Svelata” si celebra all'inizio della Messa pomeridiana e consiste nel ritiro della tenda di filet, accompagnato dal lancio di petali di rose e di volantini in tutta la navata centrale, nonché dallo sparo di una nutrita moschetteria, e dagli entusiastici “Viva Maria Addolorata!!!” che hanno inizio con l'apparire del simulacro dell'Addolorata. Subito dopo la “Svelata”, uno stuolo di voci bianche (circa 150 bambini) canta l'Inno all'Addolorata. È uno dei momenti più vibranti ed emozionanti della festa. Subito dopo l'Inno continua regolarmente la solenne Celebrazione Eucaristica.
L'alba della domenica della festa è salutata dallo sparo di un centinaio di colpi a cannone ed altri artifizi più elaborati, cui risponde il suono gioioso e festante delle campane della Chiesa Madre. Sin dal mattino i fedeli giungono a trovare posto nel vastissimo Duomo della Chiesa Madre per partecipare alla solenne Celebrazione Eucaristica e per fare affidamento alla Vergine Addolorata. Nel pomeriggio si assiste ad un altro momento cloue della festa: “a sciuta”. La Madonna, posta nel suo magnifico fercolo dorato, sospinto con devozione, entusiasmo e senso di appartenenza da circa 100 portatori, esce dalla “Matrice” tra gli entusiastici “Viva Maria Addolorata!!!” dei fedeli, lo scampanìo e il tradizionale “Trionfo di Maria SS. Addolorata” (la caratteristica marcia della festa eseguita dalle bande musicali). Subito dopo l'uscita, il fercolo fa trionfalmente ingresso nella vicina Piazza Fonte Diana, straripante di fedeli, ove il coro di bambini canta nuovamente l'Inno all'Addolorata, seguito dallo sparo di numerosissimi mortai a volantini e da una prolungata moschetteria. Segue poi la lunga processione per le strade cittadine fino alla mezzanotte, al termine della quale segue, come consuetudine e tradizione vuole, un imponente spettacolo pirotecnico, che conclude in maniera entusiasmante la ricca giornata di festa.
San Biagio
  • La seconda domenica di Luglio si festeggia il Patrono di Comiso, San Biagio, al quale i Comisani attribuiscono il merito di aver difeso il paese dalla peste e dal terribile terremoto del 1693. La domenica della festa è un susseguirsi di Sante Messe officiate da tutti i parroci delle parrocchie comisane; la chiesa di San Biagio per tutta la giornata è perennemente traboccante di fedeli che si affidano al loro Santo protettore. La processione pomeridiana con il simulacro del Santo Vescovo martire è caratterizzata da una infinità di fedeli che fanno "u viaggiu" (la processione) per espletare il voto fatto (un sacrificio che i fedeli si prefiggono di offrire al Santo, per grazia ricevuta o da ottenere): chi percorre l'intera processione a piedi scalzi; chi porta a spalla il simulacro per l'intero percorso; chi porta le torce votive decorate (i 'ntocci) con i ceri accesi; chi recita il Santo Rosario.

Manifestazioni

  • Arti e mestieri
Vetrina di espositori locali, che mira alla promozione dell'artigianato, dell'enogastronomia, dell'economia locale. Si tiene nello scenario del centro storico di solito nei primi giorni di giugno. Avviata nel 1995, assunze il nome di "Arti e Mestieri" fino al 1999, anno in cui cambio denominazione in "L'isola dei mestieri", dall'edizione 2009 ha ripreso il vecchio nome.
  • Settembre kasmeneo
Nato nel 1988, è un appuntamento ormai decennale per la città di Comiso che nel mese di settembre si ritrova per le vie del centro storico per assistere a concerti musicali, spettacoli, cabaret, rassegne cinematografiche.

Giarratana

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Giarratana
comune
Giarratana – Stemma

Giarratana – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Bartolo Giaquinta (lista civica) dal 07/05/2012
Territorio
Coordinate 37°03′N 14°48′ECoordinate: 37°03′N 14°48′E (Mappa)
Altitudine 520 m s.l.m.
Superficie 43,63 km²
Abitanti 3 092[1] (01-01-2015)
Densità 70,87 ab./km²
Frazioni Giarratana
Comuni confinanti Buccheri (SR), Buscemi (SR), Licodia Eubea (CT), Modica, Monterosso Almo, Ragusa, Vizzini (CT)
Altre informazioni
Cod. postale 97010
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088004
Cod. catastale E016
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti giarratanesi
Patrono san Bartolomeo apostolo patrono principale
Giorno festivo 24 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Giarratana
Giarratana
Posizione del comune di Giarratana nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Giarratana nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Giarratana è un comune italiano di 3.092 abitanti[2] della provincia di Ragusa in Sicilia.

Storia

Tracce preistoriche, probabilmente dei siculi, risalenti al II millennio a.C. sono state ritrovate in località Scalona e più recenti a Donna Scala. Sulla cima del Monte Casale, in posizione strategica dominante la valle dell'Irminio, si trovava la città greca di Casmene, avamposto militare di Siracusa . In tale città si venerava forse il dio Ares, poiché sono state trovate armi nel tempio cittadino. La polis aveva un impianto urbanistico composto da 38 strade parallele orientate nord-sud ed era munita di una cinta muraria lunga 3,4 km. Vicino Giarratana in Contrada Orto, durante il XIX secolo, è stata ritrovata una villa di epoca romana tardo-imperiale con mosaici pavimentali lungo la via "regia trazzera". Il paese, di cui non restano tracce, alcuni storici antichi lo ritenevano nominato da Cicerone.[3]
Dal periodo normanno ci sono le prime tracce scritte su Giarratana. La cittadina fece parte della Contea di Ragusa con Goffredo figlio di Ruggero I; in questi anni iniziò la fortificazione del paese, con mura e un castello, anche se Giarratana solo agli inizi del XIII secolo fu inserito nell'elenco dei "castella di Sicilia". Durante il regno dell'Imperatore Enrico IV di Germania Giarratana divenne feudo, dal 1195 in poi, di Rinaldo D'Aquaviva, un parente dell'imperatore stesso. Il paese è stato retto da importanti famiglie nel basso Medioevo; i più importanti feudatari furono Gualtieri di Caltagirone, Nicola Lancia, Nicola Alagna e Sancio Heredia. Il borgo prese parte ai Vespri Siciliani schierandosi contro gli Angioini che furono massacrati nel 1299 dagli Aragonesi dopo una battaglia, che diede il nome a una contrada: Porta dei Francesi. Nel 1308 il Vaticano citò il paese poiché la già antica Chiesa di San Bartolomeo, Patrono ab antiquo, contribuiva alla decima, una tassa medievale. Nel 1400, a seguito della partecipazione di Giarratana alla rivolta contro re Martino I, con Bernardo Cabrera, il feudo fece parte della Contea di Modica, il conte però dovendo pagare alcuni debiti vendette Giarratana a Niccolò Caseggia che poi la vendette di nuovo alla famiglia Settimo. Questa famiglia, di origine pisana, comprò la baronia di Giarratana nel 1454. Nel paese furono costruite nuove chiese, che si aggiunsero a quelle già esistenti, per un totale di ben 12 chiese. Nel 1559 Carlo Settimo, per essersi distinto nella lotta contro i turchi, ottenne l'elevazione del feudo da baronia a marchesato. L'importanza di Giarratana crebbe notevolmente con la signoria dei Settimo, tanto che papa Alessandro VII nel 1600 vendette il corpo della santa ai signori di Giarratana; il corpo di Santa Ilaria fu in verità acquistato a Roma dal sacerdote Antonio Distefano. Il corpo oggi è custodito nella secolare chiesa di San Bartolomeo. Per quanto concerne l'acquisto del corpo di Santa Ilaria cf. "Documenti per la storia della chiesa di S. Bartolomeo apostolo di Giarratana nel '600" Ragusa 2010, pag. 14; il sacerdote Antonino Distefano, come attestano alcuni documenti esaminati nell'opera citata (pag. 43, 57) acquistò "suo munere" (prima del 1667) il corpo della martire da papa Alessandro VII (Fabio Ghigi). Nel 1686 fu castellano di Giarratana don Giuseppe Distefano, nobile dei b.ni di Cutolia.[4] Nel 1644 la Madonna della Neve venne proclamata, per ordina regio, Patrona della città.
Il nome precedente al terremoto del 1693 era Cerretanum Jarratanae. L'antico centro abitato oggi chiamato Terravecchia[5] era più a Nord, in prossimità del Monte Lauro. In seguito al terremoto del 1693, che rase al suolo l'intera val di Noto e che causò 541 vittime, la nuova Giarratana venne ricostruita più a sud, sulle falde di una ridente collina chiamata Poju di li ddisi. Il 26 agosto 1693 nacque ufficialmente la nuova Giarratana. Con un atto notarile Donna Pasqua vendette ai giurati di Giarratana la collina dove sorgerà l'attuale cittadina. Prime fra tutte si iniziarono ad edificare le chiese, nella stessa posizione che avevano nell'abitato pre terremoto. A nord la basilica di Sant'Antonio abate, a sud la chiesa di San Bartolomeo e, in posizione centrale, la Chiesa Madre dedicata a Maria SS Annunziata e San Giuseppe. Nel 1703 il marchese Girolamo Settimo iniziò la costruzione di un palazzo signorile sulla sommità della collina; di tale struttura, chiamata dai giarratanesi castello, rimangono solo i ruderi.
I marchesi risiedettero pochi anni nel palazzo, che già agli inizi dell'Ottocento era decaduto. Le altre famiglie benestanti di Giarratana divennero la nuova aristocrazia latifondista; si ricordano i Barone, i Dell'agli, i Calafato e i Cannizzo.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

Altri monumenti

  • I ruderi del Castello dei Settimo del 1703.
  • Casmene, una colonia siracusana abbandonata fondata nel 644. Si trova verso Palazzolo Acreide su una strada che devia verso il Monte Lauro.
  • Museo a cielo aperto, zona archeologica ' u cuozzu '.
  • Villa romana presso la contrada "orto mosaico", con mosaici pavimentali.
  • Il parco di Calaforno, che condivide con Monterosso Almo, dove si trova un Ipogeo Preistorico: un susseguirsi di ben 35 piccole camere che in epoca remota sono servite da necropoli e riadattate poi ad abitazioni.
  • Palazzo barone
  • Il sito archeologico di "Terravecchia"
  • "u rugghiu"
  • villa romana in contrada margi
  • necropoli preistoriche
  • chiesetta bizantina
  • catacomba cristiana
  • castello in contrada monterotondo
  • Lingue e dialetti


    Distribuzione del gruppo siciliano
    Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua siciliana.
    Oltre alla lingua ufficiale italiana, a Giarratana si parla la lingua siciliana nella sua variante metafonetica sud-orientale. La ricchezza di influenze del siciliano, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel gruppo meridionale estremo, deriva dalla posizione geografica dell'isola, la cui centralità nel mar Mediterraneo ne ha fatto terra di conquista di numerosi popoli gravitanti nell'area mediterranea.
     

Eventi

Sant'Antonio Abate


La basilica di S. Antonio
Grande è la partecipazione alla liturgia del 17 gennaio che dà il via alle festività annuali del paese. La festa di Sant'Antonio Abate trae la sua origine nella povera economia agricola. Al Grande Santo ricorrevano umili contadini e pastori, ciò legato al fatto che la Chiesa gli ha riservato il protettorato sugli animali. A tal proposito, Giarratana conserva l'originalità della benedizione degli animali, i quali vengono portati, durante il vespro e dopo la prima processione che sosta in Chiesa Madre, al cospetto della secolare e artistica statua.
La mattina il fragore dei colpi a cannone, lo scampanio solenne delle campane della Basilica e il giro per le vie cittadine del corpo bandistico annunciano il giorno della festa. Il Corso Umberto, via che conduce fino alla Basilica del Santo, diventa un brulicare di fedeli che vanno ad assistere alla Solenne Celebrazione Eucaristica delle ore 11.00. Alle 12.00 il simulacro del Santo, caricato sulle spalle dei devoti, attraversa la navata centrale e al grido “viva Sant'Antonii” fa la sua uscita dalla Basilica. I rintocchi dell'antica campanella d'argento, le note della banda musicale, accompagnano i fuochi pirotecnici, il suono delle campane e la pioggia di “nzaiareddi” creando un'atmosfera suggestiva. Inizia la processione, che vede il simulacro portato tra le stradine del centro storico. Nel pomeriggio la tradizionale benedizione degli animali davanti il sacrato della Chiesa, la quale fa rivivere il senso più naturale e antico della festa: protezione che un tempo i contadini chiedevano e ricevevano per i propri animali, ricordo ancora vivo della Sicilia rurale. A ciò segue la tradizionale “cena” con tipici dolci offerti al Santo e venduti all'asta. La sera, verso le 20.00 Sant'Antonio Abate ritorna tra le vie di Giarratana, attraversando la parte nuova dell'abitato per ritornare nella sua Basilica.

S. Giuseppe

Il 19 marzo e il 19 settembre ricorre la festa in onore del Santo Patriarca San Giuseppe, protettore che unisce tutti i cittadini in una festa molto antica, di umili origini, ricca di devozione e spiritualità.
Il fulcro dei festeggiamenti si ha solitamente in Chiesa Madre, qui si svolgono le celebrazioni liturgiche e si effettua l'uscita a spalla del Santo alle ore 12,00 in punto. Con la processione diurna S. Giuseppe va a far visita alla Madonna nella Chiesa di S. Antonio e giunge successivamente a S. Bartolo. La processione continua per i suggestivi vicoli stretti e ripidi della parte alta del paese per far nuovamente ritorno nella Chiesa Madre. Il pomeriggio si svolge la tradizionale cena dove i tipici dolci e piatti vengono offerti al Patriarca e venduti all'asta. La sera il Santo riesce dalla Chiesa per la processione serale ma non più portato a spalla ma trainato da un carro motorizzato e accompagnato dalla banda così come la mattina. Al termine della processione, il rientro in Chiesa Madre viene accompagnato da scoppiettii di cannone e dalle note finali della banda “V. Bellini”.

Maria SS. della Neve

Il 5 agosto di ogni anno, grande festa a Giarratana in onore di Maria SS. Della Neve. Lo splendido simulacro della Madonna, custodito nella basilica di S. Antonio Abate, viene tradizionalmente portato in processione il 5 agosto di ogni anno, a meno di venti giorni dall'altra grande festa, quella del patrono S. Bartolomeo apostolo.
Alla festa della Madonna della Neve vi è grande partecipazione di fedeli, e numerosi sono i devoti impegnati nel portare per le vie del paese il simulacro della Madonna sul suo artistico fercolo. Alle 12.00, le campane della basilica cominciano ad oscillare invitando il popolo a festeggiare la solenne uscita della patrona, con lo sparo di numerosi nastri multicolori (‘nzaiareddi), il suono della banda musicale e l'applauso disteso dei fedeli accorsi per salutare la Vergine Maria.
I devoti, dopo aver alzato in aria il fercolo, con le braccia tese, e dopo aver compiuto diverse manovre avanti e indietro davanti alla basilica, partono in corsa e affrontano la salita con grande determinazione, concludendo in cima con l'applauso generale degli astanti. Inizia così la processione, che si dirige quasi subito, dopo esser passata davanti la chiesa madre, verso la chiesa di S. Bartolomeo Apostolo. Lì, si assiste alla suggestiva salita alla Chiesa di S. Bartolomeo, attraverso una ripidissima rampa di scale. Quest'operazione richiede la collazione di esterni, infatti, molti si riuniscono attorno al fercolo nel tentativo di sorreggerlo, di spingerlo, di alzarlo, fin quando non si troverà all'interno della Chiesa nella quale si assisterà solo a qualche minuto di preghiera, in presenza del Patrono esposto sull'altare maggiore. Successivamente si ricomincia la processione che continua per le vie del paese, attraversa vicoli e strade, e risale verso la Chiesa Madre, dove il fercolo e la Madonna verranno ospitati. Il pomeriggio si svolge la tradizionale cena dove i tipici dolci e piatti vengono offerti alla Patrona e venduti all'asta. In serata, un'altra processione conclude i festeggiamenti .

La sagra della cipolla

A Giarratana una tradizione antichissima che, da 35 anni a questa parte, si perpetua con l'organizzazione di una sagra in grado di mettere in vetrina le peculiarità di un ortaggio che, proprio nel centro montano dell'area iblea, trova la sua magnificenza. Accadrà anche quest'anno, con la “Sagra della Cipolla” edizione 2013, in programma il 14 agosto. I preparativi per la festa cominciano giorni prima con la preparazione di piatti tipici a base di cipolla, ad esempio la focaccia.
Pochi giorni prima della sagra vengono allestiti degli stand nei quali la cipolla viene cucinata e servita in ogni modo, cotta, cruda, accompagnata da formaggio, vino e altre bontà. Oltre a questi vengono allestiti altri stand con i prodotti tipici del paese come ad esempio: il torrone “Trapani”, il miele di “Roccuzzo”, l'origano di “Drago”, l'olio, il paté e le olive di “Angelica”, il formaggio-pecorino di “Lissandrello” e “Tuminello” e i buoni biscotti del “Forno delle tradizioni”.
Tutto ciò costituirà il momento clou di questa 35ª edizione che, come ogni anno, è in grado di richiamare migliaia di persone sino a far diventare Giarratana un punto di riferimento insostituibile dell'area iblea in occasione della vigilia di Ferragosto. A rendere ancora più suggestivo l'appuntamento il grande concerto che, come ogni anno, si tiene in piazza “13 ottobre 1902”, nel cuore di Giarratana. A fine serata viene premiata la cipolla più grossa che quest'anno ha raggiunto il peso di 1.800 g.
Tanti altri sono i momenti che caratterizzeranno la giornata del 14 agosto, a cominciare dalle visite guidate al museo a cielo aperto oltre all'esposizione di mostre di manufatti in terracotta presso l'aula consiliare. Senza dimenticare la rassegna sui prodotti tipici dell'artigianato ibleo, l'esposizione al palazzo Barone di manufatti e filati, nel quartiere “Cuozzu”, e nei bassi dell'altro palazzo Barone, in via XX Settembre. La cipolla per Giarratana risulta essere motore di sviluppo economico, e per questo non possiamo non dedicarle una sagra con tutti gli onori.

S. Bartolomeo apostolo


La chiesa di San Bartolomeo
Ogni anno molti emigrati rientrano a Giarratana il 24 agosto per la festa di S. Bartolomeo, patrono principale 'ab antiquo' di Giarratana. Questa ha inizio il 16 agosto, quando il suono delle campane, suonate a mano, della Chiesa del Santo Patrono, tra lo sparo di 24 colpi a cannone, annunciano la discesa della “vara” del Patrono, che lascia l'altare maggiore della Chiesa di San Bartolomeo di Giarratana, dove è stata custodita per un intero anno, per essere posta nella navata centrale.
Una settimana intera di festeggiamenti, ricca di eventi e spettacoli. Evento culminante è quello della secolare Fiera di San Bartolomeo (“a fera ro patronu”) la quale si svolge il 21 agosto con la promozione di prodotti tipici locali, agricoli e per l'allevamento.
Il 24 agosto la santa messa delle ore 11:00 viene celebrata dal Vescovo di Ragusa. A seguire la tradizionale “Sciuta” del simulacro di mezzogiorno con lo sparo di mortai e il lancio degli “nzaiareddi” accompagnato dal corpo musicale “V. Bellini”. Tutti i devoti che portano il santo vestono con magliette rosse. In un clima di gran confusione e di commozione san Bartolomeo inizia la discesa di quei ripidissimi diciannove gradini. Una muraglia umana ne accompagna l'arrivo in strada. La processione inizia il suo lento camminare, scandito dal suono della campana d'argento, tra il quartiere antico “u cuozzu”. Di pomeriggio sono tanti i cittadini che offrono i prodotti di qualsiasi genere alimentare per la tradizionale Cena. A concludere è la processione serale, che riprende il cammino interrotto la mattina fino a sera inoltrata. Subito dopo l'entrata tutti i cittadini si recano verso la villa comunale del paese per assistere a fantastici fuochi d'artificio.

Il presepe vivente

Nel momento più magico dell'anno, Giarratana diventa un presepe incantato. Un intero paese rivive il natale attraverso "Quadri viventi" di intensa suggestione. Ne sono attori gli stessi cittadini, riappropriatisi di luoghi e tradizioni dei loro padri. Ed ecco, al calar della sera e al chiarore di lumi a petrolio e candele, animarsi vicoli, abitazioni e botteghe; ecco riprender vita tutto un mondo, quello fra la fine dell'ottocento e i primi del Novecento, tipicamente rurale e artigianale.
I numerosi visitatori, si inoltrano a piccoli gruppi lungo un percorso prestabilito nel quale i quadri viventi hanno un'appropriata cornice. Nelle strade di Terravecchia, gli uomini, le donne e i bambini che indossano costumi d'epoca e lavorano con gli strumenti e gli arnesi degli antichi mestieri scomparsi, rievocano il passato di questa cittadina.
Un tempo in cui gli agricoltori, le massaie, gli artigiani e gli allevatori seguivano i ritmi del giorno e della notte, e la loro vita scorreva in sintonia con la resa dei raccolti nei campi, le feste tradizionali e le antiche consuetudini. I paesani rappresentano con genuinità l'autenticità di questo evento che, ogni anno, regala un momento magico ai visitatori.
La grotta della Natività è ambientata alla sommità dell'abitato antico di Giarratana, fra i ruderi del Castello dei Marchesi Settimo, noto in paese come "U Castieddu", simbolo della cittadina montana. In quest'ultima scena, che riassume tutte le altre, il silenzio diventa protagonista, rispetto ai suoni, agli odori, alla musica, ai gesti quotidiani che fanno parte integrante degli altri quadri viventi.
Il tutto si svolge all'interno del “Museo a Cielo Aperto”, tuffo nella memoria, dove ogni cosa esposta in un magico itinerario di tradizioni ha il dolce sapore del ricordo. Si trova nella parte più antica della città, "U Cuozzu". È uno spazio dedicato alla civiltà contadina e artigiana ed è suddiviso in 15 ambienti rappresentanti la quotidianità, i costumi, gli usi delle arti e degli antichi mestieri. Lungo le scalinate più caratteristiche del paese, fatte di pietre bianche e oasi di pace e verde, sono stati ricreati gli ambienti prescelti da questo Museo all'aperto. Della masseria è ricostruita la stanza in cui si cucina il pane, il formaggio, e la ricotta cucinata con l'attrezzo chiamato "a caurara". Nella casa del contadino sono riposti gli aratri, "u mazziaturi" per i cereali e il carretto (u carrettu) per trasportare i prodotti della terra. L'ambiente familiare è il regno della massaia che utilizza gli attrezzi caratteristici come "u scanaturi ", "a maidda" e "a sbriula" mentre la biancheria lavata viene stesa ad asciugare sul "circu ra conca".

Ispica

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Ispica
comune
Ispica – Stemma Ispica – Bandiera


Ispica – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Lucio Pierenzo Muraglie (PD) dal 15/06/2015
Territorio
Coordinate 36°47′07″N 14°54′25″ECoordinate: 36°47′07″N 14°54′25″E (Mappa)
Altitudine 170 m s.l.m.
Superficie 113,75 km²
Abitanti 16 005[1] (30-08-2015)
Densità 140,7 ab./km²
Frazioni Marina Marza, Santa Maria del Focallo
Comuni confinanti Modica, Noto (SR), Pachino (SR), Pozzallo, Rosolini (SR)
Altre informazioni
Cod. postale 97014
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088005
Cod. catastale E366
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona C, 972 GG[2]
Nome abitanti Ispicesi
Patrono Madonna del Carmelo
Giorno festivo 16 luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Ispica
Ispica
Posizione del comune di Ispica nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Ispica nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Ispica (Ispica o Spaccafurnu in siciliano) è un comune italiano di 16.063 abitanti[1] della provincia di Ragusa in Sicilia.
Settimo comune più popoloso della provincia, è situato sulla costa sud-orientale dell'isola e confina a nord-ovest con il territorio del comune di Modica, a ovest con Pozzallo, a sud-est con il territorio di Pachino e ad est con il territorio di Rosolini e Noto (questi ultimi tre in provincia di Siracusa).

Geografia

Territorio

Situata su una collina ("colle Calandra") ad un'altitudine di 170 m s.l.m. e a 7 km dalla costa, dista 31 km a sud-est del capoluogo provinciale. Il territorio ha un'altitudine che va dai 0 m s.l.m. ai 309 m s.l.m.[3] ed è il sesto della provincia per superficie (113,5 km²). Include il Parco archeologico della Forza, con scavi e reperti fin il 1692, e Cava Ispica, riserva naturale prossima a far parte del Parco nazionale degli iblei. Inoltre fanno parte le riserve naturali dei Pantani, del Maccone Bianco e dell'isola dei porri, uno scoglio meta di escursioni subacquee, situato a 2 km dalla costa. Ad est, lungo la Cava Ispica, è attraversato dal fiume Busaitone, spesso in secca, le cui acque alimentavano, con il nome di Rio della Favara, i Pantani. La sua costa si estende fra il comune di Pozzallo e quello di Pachino, in provincia di Siracusa, per 13 km di lunghezza, prima con tratti bassi e sabbiosi e poi alti e rocciosi. "Punta Ciriga", che si trova nel territorio comunale, segna il punto più meridionale della provincia di Ragusa.

Clima

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stazione meteorologica di Gela e Stazione meteorologica di Cozzo Spadaro.
Il clima nella città di Ispica è temperato di tipo mediterraneo, è caratterizzato da inverni miti ed estati abbastanza calde. La piovosità è in genere scarsa: una media dei rilevamenti del trentennio 1961-1990, registrati dalle due stazioni di rilevamento di Gela[4], e di Cozzo Spadaro[5][6] evidenzia, per il trimestre giugno-agosto, precipitazioni di appena 2–3 mm di pioggia.
L'umidità relativa media è invece significativa e si mantiene a una media del 72-79%, salvo una flessione al 66-69% nel trimestre giugno-agosto. La temperatura media annua oscilla sui 18°-19° mentre il valore della media delle temperature massime del mese più caldo si attesta sui 30°[7].
Un discorso a parte merita il microclima presente nelle zone costiere del comune: Santa Maria del Focallo, Marza, Ciriga. La presenza del mare e di una zona pianeggiante seppur limitata fa sì che vi siano differenze accentuate rispetto alla stessa città posta su una collina e a 6 km dal mare. In inverno come in estate nelle notti serene e con assenza di vento le temperature possono scendere anche di 3 - 4 °C in meno rispetto alla città di Ispica. In estate, specialmente di giorno, la brezza marina molte volte forte è spesso presente e mantiene le temperature molto più fresche e sopportabili anche sui 5 °C in meno rispetto all'entroterra.
Ispica, come del resto tutte le aree a sud e costiere della Provincia di Ragusa, non ha stazioni meteorologiche. Quindi un'indicazione di massima ci viene fornita principalmente dai dati rilevati dalla stazione di Cozzo Spadaro su territorio di Portopalo di Capo Passero in Provincia di Siracusa essendo ubicata sulla costa e a pochi chilometri dal territorio ispicese:
COZZO SPADARO (51 metri s.l.m.)[5][6]. Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Anno
Temperatura massima media (°C) 15 15 17 19 22 26 30 30 28 24 20 17 21,9
Temperatura minima media (°C) 9 9 10 12 15 19 21 22 21 17 14 11 15
Piogge (mm) 61 43 33 18 13 27 2 5 25 78 51 71 427

Storia

Origini ed etimologia del nome

Ipotesi sull'etimologia del nome
Chiesa Madre - Si legge il nome della città in latino Hyspicefvndi
Chiesa della Madonna del Carmelo - Visibile il toponimo Hyspicefundiom in latino
L'etimologia del nome Ispica è incerta. Per alcuni il nome deriva dal latino gypsum ("calce") o dalla frase greca gupsike kaminos ("fornace da calce"), che si ricollega anche con il toponimo di "Spaccaforno"[8]. Altri sostengono che il nome derivi da quello dell fiume Hyspa[9], che scorreva nella vallata. Il toponimo "Spaccaforno" potrebbe derivare dall'unione dei termini "Spacca", derivazione fonetica di "Ispica" e quindi dal latino "speca" ("grotta")[10], e "forno", indicante le sepolture a forma di forno rinvenute nei pressi dell'abitato. Altri sostengono la tesi che il toponimo deriverebbe invece dalla deformazione della locuzione greca "eis pegas", "verso le fonti" (del fiume Busaitone che attraversa la Cava Ispica). Molto probabilmente tutti i vari passaggi che hanno portato alla denominazione attuale deriverebbero da una corruzione della locuzione latina Hyspicaefundus ("fondo di Cava Ispica").
Una catacomba paleocristiana in località San Marco e e una necropoli in contrada vignale San Giovanni testimoniano che la zona era abitata in epoca tardo romana. Secondo la tradizione, sant'Ilarione di Gaza, eremita, avrebbe soggiornato nella regione, in una grotta di Cava Ispica tra il III e il IV secolo, frequentando la chiesetta di Santa Maria della Cava[11]. L'antichità della chiesa è sottolineata nella scritta presente in uno scudo dipinto sul portico: "Antiquam terra fieret ego sum.." ("Prima che la terra (il paese) fosse io sono..."). La città ha avuto il nome di Hyspicaefundus in epoca romana, successivamente cambiato in Spaccaforno fino al 1934.

Medioevo

Nel territorio si succedettero le dominazioni sicula, greca, romana e bizantina. Lo storico palermitano Antonio Mongitore, nel suo Della Sicilia Ricercata, riferisce che l'apostolo Paolo avendo soggiornato a Spaccaforno, non lontano dal castello, fece scaturire una fonte, al contatto della cui acqua i serpenti intorpidivano e morivano. La località di Porto Ulisse sulla costa fu usata come porto naturale fino a quest'epoca, come conferma il ritrovamento nel tratto di mare antistante di un relitto datato al VI secolo[12]. I musulmani arabi e berberi dominarono la regione dal IX all'XI secolo. È in questo periodo che nasce la leggenda di una magha sarachina a cui si attribuisce la costruzione di un centro abitato: secondo tale leggenda la maga fu seppellita a Ispica, e volle trasmettere le sue virtù alle abitanti, che pare le perpetuarono per parecchi secoli[13]. Ad ogni modo la dominazione saracena prese fine quando tutta la Sicilia sud-orientale fu liberata da Normanni guidati da Ruggero il Normanno. Il primo documento che menziona l'abitato con il nome di Isbacha è del 1093, in una bolla che papa Urbano II emanò subito dopo la fine dell'occupazione araba della regione. Un'altra bolla del 1169 di papa Alessandro III assegnò al vescovo di Siracusa anche le "ecclesias quae sunt in tenimento Spaccafurni cum pertinentiis suis"[14].
Dopo essere passata nella dominazione sveva e angioina, all'inizio del XIV secolo fu in possesso del viceconte Berengario di Monterosso, tesoriere del regno, che ne fece dono alla regina Eleonora d'Angiò, moglie del re Federico III.

Parco Forza: Resti del Castello - Fortilitium
Pietro II la concesse in feudo al fratello Guglielmo duca di Atene, dal quale passò in eredità al suo maggiordomo Manfredi Lancia. Fu confiscata quindi agli eredi di questi, che si erano ribellati al re Federico III. Occupata da Francesco Perfoglio nel 1367 gli fu concessa in feudo nel 1375. Il territorio seguì quindi le vicende della contea di Modica e fu in possesso di Andrea Chiaramonte e dopo la sua ribellione fu assegnata dal re Martino I a Bernardo Cabrera. Nel 1453 passò a Antonio Caruso di Noto, "maestro razionale" del regno[11] e nel 1493 fu portata in dote dalla figlia di questi, Isabella Caruso, al marito Francesco II Statella e gli eredi ne rimasero in possesso fino all'abolizione della feudalità nel XIX secolo.[14]

Il Terremoto del 1693

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto del Val di Noto del 1693.
L'11 gennaio 1693 alle ore 13,30 Ispica fu colpita da un violento terremoto il quale, assieme al terremoto del 1908, rappresenta l'evento catastrofico di maggiori dimensioni che abbia colpito la Sicilia. Con un'intensità pari a 7,4°[15] della scala Richter è stato in assoluto il terremoto più intenso mai registrato nell'intero territorio italiano. L'evento sismico ha provocato la distruzione totale di oltre 45 centri abitati, interessando con effetti pari o superiori al X grado MCS (scala Mercalli)) una superficie di circa 5600 km² e causando un numero complessivo di circa 60.000 vittime e raggiungendo in alcune aree l'XI grado MCS. Il terremoto rase al suolo l'intera cittadina che prima si estendeva per gran parte all'interno della Cava Ispica. Inoltre scomparve il Fortilitium(castello medievale della famiglia Statella) e numerose chiese non più ricostruite. Inoltre il sisma inevitabilmente favorì fame e malattie come la peste, la quale colpì chi fortunatamente era sopravvissuto ad esso. Nonostante le numerose perdite, i pochi rimasti ebbero la forza di ricostruire la città, grazie all'aiuto di persone provenienti dai paesi vicini e alla generosa beneficenza dei baroni locali.

Dopo il terremoto del 1693

La città venne quindi trasferita nella zona pianeggiante al di fuori della cava, sebbene l'antico insediamento non fosse mai del tutto abbandonato. Alcuni quartieri furono ricostruiti intorno alle chiese rimaste in piedi (seppur danneggiate) di S.Antonio e del Carmine, mentre gli altri furono costruite ex novo seguendo una struttura a scacchiera con strade larghe e dritte, secondo il tracciato di due ingegneri venuti da Palermo al seguito di don Blasco Maria Statella[16]. La nuova Spaccaforno portò la nascita di bellezze barocche come Santa Maria Maggiore, la Chiesa di San Bartolomeo e la S.S. Annunziata e, in seguito, all'arrivo del Liberty, con Palazzo Bruno e Palazzo Bruno di Belmonte di Ernesto Basile. Dal 1812 la città fu incorporata nel distretto di Modica e nella provincia di Siracusa, dalla quale passò nel 1927 alla nuova provincia di Ragusa.
Nel 1934 il Podestà Dott. Dionisio Moltisan­ti, sulla scia della politica fascista del cambio dei nomi delle città e con l'avallo del prof. Gaetano Curcio, Preside dell'Università di Catania, chiese al governo, a nome della cittadinanza, il cambiamento del nome di Spaccaforno in Ispica. L'autorizzazione era concessa Con Regio Decreto 6 maggio 1935 e pubblicato il 21 giugno successivo.
Il 12 ottobre 1987 Ispica, su iniziativa dell'allora sindaco Dott. Quinto Bellisario, ha ottenuto il titolo di città con decreto del presidente della Repubblica[17].

Simboli

Stemma della famiglia Statella sul portone d'ingresso della Chiesa Madre

Architetture religiose

Basilica di Santa Maria Maggiore

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Basilica di Santa Maria Maggiore (Ispica).

La facciata della basilica di Santa Maria Maggiore
La basilica settecentesca venne progettata dall'architetto di Noto Vincenzo Sinatra e vi è aggiunto un porticato con 23 passaggi che delimita la piazza. L'interno, a tre navate conserva una decorazione in stucco opera di Giuseppe e Giovanni Gianforma e affreschi del 1765 di Olivio Sozzi. Ospita una statua del Cristo flagellato alla colonna che venne qui trasferita dopo essersi salvata dal terremoto e che è oggetto di particolare venerazione durante i riti della settimana santa.
L'edificio è stato dichiarato monumento nazionale nel 1908[18].

Basilica della Santissima Annunziata

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Basilica della Santissima Annunziata (Ispica).

La chiesa dell'Annunziata
La chiesa venne costruita dopo il terremoto a partire dal 1704, in sostituzione dell'omonimo edificio distrutto nell'antica Spaccaforno, oggi nel parco Forza.
All'interno conserva la decorazione a stucco in stile rococò del palermitano Giuseppe Gianforma e ospita alcune opere salvatesi dalle distruzioni del sisma: un "Adorazione dei Magi" e una tavola dell'"Annunciazione" del 1550. Contiene il settecentesco Cristo con la Croce dello scultore Guarino da Noto, un gruppo scultoreo in legno con il Cristo e due Giudei, anch'esso oggetto di particolarissima devozione da parte degli Ispicesi durante la Settimana Santa.

Chiesa madre di San Bartolomeo


La chiesa matrice, consacrata a san Bartolomeo
La chiesa madre, consacrata a san Bartolomeo venne ricostruita dopo il terremoto a partire dal 1750 e completata nel corso di un secolo e mezzo. Esternamente è preceduta da una doppia scalinata che la eleva rispetto alla piazza antistante. La facciata coniuga elementi tardo-barocchi con altri neoclassici. L'interno è suddiviso in tre navate da pilastri di ordine tuscanico. Conserva all'interno il monumento funebre di Don Giovanni Statella Caruso ed un pregevole altare del Crocifisso in marmi policromi entrambi del XVII secolo, oltre ad un antico crocifisso ligneo dell'interessante iconografia tardo-bizantina del XV secolo.
Il crocifisso ligneo Crocifisso dipinto su croce lignea (sec. XV). Presenta un'interessante icono­grafia tardobizantina. Il Cristo nudo, con perizoma, dai tratti anatomici schematizzati, ha una testa reclinata in avanti all´interno di un nimbo sporgente dal piano ligneo. Nelle estremità dei bracci della croce sono rappre­sentati Maria (a sinistra), Giovanni (a destra) e il pellicano in alto. Nella lettera di donazio­ne alla chiesa La marchesa Pilegra, vedova Statella, nel 1738, scrive: «credo esser opera di Trapani».

Chiesa Madonna del monte Carmelo


Interno della chiesa: nicchia della Beata vergine Maria del monte Carmelo, patrona della città
Il complesso della chiesa e dell'ex convento del Carmine risale al 1534. La sua struttura architettonica viene, via via, ad essere definita lungo tutto il Seicento con 18 celle per i frati e gli altri locali di servizio. Ridotto in macerie a causa del terremoto del 1693 viene riedificato unitamente alla chiesa nel '700. Il prospetto della chiesa comprende artigianali bassorilievi di stile rinascimentale databili tra la seconda metà del sec. XVI e la prima metà del secolo XVII. Un putto reggicartiglio sull'arco d'ingresso reca la data 1632 mentre tra lo stemma carmelitano e la base della nicchia con la statua della Madonna del Carmelo si legge la data di una ristrutturazione della facciata, 1730. La fisionomia attuale viene definita alla fine dell'Ottocento con la realizzazione della cella campanaria. Nel complesso è un risultato di continue integrazioni col riutilizzo di frammenti architettonici legati al momento tardorinascimentale. La chiesa ospita il simulacro della Beata Vergine Maria del monte Carmelo, patrona della città.[19]

Architetture civili

Palazzo Bruno di Belmonte


Palazzo Bruno di Belmonte
Il palazzo in stile liberty più importante della provincia fu commissionato dall'on.le Pietro Bruno di Belmonte all'architetto palermitano Ernesto Basile, dal 1906. Non divenne mai dimora della famiglia Bruno di Belmonte, considerata la famiglia più importante della città dell'inizio del secolo scorso, in quanto il palazzo non fu mai completato per lo scoppio della Grande Guerra, poi nel 1918, per la morte di Giovanna Modica di San Giovanni, moglie amatissima dell'On.le Pietro e infine nel 1921 per la morte dello stesso Pietro. Solo una parte fu completata e resa abitabile dopo il 1921 (l'arch. Basile da quattro piani dovette ricavare cinque quote) quella dell'ultimo figlio dell'On.le Pietro, il barone Giambattista, dove però visse solo la sorella Preziosa, unica tra i figli dell'on.le Pietro a rimanere a Spaccaforno (gli altri si erano trasferiti a Roma, Firenze, Napoli e Catania). Dal 1975, dopo la vendita al Comune dei primi tre piani da parte di alcuni eredi dei figli dell'On.le Pietro, il palazzo è divenuto sede municipale. L'acquisto è stato completato solo nel 1978 con la vendita al Comune anche del quarto e ultimo piano.
« Il palazzo con la sua arcaica identità di un vero e proprio castello, spicca nel paesaggio urbano e sembra rappresentare la contraddittorietà della sua terra, divisa tra il torpore di un persistente medioevo e la volontà di superare nella cultura, nell’intelligenza e nei legami con il continente la condizione insulare e la sua intramontabile arcaicità »
(Paolo Portoghesi)

Altri monumenti di interesse storico

Chiese e conventi


La chiesa di Santa Maria del Gesù

Particolare della Torre di Palazzo Bruno di Belmonte - Sede comunale

Palazzi

  • In piazza Unità d'Italia (già Regina Margherita): palazzo Bruno (Liberty) e torre dell'Orologio (epoca fascista);
  • Ex-sede comunale ed ex-casa Statella in corso Garibaldi;
  • Ex-mercato in corso Umberto che si inserisce nell'architettura sociale del regime fascista;
    • Palazzo Modica disegnato dall'architetto catanese Paolo Lanzerotti;
    • Palazzo Latino
    • Palazzo Gambuzza
    • Palazzo Zuccaro

Dintorni

Siti archeologici


Cava Ispica vista dal Parco Forza
Cava Ispica
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cava Ispica.
La Cava Ispica è la più importante delle "cave" (profonda valle scavata dall'erosione dell'acqua) nella Sicilia orientale. Lunga 13 km si estende nel territorio dei comuni di Modica, di Ispica stessa e di Rosolini. È attraversata da un torrente che prende diversi nomi: Pernamazzoni all'ingresso e Busaitone all'uscita.
Vi si trovano una serie di abitazioni rupestri ed è stata abitata dalla preistoria all'Ottocento. Le varie fasi si sovrappongono l'una all'altra.
Parco archeologico della Forza

Ingresso principale del parco

L'ingresso di una grotta.
Situato presso lo sbocco sud-orientale nella bassa Cava Ispica, il toponimo attuale della località, "Forza", deriva dalla corruzione volgare di Fortilitium, ossia "piccola fortezza". Sullo sperone roccioso sorgeva infatti la dimora fortificata dei feudatari della famiglia Statella. Ai piedi del castello si trovava l'antico abitato di Spaccaforno: entrambi vennero distrutti dal terremoto del 1693.
La zona ha restituito tracce di frequentazione a partire dalla prima età del bronzo (reperti ceramici rinvenuti in corrispondenza dell'attuale ingresso). L'Antiquarium del parco ospita reperti tra la prima metà del bronzo e il 1693.
Il parco è raggiungibile per mezzo di una discesa scavata nella roccia ("cento scale") che parte da Cava Ispica, lungo la quale sono visibili tracce di affreschi bizantini e tombe.
Catacombe di San Marco
Le catacombe di San Marco, a 2 km dal centro abitato costituiscono una testimonianza della presenza cristiana nel territorio in epoca tardo romana.
Necropoli Contrada Crocefia
Il 2 novembre 2013, a circa 3 km dal centro abitato verso Modica e a 300 metri dal lato ovest di Cava Ispica, durante una battuta di caccia è stata casualmente rinvenuta dal Dott. Giuseppe Bellisario una necropoli fino ad allora ignota alla letteratura locale. [2] La Soprintendenza di Ragusa ha stabilito che la necropoli risale al periodo tardo-antico. La necropoli conta circa 20 loculi funebri, tutti rivolti ad est. Nello stesso sito e nelle sue prossimità sono state rinvenute anche diverse lastre di copertura. L'intera area, con provvedimento della Soprintendenza di Ragusa, è stata sottoposta a tutela archeologica.[22]

Feste religiose e folklore


Santissimo Cristo alla Colonna

Santissimo Cristo con la Croce

Cristo Risorto, incontro con la Madre nella Domenica di Pasqua
A Ispica le feste religiose assumono una particolare importanza grazie alla presenza di molte confraternite, in particolare quelle della Santissima Annunziata e di Santa Maria Maggiore[26], una volta antagoniste ed in competizione. Queste ultime infatti organizzano i riti della Settimana Santa.

Settimana Santa

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Settimana Santa ad Ispica.
  • Il Giovedì santo si svolge la "festa dei Cavari", che inizia alle due di notte con la via Crucis; questa parte dalla chiesa rupestre di Santa Maria della Cava e termina nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove vengono aperte improvvisamente le porte ( 'a raputa re porti) e inizia il pellegrinaggio all'altare del Santissimo Cristo alla colonna (u Patri a culonna) che verrà portato in processione nel pomeriggio dopo la solenne messa. Durante la processione viene eseguita la celeberrima marcia funebre intitolata SS.Cristo alla Colonna, composta dal M° Giuseppe Bellisario nel 1933, divenuta famosa anche per essere stata utilizzata in molti film e cortometraggi, tra cui il film di G.Tornatore "L'uomo delle Stelle".
  • Il Venerdì santo i "nunziatari" portano in processione la statua del Santissimo Cristo con la croce: nella mattinata inizia la cerimonia nella chiesa della Santissima Annunziata con l'apertura delle porte e la processione si svolge poi nel pomeriggio con la caratteristica cavalleria romana, toccando tutte le vie della città. Passando davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore, si ha l'incontro tra il Cristo e l'Addolorata. Dopo questo momento di commozione popolare la processione del Cristo continua il suo percorso concludendosi poi con il rientro in basilica e lo svolgimento dei tradizionali giri nelle navate della basilica stessa.
  • Nella Domenica di Pasqua avviene il tradizionale incontro tra il Cristo risorto della basilica della Santissima Annunziata con la Madonna della chiesa madre San Bartolomeo. Momento di forte emozione è quando i "nunziatari" portano il Cristo risorto incontro alla Madre correndo lungo il Corso Garibaldi. Dopo l'incontro e i tre inchini di omaggio la statua viene portata in Chiesa Madre. Da qui la sera verrà ripresa dai "nunziatari" che in processione la riporteranno in Basilica.

Altre feste

  • La festa patronale si svolge in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo nel santuario parrocchia della Madonna del Carmine la domenica successiva al 16 luglio. La mattina si ha la consegna di un omaggio floreale, di un cero votivo e delle chiavi della città da parte delle autorità, guidate dal sindaco, a cui segue una processione per le vie della città.
  • A Natale viene realizzato un presepe vivente presso il Parco Forza di Cava d'Ispica che attira visitatori da tutta la Sicilia orientale.
  • I festeggiamenti in onore dell'Assunta si svolgono nella chiesa di Santa Maria Maggiore il 15 agosto, con la processione del simulacro e la partecipazione di "confrati" e "fazzoletti rossi". La festa prosegue la sera con uno spettacolo musicale e fuochi d'artificio.
  • Festa della Madonna delle Grazie, nella chiesa omonima la prima domenica di luglio.
  • Festa di sant'Antonio da Padova, nella chiesa di Santa Maria del Gesù il 13 giugno.
  • Festa di san Giuseppe, nella chiesa omonima la domenica successiva al 19 marzo.
  • Festa della "patena", nella basilica di Santa Maria Maggiore il martedì che precede l'inizio della Quaresima. La "patena" è l'aureola d'argento posta sopra la testa della statua lignea del Cristo flagellato alla colonna, dove sono incastonate le reliquie della santa Croce.
  • Festa di santa Lucia, nella chiesa di Sant'Antonio abate il 13 dicembre.

Sagre ed eventi

  • "Carotispica", manifestazione giunta nel 2011 alla sua sesta edizione, ideata dall'Amministrazione comunale per valorizzare la “carota novella”, prodotto principe dell'agricoltura ispicese.
  • "Zagara e rais", manifestazione culturale su scambio e integrazione con i paesi mediterranei a fine luglio[27]
  • "Notte dei sapori", dalla prima edizione del 2005, manifestazione culturale e gastronomica del Parco Forza di Cava Ispica.
  • "Palio dell'Assunta" organizzato nella prima metà di agosto dall'arciconfraternita di Santa Maria Maggiore, con giochi di squadra in acqua.
  • "Note di notte", festival musicale della provincia di Ragusa.
  • "Rassegna bandistica "Città di Ispica" sulla letteratura musicale della Settimana Santa in Sicilia", durante la Settimana Santa con la partecipazione di diversi corpi bandistici della Sicilia e proposte della tradizione musicale siciliana.

Modica

Modica (Muòrica in siciliano, Μότουκα per i Greci, Mutica / Motyca in latino, in arabo: موذقة‎, Mūdhiqa) è un comune italiano di 54.651 abitanti[3] della provincia di Ragusa in Sicilia. La città per popolazione è il tredicesimo comune della Sicilia ed il 124º d'Italia, mentre è per estensione del suo territorio all'11º posto fra i comuni siciliani, ed al 41º fra tutti i comuni d'Italia. Nel 2002 è stata inclusa, insieme con il Val di Noto, nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO per il suo centro storico, ricco di architetture barocche[4].

Geografia fisica

Territorio

Mòdica, il cui nome originerebbe dal fenicio Mùtika (albergo, dimora: chiara l'analogia con la fenicia Utica, città dove si diede la morte Catone Uticense)[5] o dal siculo Mùrika (roccia nuda, non coltivabile), chiamata in seguito Μότουκα dai greci, è situata 15 km a sud del capoluogo di provincia, ed il suo territorio urbano si sviluppa su un esteso altopiano solcato da profondi canyon (detti localmente "cave"). La città sorge sulla confluenza di due fiumi a carattere torrentizio che dividono l'altopiano in quattro colline: Pizzo a nord, Idria ad ovest, Giganta ad est e Monserrato a sud.
I due fiumi, Pozzo dei Pruni e Janni Mauro (ormai asciutti e coperti nel tratto urbano), si uniscono a formare il Modicano, il cui alveo è stato coperto nei primi del Novecento divenendo l'odierno Corso Umberto I, asse principale della città. Il Modicano aveva dignità di fiume perenne, fino ai primi decenni del Novecento, in quanto alimentato da sorgenti permanenti, fra cui la più cospicua quella della Fontana Grande, la quale con le sue acque permetteva che fra il Cinquecento e l'Ottocento, lungo le rive del Μότουκανυς ποταμός, come lo chiamò il geografo greco Tolomeo nel II secolo d.C., sorgessero nel tratto modicano del fiume ben 23 mulini ad acqua! Poi vennero i mulini industriali, e l'acqua delle sorgenti fu incanalata nella rete idrica cittadina. Dal Settecento alla fine dell'Ottocento, la presenza lungo gli argini dei torrenti di 17 ponti, che consentivano il transito di uomini, animali e carri da un lato all'altro, fecero sì che in una delle prime edizioni, quella del 1934[6], della Enciclopedia Treccani, Modica fosse definita la città più singolare d'Italia, dopo Venezia, riportando l'impressione che la città aveva suscitato all'abate Paolo Balsamo da Palermo, nel 1808. Il nucleo urbanistico più antico è situato sulla collina (il cui promontorio è sormontato dai resti del Castello medievale) che separa i due torrenti, e sui versanti da essi creati. Il Comune di Modica gode di un vastissimo territorio comunale sviluppato in senso longitudinale, che partendo dalle pendici dei Monti Iblei, con un'altezza sul livello del mare compresa fra i 500 ed i 550 metri, nei pressi dei comuni montani di Giarratana, Monterosso Almo e Palazzolo Acreide, degrada lentamente fino alla costa che si affaccia sul Canale di Sicilia, con le sue due frazioni marinare di Maganuco e Marina di Modica. Il punto più alto del centro urbano, con i suoi 449 m s.l.m., corrisponde al campanile della chiesa di San Giovanni Evangelista a Modica Alta, mentre la sede comunale, a Modica Bassa, si trova a 296 m. di altezza sul livello del mare.

Clima

Il territorio comunale si divide in due zone climatiche ovvero la meridionale, o costiera, e la settentrionale, o montuoso-collinare. Il clima a Modica è mite e la neve rappresenta un evento raro nella parte bassa della città, ma più frequente nella parte alta e sull'altopiano, dove ogni anno può verificarsi un evento nevoso anche senza accumulo; alcune nevicate storiche e più consistenti risalgono al 1895 (febbraio), 1905, 1909, 1929, 1956 (febbraio), 1979, 1985 (febbraio), 1998 e 2005 (26 gennaio). Intensissima e della durata di molte ore è stata la nevicata che ha ricoperto di una coltre di oltre 30 cm di neve[7] l'intera città, nella nottata di Capodanno 2015, dall'una alle sei del mattino circa. Frequente è nella zona montuosa la formazione di brina e di gelo, mentre è rara la formazione di banchi di nebbia notturni nell'altopiano. La temperatura media annua è di circa 17 °C nella parte bassa) e 16 °C nella parte alta, con una media a gennaio di 9 °C nella parte bassa ed 8 °C nella parte alta (con temperature solitamente inferiori ai 4 °C durante la notte), e una media a luglio di 26 gradi. L'estate è calda ma asciutta e ventilata, soprattutto nelle parti più alte della città (oltre i 440 m). L'inverno è fresco e piovoso, con una pluviometria media annuale di circa 650 mm concentrati nel periodo autunno-inverno ed anche in parte della primavera.

Elementi caratteristici


Veduta panoramica notturna
Modica, come altri centri storici del Val di Noto, deve la sua particolare configurazione urbana alla non comune conformazione del territorio combinata ai vari fenomeni di antropizzazione. Molte abitazioni della parte vecchia della città, addossate le une sulle altre, sono spesso l'estensione delle antiche grotte, abitate fin dall'epoca preistorica. Sono state censite circa 700 grotte che una volta erano abitate, o comunque adibite a qualche uso, fra quelle visibili e quelle "inglobate" in nuove costruzioni. Di notevole rilevanza storica è l'ottimo stato di conservazione, in pieno centro storico, della necropoli del Quartiriccio, al quartiere Vignazza, con alcune decine di tombe a forno scavate nella roccia, risalenti al 2200 a.C. Il tessuto urbano, adagiato sui fianchi delle due vallate e sui pianori delle colline sovrastanti, è un intrigo di casette, viuzze e lunghe scale, che non possono non ricordare l'impianto medievale del centro storico, tutto avviluppato intorno allo sperone della collina del Pizzo, sul quale poggiava inaccessibile il Castello. Modica è un'inaspettata meraviglia... È un effetto bizzarro, unico, qualcosa di addirittura irreale come visto nel prisma deformante del sogno, come un immenso fantasmagorico edifizio di fiaba, il quale, anziché di piani, fosse fatto di strati di case. Da questo accastellarsi, svettano campanili e campanili: con queste parole il poeta e scrittore veronese Lionello Fiumi descriveva il suo stupore nel raccontare sulle pagine di un quotidiano il suo viaggio a Modica negli anni sessanta del Novecento. Le chiese solitamente non si affacciano su piazze, ma su imponenti e scenografiche scalinate modellate sui declivi delle colline. Lo stile prevalente dei monumenti è quello comunemente identificato come tardo barocco, ma più specificatamente, per quel che riguarda Modica, dobbiamo parlare del Barocco siciliano della Sicilia sud orientale, quello successivo al catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693. L'aspetto molto caratteristico del centro storico è stato turbato da alcuni scempi edilizi succedutisi dagli anni sessanta agli anni ottanta ad opera di alcuni imprenditori edilizi poco coscienziosi, con il permesso di una classe politica non sempre all'altezza del proprio ruolo.
Altro elemento caratterizzante il territorio, in particolare la campagna, è la fitta rete di "muri a secco" che delimita gli appezzamenti di terreno, trapunti di maestosi alberi di carruba, molto frequenti in tutto il territorio provinciale (maggior produttore italiano del suo frutto). La ragione della fitta maglia di muri a secco va ricercata nella precoce formazione di una classe di piccoli proprietari terrieri, che dalla prima metà del Cinquecento frazionarono un immenso feudo, la Contea di Modica, corrispondente grosso modo al territorio dell'odierna Provincia di Ragusa, delimitando le nuove proprietà con tali recinti.
Come retaggio ed eredità di una bizzarria storica, che ha privato Modica della sua secolare centralità politica, amministrativa e culturale, la città conserva una sua autonomia comprensoriale. Per esempio, quando nel 1955 fu istituita la Diocesi di Ragusa, la città di Modica, insieme alle limitrofe Scicli, Pozzallo e Ispica, rimase a far parte della Diocesi di Noto, a cui appartiene dal 1844. Inoltre la città ha mantenuto il suo storico Tribunale, che risale al 1361. Le Istituzioni e le strutture scolastiche, sanitarie e giudiziarie, pertanto, continuano ad essere un punto di riferimento per le popolazioni della parte orientale della provincia iblea, oltreché dell'intero distretto geografico sud orientale dell'Isola.

Storia e cultura

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Città tardo barocche del Val di Noto (Sicilia sud orientale)
(EN) Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Eastern Sicily)
Modica-SGiorgio.jpg
Tipo architettonico
Criterio C (i) (ii) (iv) (v)
Pericolo no
Riconosciuto dal 2002
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Modica e Contea di Modica.

Toponomastica

Il sito di Modica, che i Greci chiamarono Μότουκα[8], e i Romani Mothyca, poi Motyca[9], Mŭtȳcē[10] (da quest'ultima denominazione deriva il toponimo per gli abitanti usato da Cicerone: Mutycense) e infine Mutica, fu popolato prima dai Sicani, poi per un certo periodo anche dai Fenici[11], in seguito stabilmente dai Siculi. Secondo quanto si può dedurre dai frammenti di Ellanico e Filisto, riferiti alla discesa dei Siculi dal Lazio, e conseguente occupazione della Sicilia orientale[12] a scapito dei Sicani, la vera e propria fondazione delle città sicule in questa porzione dell'isola si può fare risalire a 80 anni prima della guerra di Troia, quindi verso il 1360 a.C.. Secondo Giovanni Ragusa, storico e filologo locale[13], il termine verrebbe dal toponimo Mùrika, significando questo nella lingua dei Siculi nuda roccia (a riprova sarebbe il fatto che ancora nella parlata locale i residenti si dicono “Muricàni”), e poi così è stato tramandato dai Greci prima, dai Romani dopo. Un'altra interpretazione filologica propone che il greco Motyka provenisse dall'indoeuropeo Moth (= monte, collina) + Uc (= molte), dunque Mothuc, la città dalle molte colline, le quattro colline su cui avevano case, rifugi e sepolture gli antichi modicani[14]. Durante il periodo della dominazione araba, e fino al XIV-XV secolo, la città veniva citata nei documenti ufficiali col nome di Mohac o Mudiqah. Poi, prendendo lentamente il sopravvento, come lingua ufficiale del Regno di Sicilia, parallela al latino, la parlata italiana, la denominazione del periodo arabo-normanno andò a scomparire[15]. Nel dialetto locale, infine, viene chiamata “Muòrica”.

Gli studi a Modica - Storia

Modica, che dal XV secolo circa fino agli anni trenta del XX era la quarta città della Sicilia per numero di abitanti e importanza politica, è stata economicamente e culturalmente vivace, anche grazie alla presenza di enti d'istruzione ecclesiastici e laici che l'hanno resa un notevole centro di studi.
I Carmelitani e i Domenicani vi stabilirono degli studia nel XIV e nel XV secolo. Già nel 1549 a Modica esisteva una scuola pubblica, il cui insegnante veniva pagato dal Comune con 4 once annue. Nel 1550 i Francescani Minori Osservanti, presenti a Modica dal 1343, insegnavano filosofia, teologia, latino e lettere umane, nel loro amplissimum studium philosophiae, presso il Convento di Santa Maria del Gesù, completato per la munificenza dei conti Anna e Federico Enriquez Cabrera. I Gesuiti vi fondarono[16] nel 1630, su iniziativa della contessa Vittoria Colonna de Cabrera (che donò 12 000 ducati d'oro[17], da sommarsi ai 10 000 deliberati dal Consiglio cittadino) uno di quegli importanti collegi pubblici per cui furono giustamente famosi. Il Collegio Gesuitico concedeva Lauree[18]. in Teologia, in Materie Umanistiche (Filosofia, Retorica, Umane lettere) e Arti Liberali (Fisica, Matematica) fino al 1767.
Da una delibera inviata nel 1832 alla Commissione di Pubblica Istruzione di Palermo, in cui si chiedeva che si autorizzasse la riapertura delle cattedre di Leggi e di Medicina, abolite (con disposizione del 1775) nei Collegi per doversi studiare nelle Università, si deduce che fino al 1767 il Reale Collegio Gesuitico di Modica concesse anche i Diplomi di esercizio in tutte le professioni libere, di Avvocati, Medici, Notari, ecc. che divenivano esecutivi col visto del Governatore della Contea[19].
Dal 1812 al 1860 i Gesuiti tornarono ad insegnare[16] le discipline che si studiano nelle scuole secondarie superiori (diritto, zoologia, arti, scienze e lettere). L'Istituto Tecnico "Archimede" fu, nel 1866, una delle prime scuole secondarie superiori Statali ad essere fondate in Sicilia, fra i primi cinque nel Regno d'Italia nel suo genere. Nel 1889, l'"Archimede" di Modica era l'unico Istituto Tecnico dell'intera provincia di Siracusa ed è l'istituzione scolastica con il più alto numero di iscritti dell'intera Provincia di Ragusa.
Pochi anni dopo, nel 1875, il Ginnasio comunale circondariale (corrispondente alla Scuola media inferiore per i primi tre anni, poi al biennio del Liceo Classico), attivo, per Decreto di Stato Prodittatoriale[20] fin dal 1862, fu trasformato in "Liceo Ginnasio" Comunale, divenuto infine nel 1878 "Regio Liceo Ginnasio" intitolato a Tommaso Campailla.
Il liceo classico "Tommaso Campailla" fu tra i primi venti licei italiani nati subito dopo l'Unità d'Italia, ed al rilevamento del 1889 contava più iscritti del Liceo Gargallo di Siracusa, fondato posteriormente.

Monumenti e luoghi d'interesse: architetture religiose

Duomo di San Giorgio

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Duomo di San Giorgio (Modica).

La facciata della Chiesa Madre di San Giorgio
Il Duomo di San Giorgio in Modica viene spesso indicato e segnalato come monumento simbolo del Barocco siciliano tipico di questo estremo lembo d'Italia. La chiesa di San Giorgio, inserita nella Lista Mondiale dei Beni dell'Umanità dell'UNESCO, è il risultato finale della ricostruzione sei/settecentesca, avvenuta in seguito ai disastrosi terremoti che colpirono Modica nel 1542, nel 1613 e nel 1693 (il più grave, vedi Terremoto del Val di Noto); lievi danni apportarono i sismi nell'area iblea succedutisi nel corso del Settecento e nel 1848.
L'interno della chiesa è a cinque navate, con 22 colonne sormontate da capitelli corinzi. Il tempio è dedicato ai martiri San Giorgio e Ippolito, e fra le navate vi si possono ammirare un monumentale organo con 4 tastiere, 80 registri e 3000 canne, perfettamente funzionante, costruito tra il 1885 e il 1888 dal bergamasco Casimiro Allieri; un dipinto di scuola toscana, L'Assunta del tardo-manierista fiorentino Filippo Paladini (1610); una pittura naif su legno, La Natività del pittore milanese Carlo Cane (1615-1688), della seconda metà del Seicento; la tela (1671) del Martirio di Sant'Ippolito del Cicalesius, una statua marmorea di scuola gaginiana, la Madonna della Neve della bottega di Mancini e Berrettaro, del 1511; il polittico dell'altare maggiore, composto da ben 10 tavole, attribuite per molto tempo al messinese Girolamo Alibrandi come opera del 1513. Ma gli storici dell'arte del Novecento e gli studiosi contemporanei[21] hanno attribuito in maniera definitiva l'opera al pittore tardo manierista modicano (per matrimonio) Bernardino Nigro (1538 - 1590)[22], datandola 1573; le pale raffigurano le scene della Sacra Famiglia e della vita di Gesù, dalla Natività fino alla Resurrezione e all'Ascensione, oltre a 2 riquadri con le classiche iconografie dei due santi cavalieri, San Giorgio che sconfigge il Drago, e San Martino che divide il proprio mantello con Gesù, che gli si presenta sotto le vesti di un povero accattone.

Duomo di San Pietro

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Duomo di San Pietro (Modica).

Facciata barocca del Duomo di San Pietro
Un documento del vescovo di Siracusa ne attesta l'esistenza in sito nel 1396, ma la data della sua prima edificazione è da collocarsi dal 1301 al 1350 circa, come attestato dallo storico secentesco Placido Carrafa. Eretta in collegiata con bolla di Clemente VIII del 2 gennaio 1597, due secoli dopo per Decreto Regio di Carlo III di Borbone (1797), ed in seguito a secolare disputa, è stata dichiarata Chiesa Madre al pari di San Giorgio, la chiesa "ufficiale" dei Conti. Fa parte anch'essa della lista dei Monumenti Bene dell'Umanità dell'UNESCO.

Chiesa di Santa Maria del Gesù

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Chiostro di S. Maria del Gesù dopo il restauro (2010)
La chiesa di Santa Maria del Gesù (1478-1481) e l'annesso convento (1478-1520), Monumento Nazionale, resistiti a vari terremoti , appartennero ai Frati Francescani Minori Osservanti. La chiesa conserva uno splendido chiostro a due ordini in stile tardo-gotico, con tante colonnine variamente decorate e ognuna diversa dall'altra. La chiesa fu costruita restaurando un preesistente edificio francescano già presente almeno dal 1343, e grazie alla volontà e alla munificenza della contessa Giovanna Ximenes de Cabrera, al fine di celebrarvi, nel gennaio del 1481, le nozze della propria figlia Anna con Fadrique Enrìquez, primo cugino del Re di Spagna Ferdinando il Cattolico.

Chiesa di San Giovanni Evangelista

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Giovanni Evangelista (Modica).
La chiesa di San Giovanni Evangelista presenta una facciata la cui ultima versione è stata rifatta dopo il 1839, per essere completata fra il 1893 ed il 1901. Il luogo di culto si trova in questo sito dal 1150 (bolla di papa Eugenio III). Un documento del marzo 1217 cita le chiese di San Giovanni e di San Giorgio in Modica come poste sotto la tutela della Chiesa di Mileto, in Calabria.

Palazzo della Cultura e Museo Civico

L'ex Monastero delle Benedettine, (XVI-XIX secolo), attuale Palazzo della Cultura, era presente in questo sito già nel 1626, insieme alla chiesa delle Sante Caterina e Scolastica ristrutturata per usi civili nei primi decenni del Novecento. Il Monastero, dedicato a San Benedetto nel 1637, fu requisito dal governo regio nel 1860; ospita nelle sue ampie stanze, oltre ad alcuni uffici municipali, il Museo Civico Archeologico, il cui pezzo forte, assolutamente da vedere, racchiuso in una teca, è la statuetta bronzea dell'Ercole di Cafeo, risalente al III secolo a.C.. Di recente è stata sistemata in un salone del Palazzo della Cultura una collezione di quadri appartenuta a Salvatore Quasimodo, acquistata dalla Sovrintendenza provinciale ai Beni Culturali. Al piano terra è ubicata dal 1881 la Società Operaia di Mutuo Soccorso, la quale racchiude al suo interno uno dei due atri ed alcune colonne del vecchio monastero. Il Palazzo è stato la sede dello storico Tribunale di Modica dal 2 giugno 1862 fino a settembre 2003, e il salone delle conferenze sino ad alcuni decenni fa era sede della Corte d'Assise. Lavori di restauro murario delle stanze della Società Operaia, tendenti a riportare all'antico le superfici interne, hanno riservato una bellissima sorpresa: dietro l'intonaco di una camera, che è stato ovviamente asportato, è stato riportato alla luce, dopo più di un secolo, un superbo confessionale in pietra, incassato nella muratura, con tanto di pareti divisorie e grate metalliche.

Chiesa del Carmine

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa del Carmine (Modica).
La chiesa di Santa Maria del Carmelo, detta "del Carmine" (fine XIV - inizi XV sec.), è uno dei pochi monumenti che resistette alla violenza del terremoto del 1693. E infatti il prospetto, che aveva in parte superato anche il terremoto del 1542 e quello del 1613, è arricchito da un bel portale risalente alla fine del Trecento, già dichiarato Monumento Nazionale all'inizio del XX secolo, sovrastato da un rosone francescano con dodici raggi, il tutto in stile tardo gotico chiaramontano.

Convento del Carmine

L'edificazione avvenne a seguire la Chiesa omonima, fra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, per ospitare i frati Carmelitani giunti in Sicilia già da qualche decennio. Il convento era dotato di 23 celle, ed è stato sottoposto a varie ristrutturazioni ed ampliamenti da sovraelevazione nel corso dei secoli, soprattutto dopo i danni del terremoto del 1693, e successivamente, quando fu requisito dal Regno d'Italia nel 1861 per farne sede della Caserma dei Carabinieri. È in questa occasione che vengono a scomparire gli orti antistanti il Convento, per essere trasformati nella pubblica piazza del Carmine, intitolata nel secolo successivo a Giacomo Matteotti. Il prospetto è stato interamente rifatto, in stile neorinascimentale-liberty. Trasferitasi l'Arma dei Carabinieri in altra sede intorno al 2000, sono stati pensati, progettati, ed in questo inizio d'anno 2012 quasi conclusi, degli importanti lavori di restauro e consolidamento, che hanno portato a fortuiti rinvenimenti delle strutture portanti medievali, sono state scrostate le mura, e riportati alla luce i pavimenti in acciottolato del XIV secolo, gli archi ogivali gotici che immettono da un ambiente conventuale ad un altro, delle finestrelle in stile svevo chiaramontano del XIV secolo. Il pavimento di un ambiente, confinante con l'attigua ex Chiesa di San Giovanni Battista dei Cavalieri Gerosolimitani, sembra, per il suo disegno geometrico, con quasi certezza appartenere ad una vecchia strada laterale al Convento stesso inglobata successivamente all'interno della struttura conventuale. Le notevoli risultanze e rinvenimenti di questi restauri sono stati presentati nel corso della XX giornata del Fondo Ambiente Italiano (FAI), del 24 e 25 marzo 2012.

Chiesa di San Domenico, ex convento e Cripta

La chiesa di San Domenico, detta del Rosario (1678), presenta uno dei pochi prospetti rimasti integri dopo il terremoto del 1693.
L'originaria costruzione della chiesa, con l'annesso convento dei Domenicani risale al 1461. Il luogo sacro è ricco di interessanti tele del Cinquecento, ed ha una cappella interna, un tempo riservata alla preghiera dei frati, riccamente decorata con pitture murali e pregevoli stucchi. Il convento è sede del Palazzo Municipale, dal 1869, anche se da documenti d'archivio risulta che il consesso dei Giurati (come si chiamavano allora i consiglieri) ivi si riunivano già nel 1626. Nell'atrio è visitabile una interessante cripta sotterranea (Seicento), scoperta da Giovanni Modica Scala a metà Novecento, contenente resti ossei, attribuibili ai Frati Domenicani stessi, e che lascia intravedere tracce di affreschi. Il convento era sede, per la diocesi di Siracusa, del Tribunale dell'Inquisizione, o Sant'Uffizio.

Chiesa di Santa Maria di Betlem con preesistente Cappella Palatina

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di Santa Maria di Betlem (Modica).
La chiesa di Santa Maria di Betlem è una delle tre antiche collegiate (dal 1645) della città e risale al XIV secolo. La Cappella Palatina, preesistenza architettonica costruita fra la fine del Quattrocento ed i primi decenni del Cinquecento, è un Monumento Nazionale, facente parte dell'apposito elenco dei beni da salvaguardare, istituito intorno al 1930 dal governo del Regno d'Italia.

Portale de Leva

Il Portale De Leva, di primo Trecento, Monumento Nazionale, è un elegante esempio dello stile gotico chiaramontano che poi dominò come stile in Sicilia nel corso di tutto il Trecento. È, insieme al portale della Cappella Palatina custodita all'interno della Chiesa di Santa Maria di Betlem, il più bel portale di Modica, con gli archi di una grande ogiva scolpiti a tre ordini, con decorazioni geometriche a zig zag, e foglie di acanto a completare la fitta trama di ricami arabeschi. Era con molta probabilità la porta d'ingresso di una chiesetta (dedicata ai santi Filippo e Giacomo), come fa pensare una piccola finestra circolare che sormonta il portale, e che doveva contenere un rosone, tipico ornamento ecclesiastico. La chiesetta, sopravvissuta al terremoto del 1693, sarebbe poi divenuta cappella privata della nobile famiglia De Leva, incorporata nel loro settecentesco Palazzo. Il portale, coi suoi fraseggi arabo normanni, ricorda i coevi portali della Cattedrale di Nicosia e della chiesa di San Francesco di Assisi di Palermo. La porta della casa De Leva è l'ultimo avanzo frammentario di una Chiesetta gotica non più esistente, arieggiante... la splendida ogiva delle due grandi finestre della Cattedrale di Palermo, scriveva Salvatore Minardo in Modica Antica, opera edita nel 1952.

Convento dei Cappuccini e chiesa di San Francesco

Il settecentesco Convento dei Frati Cappuccini e l'annessa chiesa di San Francesco d'Assisi, sempre del Settecento, sono assolutamente da visitare per il perfetto stato di conservazione. Il convento ha un bellissimo chiostro lastricato con suggestive basole di pietra locale, con un pozzo al centro, il tutto tipico delle silenziose e affascinanti costruzioni francescane. La chiesa, cui si arriva percorrendo un vialetto circondato da alti cipressi, nasconde al suo interno due capolavori scultorei in legno indorato, un reliquario e la custodia del SS. Sacramento.

Santuario della Madonna delle Grazie

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Santuario della Madonna delle Grazie (Modica).

Monumenti e luoghi d'interesse: architetture civili

Palazzo Polara

Sul lato sinistro del Duomo di San Giorgio è visibile Palazzo Polara, della fine del Settecento, sul cui frontone spicca lo stemma della famiglia con la stella polare. Palazzo Polara, è una costruzione in stile tardo barocco, introdotta da un elegante scalone. La facciata, in un tutt'uno scenografico con la scalinata monumentale ed il prospetto del Duomo di San Giorgio, domina la parte bassa del centro storico di Modica e le colline che la circondano facendole corona, in un suggestivo colpo d'occhio che ci conduce verso il Belvedere della città alta, il cosiddetto Pizzo.

Palazzo Napolino-Tommasi Rosso

Posto nel cuore dell'antico quartiere di Francavilla, alle spalle del Duomo di San Giorgio e nei pressi dell'entrata del Castello dei Conti, è fra le testimonianze più significative dell'architettura tardo-barocca di Modica. La sua costruzione risale alla seconda metà del XVIII secolo. La sua facciata comprende un bel portale d'ingresso, le cui colonne ai lati lasciano scendere degli eleganti tendaggi scolpiti nella pietra, ed emergenti dalla bocca di due leoni. Il portale è sovrastato da un elegante balcone in ferro battuto, sorretto da mensoloni decorati con mascheroni. Altri due balconi sono posti simmetricamente ai lati di quello centrale, a completare il prospetto di quella che è riconosciuta come la più elegante architettura civile del barocco modicano. Edificato dai Lorefice, poi passato ai Napolino ed infine ai Tommasi Rosso.

Palazzo degli Studi

Il Palazzo degli Studi (1610 - 1630) era in realtà il Convento dei Padri Gesuiti, i quali fin dal loro insediamento nella struttura ne fecero il Collegio dove istruire i rampolli dell'aristocrazia di Modica. Il Collegio, costruito ampliando e restaurando un palazzo donato al Comune dal nobile palermitano Alliata, era annesso alla chiesa dei SS. Gesù e Maria, o del Collegio (oggi S. Maria del Soccorso), il cui prospetto barocco fu rifatto nel 1714 su progetto di Rosario Gagliardi, mentre il Convento, resistendo al terremoto del 1693, determinò la scelta dei Gesuiti e del popolo modicano di non spostare la città sugli altopiani limitrofi. L'intero edificio sorse per volontà della contessa Vittoria Colonna de Cabrera, che si fece promotrice[17] della venuta a Modica dei Gesuiti, e contribuì finanziariamente, insieme al Comune e ai possidenti del tempo, al che nella capitale della Contea si istituissero corsi di studio di livello universitario. Fu dunque sede del Collegio Gesuitico sin dal 1630, del Ginnasio comunale nel 1862, del Regio Istituto Tecnico "Archimede" dal 1866, e ospita, dal 1878, il Liceo Classico intitolato allo scienziato e filosofo modicano Tommaso Campailla.

Teatro Garibaldi

La prima costruzione fu realizzata fra il 1815 ed il 1820, accorpando un magazzino con la casa di un aristocratico, e fu chiamato Real Teatro Ferdinandeo in onore al regnante dell'epoca. Aveva due file di 24 palchi e la platea. Nel 1844 fu affidato all'ingegner Salvatore Riga il compito di progettare l'ampliamento del teatro, raddoppiando la grandezza della platea, innalzando una terza fila di palchi ed aggiungendo il loggione, riproducendo così lo stile dei teatri lirici all'italiana presenti nelle maggiori città siciliane. Eseguiti i lavori fra il 1852 ed il 1857 sotto la direzione dell'architetto Salvatore Toscano, il teatro, dopo l'Unità d'Italia fu intitolato a Garibaldi. Esso si presenta con la facciata in stile liberty (o neoclassico), con i due piani sormontati da una balaustra che presenta al centro un pannello scultoreo decorato con strumenti musicali. Sopra il pannello fu posto, sorretto da due figure maschili, un orologio, con in cima l'aquila, simbolo della Contea di Modica. Fu inaugurato nel 1857 con la Traviata di Giuseppe Verdi. È un piccolo vero gioiello, che in miniatura riproduce i teatri delle grandi città, con la sua platea, i suoi tre ordini di palchi molto eleganti, il loggione, la volta istoriata nell'agosto-settembre 1999 con un grandioso dipinto, un olio su tela (diametro m. 4,40) del maestro Piero Guccione e degli altri del Gruppo di Scicli, i pittori Franco Sarnari, Giuseppe Colombo e Piero Roccasalva. Dopo lavori di restauro e di messa in sicurezza, è stato riaperto al pubblico definitivamente nel 2004.

La stagione teatrale

Da qualche anno a questa parte, il Teatro Garibaldi, con i suoi 313 posti complessivi, è ritornato ad essere il luogo di intrattenimento culturale per eccellenza per i modicani, ma anche per gli appassionati di teatro e musica di vario genere dell'intero comprensorio orientale della provincia. Le stagioni di prosa e le stagioni musicali dal 2008/09 in poi sono state curate dall'attore modicano Andrea Tidona, con la collaborazione del concittadino Giorgio Pace, direttore amministrativo del Teatro Massimo di Palermo. Ulteriori manifestazioni vi si tengono a cura dell'assessorato provinciale al turismo. La sezioni locale degli Amici della Musica svolge il suo programma concertistico annuale presso il teatro cittadino, oppure presso l'ampia sala conferenze del Palazzo della Cultura. Infine, la Compagnia del Piccolo Teatro di Modica organizza presso il Teatro Garibaldi una o più rassegne annuali di teatro dialettale. Al fine di valorizzare il Teatro ai massimo livelli, per quanto riguarda la sua funzione culturale, e per la fruizione turistica, nel corso del 2009 è stato approntato lo statuto della Fondazione Teatro Garibaldi[23], istituita ufficialmente il 29 gennaio 2010, e la cui Direzione Artistica è stata affidata ad Andrea Tidona.

Palazzo Grimaldi con Pinacoteca

Palazzo Grimaldi, XVIII-XIX secolo, con l'annesso portale della Chiesetta di S. Cristoforo, cappella privata della famiglia Grimaldi, si incontra lungo il corso principale a poche decine di metri dal Duomo di San Pietro. Rappresenta, forse, con i suoi 14 balconi in due piani, il più bell'esempio di edificio in stile neorinascimentale fra quelli che si affacciano sul centro storico di Modica Bassa. Il terzo piano è stato sovrapposto nel secondo Ottocento ma il progettista ha lavorato nel segno di chi lo aveva preceduto, inserendo le mensole sotto i balconi del terzo piano. Qui, peraltro, il partito centrale ripropone un balcone quasi identico a quello del secondo piano, in cui si nota la presenza ai lati degli scudi araldici di famiglia. Il palazzo è sede della Fondazione Giovan Pietro Grimaldi, creata dall'illustre fisico che fu anche Magnifico Rettore dell'Università di Catania, nonché fratello del celebre agronomo Clemente, ed ospita nei suoi saloni una Pinacoteca, ricca di opere pittoriche dei più noti artisti dell'area iblea dalla seconda metà dell'Ottocento fino ai nostri giorni.

Monumenti e luoghi d'interesse: architetture militari

Castello dei Conti di Modica

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Castello di Modica.

L'ingresso del Castello dei Conti
In cima ad una rupe, costruito sul pianoro conclusivo di un promontorio roccioso a becco d'aquila, ha rappresentato per tanti secoli la sede del potere politico e amministrativo di quella che fu la Contea di Modica. Dal punto di vista monumentale, il Castello, o ciò che di esso rimane, nato come fortificazione rupestre che si sovrappone ad un'emergenza funeraria del tipo di Pantalica, viene modificato in varie epoche tra l'VIII e il XIX secolo, e si erge su un promontorio roccioso difficilmente attaccabile, con due lati su tre costituiti da pareti a strapiombo.

Torretta dell'Orologio


Il Castello dei Conti di Modica. Torretta dell'Orologio
Sui resti post-terremoto (fine XVII sec.) di una torretta di avvistamento (fano) medioevale del castello dei Conti, posta a cavaliere delle mura sottostanti, è stato apposto, nel 1725[24], un orologio meccanico a contrappesi, ancora perfettamente funzionante, i cui complessi meccanismi vengono controllati e riavviati ogni 24 ore circa. Nel 1777 viene inviata lettera a Re Ferdinando di Borbone, in cui si chiede autorizzazione alla spesa per un primo restauro, in quanto il primo orologio è arrivato a tale stato che rendesi affatto inservibile... perché tutte le ruote sono contorte in grado che da più tempo a questa parte or non suona, ed or trasferisce notabilmente le ore in grave pregiudizio del pubblico nella vita civile[25]. Gli ingranaggi, che permettono a tutt'oggi il funzionamento di quest'orologio esclusivamente in modo meccanico, vengono quotidianamente curati e regolati da un tecnico del Comune. L'interno della torretta - caratterizzato grandi molle metalliche, pesi e contrappesi, grosse funi e catene[26] - è visitabile soltanto in particolari occasioni. Dalla balaustra della torre si può godere di un suggestivo, insolito, panorama sulla parte bassa del centro storico. La torre dell'orologio - imponente testimone secolare della vita cittadina - è sempre stata considerata il "simbolo" dell'antica nobile Città di Modica e insieme alle due chiese maggiori di Modica - dichiarate "patrimonio dell'Umanità" - è il monumento più fotografato della Città.

Altri monumenti e luoghi d'interesse

Casa natale di Salvatore Quasimodo

Casa natale di Salvatore Quasimodo, in cui il 20 agosto 1901[27] nacque il poeta, insignito del Premio Nobel per la Letteratura il 10 dicembre 1959. La casa, dove Salvatore visse solo i primi 14 mesi della sua vita[28] è visitabile. Contiene, nella stanza in cui vide la luce, un letto in ferro battuto, un inginocchiatoio, un capezzale e altri mobili ed arredi di primo Novecento; inoltre sono presenti una vecchia macchina da scrivere Olivetti, uno scrittoio, una collezione di dischi, una libreria con annessi libri, provenienti da uno degli studi di Milano, che il figlio Alessandro ha venduto alla Regione Siciliana nel 1996, insieme ad altri oggetti regolarmente inventariati dall'Assessorato Regionale ai Beni Culturali. Da un vecchio nastro, ai visitatori viene fatta ascoltare la voce del Poeta che recita alcune sue poesie, e sempre dalla sua viva voce, il discorso dal titolo "Il Politico ed il Poeta" da Quasimodo letto a Stoccolma in occasione del conferimento del Nobel.

Varie minori: Chiese, conventi, monasteri, palazzi signorili

  • Ex chiesa di San Giovanni Battista dei Cavalieri di Malta, il cui prospetto fu demolito nei primi del Novecento onde ricostruirvi, in stile liberty, il Cinema Moderno (1926), chiuso intorno al 1980. Su una parete laterale resiste murata una grande Croce, simbolo della Gran Commenda dell'Ordine di Malta, presente a Modica nella originaria chiesa in questo sito dal 1350, fino al 1862, 25 maggio, Decreto Regio di esproprio di tutti i beni dei religiosi conventuali. Un accurato restauro degli spazi interni, insieme ad un adeguato arredamento, ha trasformato l'ex chiesa in un moderno Auditorium, intitolato al musicista e compositore modicano Pietro Floridia.
  • Chiesa-eremo di San Giacomo extra moenia (XIII/XIV secolo, non visitabile). È la più antica chiesa dell'intera provincia, sito di pellegrinaggi da tutta la regione per il culto a San Giacomo, fino ai primi decenni del Novecento. È Monumento Nazionale (uno dei 5 presenti nella città di Modica). Nell'abside spicca una "Deposizione di Cristo" trecentesca, di autore ignoto. Caratteristica all'esterno la Croce cosiddetta "a vela", che ricorda il simbolo dei Cavalieri di Malta.
  • Chiesa di San Paolo (Sei-Settecento), ricca di tele e statue, e con un bel pavimento in ceramiche di Caltagirone, merita una visita.
  • Chiesa di San Girolamo (Seicento): minuscola chiesa con un piccolo spiazzale antistante, tra strette scalinate che scendono e salgono fra le case che circondano questa chiesetta di quartiere.
  • Palazzo Ascenzo (fine Settecento), di fronte al Palazzo di Città, è caratterizzato da poderosi mensoloni a piede unico, a sostegno dei balconi.
  • Palazzo Cannizzaro (ex Manenti) (Settecento), si trova subito dopo il precedente salendo il Corso sul lato sinistro. Incompleto, essendo stato costruito solo il portale centrale e l'ala sinistra, il Palazzo presenta tre bei balconi spagnoleggianti, dei quali i due laterali sostenuti da cinque mensole in cui sono scolpiti vari mascheroni, uno dei quali raffigura il primo proprietario del palazzo.
  • Palazzo Salemi (edificato dal 1631 al 1640), con i suoi caratteristici portici (dialetto: Ponti Pulèra), già Palazzo Comunale dalla seconda metà del Seicento al 1869, presenta a piano terra un portico con sei arcate, sormontato al piano superiore da una lunga balconata continua.
  • Palazzo Papa, già Grimaldi (secoli XVII-XIX), nei pressi del Duomo di San Giorgio, lungo la strada che porta all'ingresso del Castello.

Chiesa del Santissimo Salvatore
  • Chiesa del Santissimo Salvatore (XV sec., ricostruita nel XVIII), ricca di pregevoli stucchi e di notevoli tele, fra cui una Immacolata (1765) del palermitano Pietro Spinosa, ha un superbo altare maggiore in marmo, con cinque medaglioni raffiguranti altrettanti episodi biblici. Della chiesa originaria del Quattrocento si conservano solo la base del campanile, una croce di pietra scolpita ed una campana datata 1537. Rimaneggiata più volte nel tempo, negli anni Venti del Settecento è documentata la presenza di Rosario Gagliardi per un intervento nello spazio absidale.
  • Chiesa di Sant'Anna (1686) ed ex Convento dei Padri Francescani Riformati (1613), sede della Sezione di Modica dell'Archivio di Stato di Ragusa, in cui è depositato l'importante Archivio della Contea di Modica. In cima all'imponente prospetto barocco dell'ex Convento, che domina sulla parte bassa della città, si trova la bellissima aquila reale in pietra che rappresenta lo stemma della Contea.
  • Palazzo Tommasi Rosso/Tedeschi (fine Settecento), si trova lungo il corso Umberto, subito dopo il Duomo di San Pietro, ed è caratterizzato dalla lunga serie di mensole che sorreggono sei dei sette balconi, le quali sono scolpite con mascheroni raffiguranti vecchioni, suonatori di flauto, putti, delfini e pettorute sirene.
  • Chiesetta di Santa Lucia (Settecento), incastonata nel cuore del quartiere Francavilla, nel bel mezzo di quel grattacielo orizzontale di case che si accavallano in ordine sparso dalla parte più alta di Corso Umberto, sollevando lo sguardo verso la cima della collina, dominata dal Belvedere del Pizzo.
  • Chiesa di San Michele (Seicento), col grazioso campanile che fa compagnia in tante stampe alla maestosa cupola, alta 36 metri, del limitrofo Duomo di San Giorgio.
  • Chiesa di San Giuseppe (1613), a pochi metri dall'entrata del Castello, con annesso un piccolo convento (1894) dei Gesuiti. Distrutta e abbandonata dopo il sisma del 1693, fu restaurata e riaperta al culto nel 1894. La chiesetta conserva al suo interno, certamente proveniente dalla preesistente chiesa distrutta dal sisma, una bellissima Natività in marmo, datata 1511, rappresentante un piccolo presepio con tutti i classici personaggi ed ambienti, con ai lati quattro bellissime teste di angeli, che insieme al volto della Madonna sembrano di scuola gaginiana.
  • Chiesa dei Santi Nicolò ed Erasmo, con prospetto rifatto in stile neoclassico nell'Ottocento.
  • Chiesa di Santa Teresa d'Avila ed ex Monastero delle Carmelitane Scalze.
  • Chiesa di San Teodoro (Seicento/Settecento), rifatta intorno alla metà dell'Ottocento dalla famiglia Grimaldi (si veda lo stemma sul prospetto).
  • Chiesa di Sant'Antonino (Cinquecento, ricostruita nel Settecento). La cripta sotterranea ingloba la vecchia chiesa del XVI secolo.
  • Palazzo Napolino/De Naro Papa (Ottocento), nella parte alta della città, di fronte alla chiesa di San Giovanni Evangelista; presenta una bella loggia, a sostegno di una terrazza, con tre arcate, sormontate da tre mascheroni.
  • Chiesa di San Ciro (1856), piccolissima, con buone tele ottocentesche, pregevoli statue nella Cappella del Cristo morto e dell'Addolorata.
  • Chiesa di San Martino, settecentesca, ricchissima di stucchi, non visitabile.
  • Palazzo Rubino/Trombadore(fine Settecento-primo Ottocento), con notevolissimo prospetto tardo-barocco, dove gli elementi stlistici delle mensole, con mascheroni e decorazioni fogliacee, testimoniano la persistenza del gusto rococò in pieno Ottocento.
  • Palazzo ex Convento dei PP. Mercedari, con annesso Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
  • Chiesa di Sant'Andrea (prospetto rifatto nel Settecento).
  • Chiesa di S.Maria della Catena, anche questa ricostruita nel Settecento.
  • Chiesa di Santa Margherita, ricostruita nel Settecento.
  • Chiesa di San Francesco Saverio (Badia), originaria del Cinquecento, restaurata nel Settecento, ricca di bellissimi stucchi, visitabile nel tardo pomeriggio dei giorni feriali, quando ivi si celebra la SS.Messa per le Suore Carmelitane Missionarie di Santa Teresa del Bambin Gesù.

Siti archeologici

Chiesa rupestre di San Nicolò Inferiore

Presenta dei magnifici affreschi sulla nuda roccia, di stile tardo-bizantino, databili fra il XII ed il XVI secolo (l'anno 1594 si trova dipinto sulla roccia accanto ad una raffigurazione): si tratta di una grotta artificiale, in pieno centro cittadino, nella quale si osservano diversi cicli di affreschi; una chiesa rupestre definita dagli studiosi un unicum nel panorama della Sicilia medievale. L'affresco principale è un bellissimo Cristo Pantocratore posto al centro dell'abside, dove si raffigura un Cristo benedicente racchiuso in una mandorla seduto su un trono fra due coppie di Angeli. Sul lato destro dell'abside si trova un catino battesimale, scavato nella roccia, per il battesimo con rito orientale. Ultimi in ordine di tempo, alcuni lavori di scavo hanno portato alla luce una serie di cripte e di tombe terragne.

Cava Ispica


Grotta di Cava Ispica
Cava Ispica (il nome precede quello dell'omonima, vicina città, chiamata Spaccaforno fino al 1936) raccoglie, in tredici chilometri di lunghezza, numerose testimonianze di epoche diverse: dalle grotticelle sicule a forno dell'età del bronzo, alle catacombe cristiane del Basso Impero (IV-V secolo d.C.), dagli affreschi rupestri della "Grotta dei Santi", ai ruderi della chiesetta bizantina di S. Pancrati. Notevole la catacomba della Larderia, un cimitero ipogeico che in circa 500 m2 (secondo in Sicilia per estensione) racchiude ben 464 tombe, suddivise in tre gallerie sotterranee, delle quali la principale è lunga circa trenta metri. Il sito è in effetti una vera e propria città nella roccia, dove nei pressi delle grotte abitate dagli uomini e dagli animali domestici, ce ne erano altre adibite a magazzini, o a luoghi di culto con altari e affreschi sulla nuda roccia. Infine, nascoste dalla vegetazione o protette da una certa difficoltà di accesso, negli anfratti più ripidi della cava, centinaia di grotte ad uso funerario.
La cava, che in alcuni punti è profonda anche cento metri e larga più di 500, presenta una vegetazione rigogliosa, attrazione per varie specie di uccelli, tale da conferire al luogo notevole importanza anche dal punto di vista naturalistico.
Lungo la vallata sono presenti una miriade di grotte naturali o scavate nelle roccia dalla mano dell'uomo, alcune difficili da raggiungere, se non con corde, stretti camminamenti tra i massi o scale. Molte grotte sono contigue, magari su piani sovrapposti comunicanti tra di loro tramite botole artificiali praticate nelle pareti rocciose.
Celebre e di grande interesse storico ed archeologico è il Castello Sicano a cinque piani, interamente incassato nella roccia, vera e propria fortezza scavata in una parete calcarea che scende a picco per trenta metri di altezza. Forse era la residenza del principe del luogo.

Cava Lazzaro

La valle di Cava Lazzaro annuncia quella di Cava Ispica, e rappresenta una fra le più interessanti stazioni archeologiche del paleolitico siciliano. Presenta grotte a forno e ad anticella, oltre a caverne templari ad uso religioso, con escavazioni a mano di pilastri e colonne. Di notevole pregio archeologico è la Tomba Orsi, certamente riservata ad un personaggio importante del luogo, con un prospetto molto esteso in lunghezza e ornato con finti pilastri, sui quali sono scolpiti simboli geometrici; prende il nome da colui che la scoprì, l'archeologo Paolo Orsi. A Cava Lazzaro sono stati rinvenuti strumenti di amigdala, vasellame della civiltà castellucciana, manufatti vari di civiltà presicule comprese nel periodo XXII-XV secolo a.C.(facies di Castelluccio, prima età del bronzo), tutti conservati al Museo Civico di Modica. A Cava Lazzaro è stato trovato pure un cranio assegnato dal Pigorini al tipo di Neanderthal, e che è visibile al Museo Etnografico L. Pigorini di Roma.

Cava dei Servi

Essa alterna pareti rocciose a strapiombo, a zone dall'andamento pianeggiante, a gole profonde invase dall'acqua del torrente (a regime permanente) Tellesimo: morfologia complessa e variegata che attribuisce alla zona particolare bellezza, grazie anche alla ricca vegetazione presente sui versanti e nel fondo valle. Si possono, infatti, ammirare boschi con lecci e querce, e tratti di Gariga[29], tipica formazione discontinua di cespugli e piccoli arbusti, fra i quali predominante è il timo arbustivo (Thymus capitatus), che è quella essenza aromatica, cibo preferito delle api, le quali producono il più famoso miele ibleo, appunto il miele di timo. Infine, presenti larghi tratti di macchia mediterranea. Nella parte iniziale, la Cava dei Servi (di Dio), diventata Parco forestale, si presenta ampia e di facile accesso. Lungo la cava scorre il torrente Tellesimo, un affluente del Tellaro, che forma ad un certo punto del suo corso il Gorgo della campana, un laghetto a forma circolare di cui non si è ancora riusciti a misurare la profondità. Questo torrente è uno dei più singolari della zona iblea: nasce in contrada Bellocozzo all'interno proprio della Cava dei Servi e termina dopo circa 15 km confluendo nel fiume Tellaro, in territorio di Noto. La cava lungo cui scorre il Tellesimo ha pareti a strapiombo traforate da parecchie grotte, e diventa, nella parte terminale, stretta e tortuosa, conservando così, grazie alla sua impervietà, un ecosistema ancora integro. Per quanto riguarda la fauna, oltre ad uccelli come falchi, poiane, beccacce e tortore, si possono incontrare volpi, martore, istrici e gatti selvatici. Cava dei Servi fu abitata dall'uomo fin dalla preistoria. Su una collina chiamata Cozzo Croce si trovano, infatti, alcune necropoli attribuibili all'età del bronzo, con due monumenti funerari (dolmen) realizzati con lastroni infissi nel terreno e disposti circolarmente, oltre ad alcune tombe a grotticella e altre ad enchytrismòs, queste ultime per il ritrovamento in esse di vasi o anfore contenenti tracce di ceneri, in riferimento alla usanza protostorica in questa parte di Sicilia di ricorrere a tale modalità di conservazione dei resti mortali dei defunti. Si chiama "Cava dei Servi" perché si dice che in passato qua venissero i Servi di Dio.

Tradizioni e folclore


Madonna Vasa-Vasa
  • Madonna Vasa-Vasa: si svolge nella mattinata di Pasqua. Risalente almeno[49] al 1645, rappresenta l'incontro fra la Madonna ed il Cristo Risorto, reso caratteristico ed emozionante in questa versione modicana dal fatto che il simulacro di Maria, in pratica un burattino in legno sul tipo dei pupi Siciliani, muove le braccia, impartisce benedizioni e si china a baciare il petto del figlio risorto. A mezzogiorno in punto, fra ali di folla acclamanti, spari di bombe e campane a festa, alla Madonna, non appena "scorge" in lontananza Gesù Risorto, viene fatto cadere il manto nero che la ricopre, lasciando così scoperto il suo vestito azzurro; contemporaneamente vengono liberate in volo una decina di colombe bianche, nascoste in precedenza nel basamento del simulacro della Madonna.
  • Festa del Patrono San Giorgio, il 23 aprile se cade di domenica, oppure la prima domenica successiva alla data (nel 2011 eccezionalmente i festeggiamenti hanno avuto luogo l'8 di maggio): il simulacro raffigurante il Santo Cavaliere che uccide il drago, viene portato a spalle lungo tutto il centro storico della città, prima a Modica Alta, poi a Modica Bassa, a partire dal primo pomeriggio, per finire con i giri festanti all'interno del Duomo dalle 23:00 circa.
  • Eurochocolate - ChocoBarocco - ChocoModica: le prime edizioni furono primaverili, negli ultimi anni si è optato per il ponte dell'Immacolata a dicembre. Si contano già dieci edizioni. L'evento rappresenta l'occasione giusta per visitare la città partecipando a tour guidati, e per degustare tutte le specialità dolciarie locali. In occasione della Kermesse del cioccolato di Modica si svolgono una serie di convegni ed eventi incentrati sul cacao, sulla tipica cioccolata modicana e sui prodotti dolciari per i quali Modica è rinomata. Il dolce appuntamento per il 2010 si è svolto nei giorni dal 3 all'8 dicembre, (Choco Notte il 4 dicembre), e la versione di quest'anno, così come quella del 2009, non ha più avuto il marchio perugino, ma piuttosto, col nome di ChocoBarocco, è stata un'edizione organizzata in maniera autonoma dai maestri cioccolattieri modicani, riuniti in un Consorzio per la tutela e la promozione del prodotto, ricchi dell'esperienza degli anni passati. L'edizione del 2014, che si è tenuta dal 5 all' 8 dicembre, ha confermato l'inserimento fra le manifestazioni turistiche di rilevanza nazionale della Regione Siciliana, ed è stata organizzata nuovamente in collaborazione con lo staff di Eurochocolate di Perugia.
  • Settimana Quasimodiana: puntualmente come dal 1996 in poi ogni anno, nella settimana a cavallo del 20 agosto 2011 si tengono le varie rappresentazioni culturali che ricordano, nell'anniversario della sua nascita (20 agosto), il poeta Salvatore Quasimodo, che a Modica appunto venne alla luce. Il programma prevede tutte le sere visite guidate ai Musei ed alla Casa natale, mentre il clou è la Notte della Poesia il 20 agosto. A Modica opera il Parco Letterario Salvatore Quasimodo[50], che ha sedi pure a Roccalumera, paese d'origine della famiglia, ed a Messina, dove il Poeta trascorse buona parte dell'adolescenza, e dove intraprese gli studi superiori. Il Parco cura varie manifestazioni culturali della città di Modica, soprattutto nel mese di agosto, quando ricorre l'anniversario della nascita.
  • Sagra del carrubo, a Frigintini in settembre o ottobre: si degustano tutte le specialità a base di carrube: lolli (cavatelli cotti in sciroppo di carrube e ricoperti con mandorla tritata abbrustolita), gelo, biscotti e caramelle.
  • Presepe Vivente: durante le festività di Natale, un Presepe Vivente viene rappresentato lungo i vicoletti e le scalinate di uno degli antichi quartieri del centro storico della città, oppure, a volte, fuori città, nella zona archeologica di Cava Ispica, nella suggestiva ambientazione delle grotte scavate dall'uomo nel corso dei secoli. L'edizione 2007 è stata ambientata nei bassi e negli anfratti rocciosi su cui poggiano i resti del Castello dei Conti. L'edizione 2009 si è svolta nel caratteristico parco urbano di San Giuseppe Timpuni di recente realizzazione.

Monterosso Almo

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Monterosso Almo
comune
Monterosso Almo – Stemma Monterosso Almo – Bandiera


Panorama di Monterosso Almo
Panorama di Monterosso Almo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Paolo Buscema (lista civica) dall'08/05/2012
Territorio
Coordinate 37°06′N 14°46′ECoordinate: 37°06′N 14°46′E (Mappa)
Altitudine 701 m s.l.m.
Superficie 56,55 km²
Abitanti 3 075[1] (01-01-2015)
Densità 54,38 ab./km²
Frazioni Monterosso Almo
Comuni confinanti Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Ragusa, Licodia Eubea (CT)
Altre informazioni
Cod. postale 97010
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088007
Cod. catastale F610
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona D, 1 591 GG[2]
Nome abitanti monterossani
Patrono san Giovanni Battista
Giorno festivo 24 giugno
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Monterosso Almo
Monterosso Almo
Posizione del comune di Monterosso Almo nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Monterosso Almo nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Monterosso Almo (Muntirrussu in siciliano) è un comune italiano di 3.075 abitanti[1] della provincia di Ragusa in Sicilia.
La cittadina fa parte del circuito dei borghi più belli d'Italia.

Storia

Le origini di Monterosso affondano nella notte dei tempi: la necropoli di Calaforno e l'abitato di monte Casasia, scoperti negli anni '60, dimostrano infatti come il territorio sia stato abitato da popolazioni sicule. L'ipogeo di Calaforno è stato inizialmente usato come luogo di sepoltura, poi come luogo di abitazione e, nel periodo romano come luogo di rifugio dei cristiani.
Queste popolazioni in seguito alle incursioni dei greci si ritirarono sui monti interni, dando vita ad altri centri. Non esistono documenti che risalgono al periodo greco-romano. In una zona situata sulla strada Vizzini-Monterosso si trovano le grotte dei Santi con alcuni affreschi bizantini, che sono state abitate nel periodo delle persecuzioni cristiane.
Nel 1168 il paese appartenne a Goffredo figlio del Conte Ruggero. Già il paese aveva una fisionomia e un certo numero di abitanti e prese il nome di Monte Jahalmo. Successivamente il paese appartenne al conte Enrico Rosso che costruì un castello presso la contrada Casale del quale si è persa ogni traccia. In seguito alle nozze di Enrico con la figlia di Federico Chiaramonte, il paese entra a far parte della Contea di Modica e in questo periodo prende il nome di Monterosso.
Dopo la caduta dei Chiaramonte, intorno all'anno 1393, la contea, e quindi anche Monterosso, passò in mano di Bernardo Cabrera. Il Cabrera, assetato di potere, portò il paese alla rovina, dopo che fallite le sue ambizioni di ottenere la corona di Sicilia fu costretto a pagare un forte debito vendendo il paese. In seguito, nel 1508, il paese fu ricomprato dagli eredi del Cabrera, i quali vi costruirono due castelli.
Nel 1649 ebbe inizio la costruzione del nuovo convento di S. Anna, l'edificazione del monastero fu finanziata da Donna Marcella dell'Albani, originaria di Biscari, e dal marito Don Giovanni Francesco Distefano; nella chiesa conventuale trovò sepoltura Don Angelo Distefano. L'11 gennaio del 1693 anche Monterosso fu colpito dal tremendo terremoto che distrusse la Sicilia orientale, vi furono circa 200 morti e solo pochi ruderi rimasero quali la cappella di Sant'Antonio e il Mulino Vecchio. Da allora il paese è stato ricostruito sempre più in cima al monte, assumendo l'attuale topografia.

Veduta di Monterosso Almo

Monumenti e luoghi d'interesse


La basilica di San Giovanni Battista.

Architetture religiose

Architetture civili

  • Palazzo Cocuzza, edificio tardo barocco;
  • Casa palazzata Barone Burgio;
  • Fontana pubblica del 1894;
  • Palazzo Barone Noto (o Palazzo Noto), antico palazzo appartenuto alla famiglia Noto di Monterosso Almo parzialmente distrutto dal terremoto del 1693, ricostruito tra il XIX e il XX secolo con un diverso stile.

Eventi

  • 17 gennaio: festa in onore di Sant'Antonio Abate, poi un tradizionale falò in piazza Sant'Antonio e fuochi pirotecnici.
  • Martedì dopo Pasqua:-- Festa in onore dell'Addolorata
  • Domenica in Albis: tradizionale processione a spalla di Maria Santissima verso Sant'Antonio u Viecchiu.
  • Riti della Settimana Santa: domenica delle Palme processione con Gesù e l'asinello; Mercoledì Santo tradizionale processione con il Cristo alla colonna; Venerdì Santo caratteristica processione con Scisa ra Cruci e Svelata ra Bedda Matri; Domenica di Pasqua tradizionale 'Ncrinata del Cristo Risorto e della Vergine Maria e processione per le vie del paese.
  • terzo sabato dopo pasqua: sagra dei cavati.
  • terza domenica dopo pasqua: Festa degli Angeli in onore di Maria Santissima Addolorata.
  • 24 giugno: natività di San Giovanni Battista.
  • Prima domenica di settembre: festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista, Patrono e Protettore del Comune[5].
  • Terza domenica di settembre: festa in onore di Maria Santissima Addolorata, Regina e Patrona Principale del Comune.
  • Quinta domenica di settembre o prima domenica di ottobre: festeggiamenti in onore di Maria Santissima Bambina.
  • 8 dicembre: Solennità dell'Immacolata Concezione nella Chiesa di Sant'Anna.
  • 8 dicembre anniversario Santuario Diocesano Maria Santissima Addolorata.
  • 26-28 dicembre e 1, 4, 6 gennaio: presepe vivente.

La Festa Patronale di San Giovanni Battista

(concessa autorizzazione da www.sangiovannimonterosso.it fonte originale)
La prima testimonianza riguardante la festa di S.Giovanni a Monterosso è rappresentata da un atto notarile del 1559 in cui un abitante del posto si impegna a pagare, entro tempi certi, dei debiti contratti, citando tra le scadenze la “ festa di Santo Joanni”. In più documenti si accenna alla festa nel Seicento: il 16 agosto del 1699 i procuratori e i rettori della chiesa di S.Giovanni chiedono al Tribunale del Sant'Uffizio l'autorizzazione “ come è stato solito ogni anno di solennizzare la festività di Maria SS.ma delli Pericoli con farsi la processione dell'immagine di detta Madonna e del Glorioso S.Giovanni Battista ”. In una supplica, del 1755, al vescovo di Siracusa, i confrati descrivono la festa e fanno presente che nella loro chiesa “ ab immemorabile è stata sempre solennizzata (una festa) particolare al culto e venerazione del Santo Precursore in ogni ultima domenica d'agosto d'ogni anno, facendosi doppo detta festa in detto giorno non solo la processione ma solennizzandosi anche tutta la seguente Ottava al detto Santo, stando esposto il suo simulacro, con messe cantate ogni giorno ed esposizione del Divinissimo Sacramento per tutta l'Ottava, canto di compieta e altri esercizi spirituali e tutto ciò a spese delli divoti che concorrono colle loro limosine per far ossequio al detto Santo.” Mentre in un memoriale del 1766 si parla dei predicatori che venivano invitati a tenere i loro sermoni durante l'Ottavario. S.Giovanni si festeggiava il 24 giugno (nascita) ed il 29 agosto(martirio). Nel 1795, “ occorrendo che il dì 29 agosto è giorno di lavoro, non si può affatto la detta processione eseguirsi giacché manca tutta la gente necessaria per condurre il simulacro di S. Giovanni Battista, i ricorrenti (i procuratori della chiesa di S. Giovanni) chiedono che, restando ferma la risoluzione del Governo di incominciare la festa di detto Santo il giorno in cui lo celebra la Chiesa, sia permesso soltanto di farsi la processione nella prima festa (giorno festivo) che incontra nell'Ottavario”. Da allora la processione si svolse la prima domenica di settembre. La festa di S.Giovanni era un evento atteso tutto l'anno e l'intero paese si metteva in moto e contribuiva, prevalentemente con doni in natura, essenzialmente frumento, alla sua organizzazione. Addirittura veniva acquistato un asino, che consentiva gli spostamenti a chi si incaricava di raccogliere i fondi nelle campagne, un tempo molto abitate e frequentate per motivi di lavoro, ragion per cui tale raccolta durava più di un mese. Un momento particolare era la questua, il venerdì e il sabato, la commissione accompagnata dalle note della banda musicale passava per i forni e le botteghe dove “ si scassavunu i carusedda ”, i salvadanai in cui si raccoglievano le offerte per la festa date dalle massaie mentre facevano il pane o mentre si faceva la spesa. Venivano chiamate di anno in anno, insieme alla banda musicale cittadina, le più rinomate bande del circondario ai cui componenti si forniva vitto e alloggio, visto che dovevano rimanere per gli ultimi tre giorni della festa. Per quanto riguarda il giorno della festa vera e propria, la domenica mattina veniva celebrata una Messa ogni ora, a partire dalle 5. Durante la processione del mattino, il simulacro veniva portato sulle nude spalle dei fedeli, che sanguinavano, e molto suggestivo doveva essere il momento in cui i bambini con una veste rossa venivano presentati al Santo e poi spogliati e la veste legata al percolo. I più anziani ricordano i palloni illuminati, specie di mongolfiere in miniatura che, all'uscita del simulacro, si libravano nell'aria con grande stupore e gioia dei bambini che le inseguivano per accaparrarsele una volta cadute a terra, il pallone più bello era, naturalmente, quello con l'effigie di S. Giovanni.
LA FESTA OGGI...
A Monterosso Almo, la festa di San Giovanni Battista, che si tiene tradizionalmente la prima domenica di settembre, è un momento un po' speciale. Monterosso, uno dei più piccoli Comuni della provincia di Ragusa, sito ai confini con le province di Catania e Siracusa, vive intensamente questi momenti particolari della festa, con gioia genuina fatta di piccole, antiche e tradizionali cose e ricordi; tipico della gente di montagna (che ha nel suo passato una vita fatta di lavoro e di stenti), aggrappata alla sua terra, alla sua storia e alle sue tradizioni, ma con uno sguardo rivolto verso il futuro, verso un domani migliore. Dicevamo momento particolare perché man mano che si avvicina il giorno della festa del Santo Patrono arrivano gli emigrati dall'Australia, dall'Argentina e dall'Europa, gente che non ritorna nel suo piccolo Monterosso da decine di anni, o figli di monterossani che vengono per conoscere le proprie origini, la vita del paese assume un ritmo crescente direi quasi frenetico che riesce a coinvolgere grandi e piccini nella sua preparazione. In questo periodo tutte le case che durante l'anno restano chiuse, vengono riaperte e abitate anche se per pochi giorni; non è più un paesino di circa 3.500 anime, ma di più. Proprio per questo la festa viene preceduta da alcuni giorni di spettacoli che hanno il culmine con la festa dell'emigrato e con il Premio Aquila d'oro, dove vengono valorizzati e posti all'attenzione quegli emigrati che si sono contraddistinti in Italia e nel mondo con il loro impegno e la loro laboriosità. La festa di San Giovanni Battista, a Monterosso Almo, ha origini molto antiche, da alcuni documenti in archivio si può dedurre che risalga al XII sec., certo però che la tradizione si perde nella memoria degli antichi. Questa festa, a differenza di molte altre, riesce ad essere particolare per il suo connubio molto semplice tra spiritualità e folklore che non si disturbano a vicenda, ma anzi rendono più armoniosa e gioiosa la festa stessa. Questo è il motivo principale che attira, la prima domenica di settembre a Monterosso migliaia di turisti. Chi viene in quel giorno non si sente estraneo, ma ospite gradito e coinvolto in nell'aria di festa. Le processioni con il Simulacro del Santo Patrono restano il momento principale della giornata. Particolare e molto emozionante è la tradizionale "nisciuta" alle ore 11.00. Gli squilli di 8 trombe egiziane richiamano l'attenzione di tutta la gente in piazza e allo scorgere del Simulacro dal portale della Chiesa portato a spalla dai fedeli, tra pianti di commozione e applausi, lo scoppio dei fuochi d'artificio e il lancio di una nebbia di 'nzaiarieddi, il tutto fa da cornice all'abbraccio del Santo Patrono con la sua Monterosso. Finemente ricamato in oro e lavorato a mano è lo stendardo della confraternita dedicata al Santo che fu fondata nell'agosto del 1257. Di particolare splendore è il fercolo del Santo, scolpito a mano e ricoperto tutto con foglia d'oro zecchino, alla fine del Settecento risale la sua manifattura; molto più antica è la statua, restano ignoti gli autori, molto probabilmente artigiani locali. Particolarmente artistiche sono le luminarie per le strade del paese, con un gioco di luci e di colori che si incastonano molto bene nell'aria di festa del paese. Due sono i corpi bandistici che accompagnano le processioni, nella prima processione del mattino numerosissimi sono i pellegrini a piedi nudi e con la cera in mano che precedono la statua del Santo Patrono, pellegrini in gran parte venuti dai paesi vicini a piedi scalzi durante la notte tra il sabato e l'alba della domenica, arrivando in Chiesa prima delle ore 6.00 per assistere alla prima Santa Messa in onore del Santo dedicata proprio ai pellegrini. Tipico e tradizionale nel pomeriggio la "cena ", cioè la vendita all'asta dei dolci tipici preparati dalla gente e offerti al Santo, oltre ai dolci si possono notare le tradizionali forme di pane che raffigurano il volto del Santo Patrono. Apprezzati e graditi per la loro bellezza e grandiosità, sono lo spettacolo pirotecnico che si tiene in c.da Casale e a conclusione dei festeggiamenti in p.za S. Giovanni lo spettacolo Piro-Musicale, tali spettacoli sono divenuti ormai un appuntamento fisso per gli appassionati e non, di tutta la provincia e del circondario.

Pozzallo

Pozzallo (Puzzaddu in siciliano[2]) è un comune italiano di 19 582 abitanti[3] della provincia di Ragusa in Sicilia.

Storia


La zona tra Pozzallo e Santa Maria del Focallo, come accertato da Paolo Orsi, risultava abitata da contadini e pescatori già in epoca bizantina: l'archeologo trentino rinvenne lungo la costa compresa tra Pietre Nere e Santa Maria del Focallo alcuni ruderi , tra cui quello di un forno, risalenti al XII secolo[4]. Nel 1908 fu inoltre ritrovato in un terreno di proprietà del marchese (e in seguito podestà) Corrado Tedeschi un recipiente con all'interno 600 monete romane. Circa 400 di esse furono trafugate, mentre le restanti 229 furono studiate da Orsi, che le datò tra il 72 e il 249 d.C[4]. Alla fine del XIX secolo fu ritrovata nella zona dello Scaro un'antica tomba messena, risalente alla terza guerra messenica e appartenente ad un re; la zona infatti divenne luogo di rifugio per i soldati messeni sconfitti, che ivi si stabilirono in capanne di fango[4]. Sempre secondo i ritrovamenti, risulta che nella zona vivessero alcune comunità paleocristiane, che vivevano in maniera spartana sulle rive dei pozzi d'acqua dolce[4].
Verso la fine del XIV secolo della zona compresa tra Capo Passero e Punta Regilione si interessò Manfredi III Chiaramonte, conte di Modica. Nella zona erano presenti dei magazzini in disuso, che Manfredi aveva intenzione di valorizzare per costruire un porto strategico per la rotta verso Malta[4]. Tuttavia nel 1391 Manfredi morì e il progetto fu ripreso da suo figlio Andrea, che costruì un Caricatore, un complesso di magazzini che comprendeva pontili e scivoli per l'imbarco di merce (specialmente frumento) sui velieri[4].
In seguito Martino I di Aragona ordinò l'invasione della Sicilia e mise a capo delle truppe Bernardo Cabrera che nel 1392 conquistò l'Isola e fece decapitare Andrea per alto tradimento; per premiarlo, il re aragonese lo nominò Grande Ammiraglio del Regno di Aragona e gli concesse il territorio della Contea di Modica. Cabrera ampliò il caricatore e costruì la piana dei fossi, una serie di fossati capaci di contenere migliaia di salme di frumento[4]. Quando morì, la contea passò al figlio Giovanni Bernardo Cabrera, che chiese l'autorizzazione per poter costruire una torre di difesa per difendere la zona dalle incursioni dei pirati, che solevano nascondersi nelle rade di Raganzino, Maganuco e Cala Brigantina; il Decreto di Erezione della Torre è datato 1429 ad opera di Tommaso Fazello, che attribuisce erroneamente la costruzione a Bernardo e non al figlio Giovanni Bernardo[4]. La Torre del Pozzallo, in seguito denominata Cabrera, aveva mura esterne spesse due metri ed era lambita dal mare su un lato. Lì prestavano servizio soldati e artiglieri e sulle sue terrazze erano piazzati cannoni di diverso calibro, mentre i cavalleggeri sorvegliavano la costa[5].
In quel periodo un ignoto autore siciliano scrisse che Puzzallo è, fra li caricatori di frumento, mediocre, facendo intendere che il caricatore pozzallese era poca cosa rispetto ai porti siciliani più importanti (Palermo, Siracusa, Catania e Messina)[4].
Oltre al frumento, dal cariatore venivano esportati anche canapa, orzo, carrubbe, carbone e legname[4][6].
Il XVI e il XVII secolo furono secoli difficili per la piccola borgata: si susseguirono quattro epidemie di peste (1576[7], 1622, 1626 e 1631), tre carestie (1581, 1590 e 1672), tre invasioni di cavallette (1616, 1637 e 1666) e due alluvioni (1619 e 1622), che decimarono la popolazione[4]. Tuttavia l'evento più devastante è stato il terremoto del 1693, che fece crollare interamente la Torre (che già dava segni di cedimento)[4]. L'artiglieria che venne recuperata dalle macerie fu spostata sulla scogliera tra Pietre Nere e Santa Maria del Focallo, lasciando via libera ai pirati per poter saccheggiare la borgata[4]. Dopo mesi di proteste da parte degli abitanti, stanchi dei continui saccheggiamenti, la Torre fu ricostruita con l'aggiunta di una grande piattaforma merlata affacciata sul mare[8] e una serie di contrafforti, per dare maggiore stabilità[4]. Dopo una serie di terremoti, la Torre fu ulteriormente rinforzata con delle spranghe di ferro che ne cingevano le mura; tuttavia esse furono rimosse durante la ristrutturazione del 1960[4].
All'inizio del XVIII secolo scoppiò la polveriera, sita all'ultimo piano della torre, che danneggiò la struttura e che scagliò alcuni massi sulle abitazioni; la torre fu subito ricostruita, ma ormai aveva perso la sua funzione strategica: le incursioni dei pirati non avevano più luogo da decenni e la ricostruzione aveva uno scopo estetico più che difensivo[4].

I magazzini del Caricatore negli anni cinquanta, prima della completa demolizione
Con la fine del feudalesimo in Sicilia il caricatore perse importanza e, negli ultimi anni del XIX secolo, fu quasi totalmente demolito (fu completamente abbattuto sul finire degli anni sessanta) per lasciare spazio alle abitazioni, che man mano aumentavano di numero: l'agglomerato urbano era costituito in un primo tempo da poche centinaia di persone fra soldati e pescatori, ma ben presto con l'incremento delle attività marittimo-commerciale arrivò a triplicarsi e a passare, da borgata dipendente da Modica, a comune autonomo in data 12 giugno 1829, con decreto di Francesco I di Borbone, Re delle Due Sicilie[9]. Il primo dato certo sulla popolazione di Pozzallo risale al 1831 e parla di 1787 residenti: prima di allora fu infatti fatta confusione con gli abitanti di Palazzolo Acreide, generando dati errati ottenuti dalla somma degli abitanti delle due località[4].
Dopo la separazione da Modica, Pozzallo conobbe un decollo economico e commerciale, con la costruzione di alcune strade (la rotabile Pozzallo-Modica, la Pozzallo-Spaccaforno e la Pozzallo-Scicli, nonché, in territorio comunale, la via Scaro e il Lungomare Pietrenere[10]) e l'affermazione di alcune famiglie borghesi (i Pandolfi, i Giunta, gli Avitabile e i Polara-Tedeschi[11]) che controllavano le attività commerciali del comune[4].
A questo periodo di splendore coincise il declino della torre: nel 1848 Ferdinando II delle Due Sicilie ne ordinò il disarmo completo e la declassò a sede di un battaglione di Finanza, rimosso nel 1895[4].
La torre rimase inutilizzata fino alla seconda guerra mondiale, quando fu piazzata nella terrazza la batteria contraerea per contrastare i bombardamenti Alleati[4]. Nel 1943 Pozzallo subì 27 bombardamenti, che però non intaccarono mai la torre, vero obiettivo dei bombardieri[4].
In quell'anno la popolazione emigrò in massa verso la Cava d'Ispica, spopolando il paese, che divenne una città fantasma fino allo sbarco alleato del 10 luglio[4].
In seguito, la torre cessò definitivamente il suo scopo militare e venne nominato monumento nazionale[4].

Simboli

Pozzallo-Stemma.png
« D'azzurro alla torre quadrangolare d'argento sul mare, accostata a destra da una navicella e nel cantone sinistro del capo da una stella d'argento di cinque raggi con il motto intorno "secundis ventis" »
(Blasonatura)
Lo stemma è dominato da una rappresentazione della Torre Cabrera, principale monumento della città. A sinistra è presente una goletta, simbolo della vocazione marittima della città, mentre in alto a destra è presente una stella bianca recante la scritta SECUNDIS VENTIS, in onore della nobile famiglia dei Polara-Tedeschi (strettamente imparentata con i Platamone) che per lungo tempo ha detenuto il potere sulla città dopo l'indipendenza da Modica.

Monumenti e luoghi d'interesse


Veduta panoramica del paese dalla Spiaggia Pietrenere

Pozzallo - La Zabatana

Architetture religiose

Architetture civili

  • Torre Cabrera: Monumento Nazionale, è l'edificio simbolo della città e venne costruito nel XV secolo.
  • Palazzo comunale Giorgio La Pira: costruito tra il 1923 e il 1926, dal 1928 è la sede del comune.
  • Villa Tedeschi: costruita nel XVIII secolo, apparteneva ai Tedeschi-Polara, famiglia che ha a lungo governato sulla città dopo la separazione da Modica. Oggi vi ha sede la biblioteca civica.
  • Palazzo Giunta: costruito tra il 1900 e il 1910 su commissione di Enrico Giunta, sorge in Piazza Rimembranze.
  • Castello Di Martino: La costruzione iniziò su commissione della famiglia Di Martino intorno al 1930, ma non venne mai completato e sorge in rovina di fronte al porto, su una collinetta. Per qualche anno, fino al 2012, ha ospitato la Via Crucis vivente.

Santa Croce Camerina

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Santa Croce Camerina
comune
Santa Croce Camerina – Stemma

Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Francesca Iurato (Il Paese che vogliAmo)
Territorio
Coordinate 36°49′38″N 14°31′26″ECoordinate: 36°49′38″N 14°31′26″E (Mappa)
Altitudine 87 m s.l.m.
Superficie 41,09 km²
Abitanti 10 767[1] (31-8-2015)
Densità 262,03 ab./km²
Frazioni Casuzze, Kaukana, Punta Secca, Punta Braccetto
Comuni confinanti Ragusa
Altre informazioni
Cod. postale 97017
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088010
Cod. catastale I178
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti Camarinensi, Santacrocesi
Patrono san Giuseppe
Giorno festivo 19 marzo
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Santa Croce Camerina
Santa Croce Camerina
Posizione del comune di Santa Croce Camerina nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Santa Croce Camerina nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Santa Croce Camerina (Santa Cruci in siciliano) è un comune italiano di 10 767 abitanti[1] della provincia di Ragusa in Sicilia.

Storia

Comune erede della colonia siracusana di Kamarina, fondata nel 598 a.C. e costruita sui colli antistanti il porto alla foce dell'Ippari. La fondazione avvenne da parte di ecisti siracusani e perciò di origine corinzia, Daskon e Menekleos, che guidarono i coloni, ed è testimoniata dall'emissione di una moneta con l'elmo corinzio e una palma mediterranea.
Il porto fu costruito drenando la preesistente palude, da qui il nome della ninfa Kama(rina) ed il simbolo della rinascita con il Cigno. Da colonia di Siracusa Kamarina si affermò quale Polis autonoma e nell'anno 553 a.C. si ribellò alla città-madre coinvolgendo nella sua causa le vicine popolazioni sicule sue alleate. Durante il dominio esercitato dal condottiero Ippocrate di Gela venne ripopolata con coloni geloi nell'anno 495 a.C., ma il suo successore Gelone dei Deinomenidi la distrusse nel 485 a.C. per ampliare il suo potere a Siracusa.
Nel 461 a.C. con la caduta dei Deinomenidi a Siracusa la Polis riacquistò la propria autonomia e libertà e aumentò la popolazione poiché diede la cittadinanza a molti esuli geloi. In seguito alla pace di Gela del 424 a.C. voluta dal siracusano Ermocrate a Kamarina venne assegnata da Siracusa come tributaria la polis siculo-ellenizzata di Morgantina, in cambio di una somma di denaro.
Durante la guerra fra Atene e Siracusa, sembra che Kamarina avesse aderito alla causa ateniese, come pare testimoniato dai tipi di diverse emissioni di monete, ma poi si defilò quando ad Alcibiade venne tolto il comando dell'esercito ateniese. Durante l'avanzata dell'esercito punico guidato da Annibale nel 406-405 a.C., Kamarina venne nuovamente saccheggiata e distrutta.
Kamarina rientrò nell'orbita siracusana durante il dominio di Dionisio il grande e prese parte alla simmachia di Dione nell'anno 357 a.C., quando questi con il suo esercito si portò alla conquista di Siracusa in potere del nipote Dionisio il giovane.
Dopo avere subito altri rovesci venne restaurata da Timoleonte nel 338 a.C., ma i suoi commerci diminuirono progressivamente durante la guerra fra Agatocle e Cartagine.
Fu saccheggiata dai Mamertini nell'anno 280 a.C.; poi fu occupata dai Romani; in seguito, poiché aveva aderito alla causa punica, venne severamente punita dai Romani nell'anno 258 a.C. con una distruzione quasi totale. Un villaggio di età repubblicana occupò soltanto il promontorio.
Durante il periodo dell'Impero romano venne realizzato un nuovo porto nella vicina Kaukana (Punta Secca) e quindi la città venne progressivamente abbandonata dai suoi abitanti, che si spostarono nel nuovo porto e all'interno della Sicilia. Nell'area del tempio trasformato in chiesa persistette tuttavia un piccolo villaggio. Durante la conquista araba il sito di Kamarina venne saccheggiato. Nel periodo normanno il territorio di Santa Croce fece parte della contea di Ragusa e fu da Silvestro Conte del Marsico e signore di Ragusa donata nel 1140 al Monastero di Santa Maria la Latina di Gerusalemme, i priori del predetto monastero, caduta Gerusalemme nelle mani del Saladino, si trasferirono nel monastero di San Filippo d'Argirò oggi Agira e da quel monastero amministrarono per tutto il periodo medievale il vasto feudo di Sancte Crucis de Rosacambra.
Santa Croce è l'unico comune della provincia di Ragusa a non aver mai fatto parte della Contea di Modica, essendo feudo ecclesiastico non fu sottoposto a decime e venne dato in affitto dagli abati di Santa Maria la Latina di Agira a nobili ragusani e modicani per brevi periodi. Nel 1458 fu affittata a Pietro Celestri, nobile modicano, che acquisì in perpetuo il vasto feudo di Santa Croce il 30 aprile 1470; Michele, figlio di Pietro Celesti, donò il feudo al figlio Pietro II il quale morì in battaglia a Ravenna nel 1512, pertanto il feudo pervenne al piccolo Giovanni Battista che rimase sotto tutela dei nonni paterni Pietro e Margherita Pancaldo.
Avvalendosi di un testamento privo di valore legale, Donna Margherita si impossessò del feudo e lo trasmise per donazione al terzogenito Matteo Celestri che lo diede in dote nel 1534 alla figlia Bianca Celestri che andò sposa a Giovanni Bellomo, nobile siracusano; pertanto da questa data e fino al 1582, il feudo di Santa Croce fu in possesso dei Bellomo. Ma a partire dal 1535 i Celestri avevano intentato causa ai Bellomo chiedendo la nullità della donazione fatta dalla nonna Margherita Pancaldo e, morti Pietro III Celestri e Antonio Bellomo, i figli di costoro, rispettivamente Giovan Battista II e Giovanni Cosimo, pervennero ad un accordo e stilarono la transazione presso il notaio Antonino Occhipinti di Palermo il 23 dicembre 1580 per cui metà del feudo col nome di Santa Croce fu restituito ai Celesti e l'altra parte col nome di Risgalambro rimase ai Bellomo.
Riottenuto parte del feudo, il barone Giovan Battista II Celestri, dottore in legge, incaricato dai Re di Spagna a ricoprire alte cariche pubbliche tra cui quella di membro del Supremo Consiglio d'Italia a Madrid, inoltrò la richiesta di popolamento del feudo. Richiesta che fu approvata dal re Filippo II di Spagna il 2 novembre 1598 e resa esecutiva nel regno di Sicilia il 29 gennaio 1599 data oggi assurta come natale del comune.
Del periodo classico vi sono testimonianze oltre che archeologiche in Pindaro (che dedicò le Odi Olimpiche IV e V a Psaumide, citate anche dal Tasso che le ebbe a leggere e commentare nella redazione dei Discorsi del Poema Eroico). Kamarina appare anche citata più volte in Erodoto e Tucidide, che riporta un'orazione di Ermocrate all'assemblea riunita a Camarina. Nell'anno 424 a.C. in seguito alla pace di Gela voluta da Ermocrate gli venne assegnata come Polis in simmachia Morgantina; quest'ultima ricchissima di prodotti (orzo, grano, olio, vino ecc.) attraverso la strada interna che si dipartiva da Menanoin e Akrai e costeggiava il fiume Hipparis utilizzava l'ampio porto per commerciare con le polis della Grecia.

Cultura

I monumenti

La Chiesa Madre, costruita nei primi anni del 1600 su un precedente impianto medievale è il monumento più importante di Santa Croce Camerina. Fu completamente ristrutturata a partire dal 1797 su progetto dell'architetto palermitano Teodoro Gigante, che aveva ricevuto l'incarico dal marchese Tommaso Celestri. I capomastri che effettuarono l'ampliamento della vecchia matrice furono i palermitani Giuseppe Mazzarella e Giovanni Vaccaro, sostituiti nei primi dell'Ottocento dal capomastro e direttore dei lavori Dionisio Bocchieri della città di Ragusa. La ricostruzione e ampliamento che fu celere nel periodo napoleonico, ristagnò con l'avvento del Regno delle due Sicilie e si dovette attendere dino al 1885 per la sua ultimazione. Ha pianta a croce latina con tre navate, misura metri 45 dal portone principale all'abside; al suo interno si conserva una copia della Madonna di Loreto del Caravaggio di recente attribuita al pittore nordico Martin Faber, una statua di San Giuseppe, patrono della città, ed un monumento sepolcrale del 1604voluto dal marchese Giovan Battista II Celestri.
La chiesa del Carmine, costruita assieme al piccolo convento tra il 1614 ed il 1615 per volontà del marchese Pietro IV Celestri, è stata completamente ricostruita nel 1876 su progetto dell'Ing. Salvatore Toscano.
Palazzo Comunale, sorto nell'area della demolita chiesa del Carmine ha inglobato ruderi del vecchio convento; fu progettato nel 1874 dall'Ing. Salvatore Toscano ed è stato sopraelevato di un piano nel 1954.
Palazzo Celestri oggi Arezzo, fu sede dell'amministrazione civile del Marchesato di Santa Croce, nei suoi bassi teneva l'Ufficio il Governatore ed il Secreto, motivo per cui l'attuale Piazza Giovan Battista II Celestri era denominata della Secrezia. I marchesi vi risiedettero brevemente durante i rari soggiorni che effettuarono nella Terra di Santa Croce. Nella seconda metà dell'Ottocento fu venduto dai Principi di Sant'Elia eredi dei Celestri alla nobile famiglia palermitana dei machesi Arezzo che ne detengono la proprietà.
Palazzo Vitale-Ciarcià,costruito tra il 1809 ed il 1811 da Don Guglielmo Vitale futuro Barone di Corchigliato, sorge alle spalle della Chiesa Madre, conserva nel salone delle feste un magnifico pavimento in calcare duro con tarsie in pietra pece, tale pavimento è datato 1811.

Gli appuntamenti

Il maggiore appuntamento di culto religioso e folcloristico è la festa del patrono San Giuseppe il 19 marzo, mentre la patrona Santa Rosalia è festeggiata a metà settembre. È tradizione preparare, per le famiglie devote al santo patrono, le tradizionali Cene di San Giuseppe, con banchetti stracolmi di primizie, dolci, piatti tipici, come voto di fede.

Santa Croce Camerina in Letteratura

Pindaro dedicò le Odi Olimpiche IV e V a Psaumide di Kamarina. Quelle odi sono anche citate dal Tasso nel suo trattato Discorsi sul Poema Eroico. Kamarina appare anche citata più volte in Erodoto e Tucidide.
Leonardo Sciascia si divertì a collocarvi l'epilogo di "Il Lungo Viaggio" (da "Il mare colore del vino")
Nel Gargantua e Pantagruele di Rabelais viene citata l'espressione "Ne move Camarinam!" a significare "Non smuovere le acque (della palude)!" probabilmente con riferimento al fatto che Kamarina fu fondata attorno ad una palude trasformata in fiorente porto commerciale dai coloni siracusani alla fondazione.

Kamarina, la palude, la dea

Kamarina è anche il nome della "Dea" della palude e compare nelle monete della colonia a cui la Royal Numismatic Society ha dedicato una monografia[3].

Scicli

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Scicli (Scichili in siciliano) è un comune italiano di 27 033 abitanti[2] della provincia di Ragusa in Sicilia.
Monumentale città barocca dalle forme di un eccelso presepe vivente, nel 2002 il suo centro storico è stato insignito del titolo di Patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO, insieme con il Val di Noto.

Storia


La presenza umana nel territorio di Scicli risale addirittura al periodo eneolitico, come dimostrano i ritrovamenti della Grotta Maggiore situata vicino all'Ospedale Busacca, datati fra l'età del rame e l'età del bronzo antico (III-II millennio a.C.XVIII a.C.-XV secolo a.C.).
La caratteristica conformazione del territorio con la presenza di cave e grotte carsiche, ha favorito la nascita di numerosi insediamenti rupestri. Oltre a quello preistorico di Grotta Maggiore, ricordiamo anche l'insediamento tardo bizantino del VII secolo d.C. sito in località Castellaccio, e l'insediamento rupestre bizantino (VIII secolo d.C.) e medievale (X-XI secolo d.C.) in località Chiafura, visibile sino ai nostri giorni. Ritrovamenti archeologici, in particolare i resti di un abitato greco presso la foce dell'Irminio, testimoniano la presenza, o comunque dei contatti di primaria importanza con i greci. Così come Comiso e Ispica, Scicli vanta la propria discendenza dalla città greca-siracusana Casmene, fondata nel VII secolo a.C. Per motivi topografici l'ipotesi che Scicli possa discendere da Casmene è da considerare comunque non realistica.
Oltre ai resti greci sono state trovate tracce che testimoniano la presenza dei cartaginesi, presenti nell'isola fino alla conquista romana avvenuta nel III secolo a.C. Sotto il dominio romano Scicli divenne città "decumana", ovvero città sottoposta al tributo della "decima" consistente nel pagamento di un decimo del raccolto. Dopo la caduta dell'impero romano Scicli passò ai bizantini e subì, come altre città dell'Isola, le incursioni dei Barbari.

Araba

Sotto il dominio Arabo, Scicli conobbe un periodo di notevole sviluppo agricolo e commerciale e lo storico arabo Edrisi nella prima metà del XII secolo, esaltò la prosperità economica di Scicli con queste parole:
« rocca di Siklah, posta in alto sopra un monte, è delle più nobili, e la sua pianura delle più ubertose. Dista dal mare tre miglia circa. Il paese prospera moltissimo: popolato, industre, circondato da una campagna abitata, [provveduto] di mercati, a' quali vien roba da tutti i paesi. [Qui godesi] ogni ben di Dio ed ogni più felice condizione: i giardini producono tutta sorte di frutte; i legni arrivano di Calabria, d'Africa, di Malta e di tanti altri luoghi; i poderi e i seminati sono fertilissimi ed eccellenti sopra tutt'altri; la campagna vasta e ferace: ed ogni cosa va per lo meglio in questo paese. I fiumi [del territorio], abbondanti di acqua, muovono di molti molini. »
(Edrisi)

Normanna

Si fa risalire all'anno 1091 il passaggio definitivo di Scicli dal dominio saraceno al dominio normanno per opera di Ruggero d'Altavilla A questa battaglia, avvenuta nella Piana dei Milici è legata la leggenda della Madonna delle Milizie[4]. Si narra che la battaglia finale, avvenuta nel marzo 1091, fu vinta dai Cristiani per l'intercessione della Vergine Maria scesa su un bianco cavallo a difesa di Scicli. La tradizione è parzialmente confermata dai Codici Sciclitani. Nella località dell'avvenimento venne costruita la chiesetta della Madonna dei Milici.
La battaglia è ricordata ogni anno con la Festa delle Milizie, una delle principali attrazioni folcloristiche di Scicli.
I Normanni (1090-1195) introdussero il sistema feudale già diffuso altrove, e Scicli ed altre città vicine furono considerate città demaniali. Nel 1093 Scicli viene ricordata come dipendente dalla diocesi di Siracusa.
Ai Normanni successero gli Hohenstaufen (Enrico VI di Svevia si impossessò del trono di Sicilia nel 1194). Nel 1255 durante la lotta dei Papi contro la casa Sveva, Papa Alessandro IV concesse alcuni territori tra cui Scicli, Modica e Palazzolo, a titolo di Feudo, a Ruggiero Fimeta “Rogerio Finente de Leontino” che si era ribellato agli Svevi. Ruggiero non arrivò mai a prendere il possesso della città perché fu sconfitto.
Anche sotto gli Hohenstaufen, Scicli conservó il privilegio di città demaniale. La sua storia segue quella della Sicilia, per cui con la caduta dei Hohenstaufen avvenuta nel 1266, passò sotto la dominazione Angioina, mal tollerata, a causa della politica di Carlo I d'Angiò che, diversamente dai suoi predecessori normanni e svevi, considerava il Regno di Sicilia territorio di conquista e di vantaggi economici e finanziari. La politica di Carlo D'Angiò fu causa di un'insurrezione in tutta la Sicilia, nota come i Vespri Siciliani. Il 5 aprile 1282 Scicli, insieme a Modica e Ragusa insorge contro le guarnigioni francesi del luogo cacciandole e ponendosi sotto la protezione di Pietro III d'Aragona.

Aragonese

Fu sotto la dominazione aragonese che si formò la contea di Modica, e Scicli ne venne a far parte, seguendone le sorti sotto i Mosca (1283- 1296), i Chiaramonte (1296-1392), i Cabrera (1392-1480) e gli Enriquez-Cabrera (1481-1742). Dal 1535 al 1754 Scicli fu anche sede di una delle dieci Sergenzie (circoscrizioni militari), competente territorialmente per il territorio della contea. Nel 1860, con un plebiscito, proclamò la sua annessione al Piemonte.
Scicli, con un passaggio graduale dal colle al piano, assunse la sua forma topografica tra il XIV ed il XVI secolo. La popolazione era aumentata notevolmente ma la peste del 1626 la ridusse drasticamente di quasi due terzi portandola da 11000 a 4000 abitanti circa. Dopo la peste, anche grazie ad agevolazioni economiche a favore di chi decideva di risiedere in città, si ebbe un nuovo sviluppo demografico, ma il tremendo terremoto del 1693 causò 3000 morti e la distruzione di gran parte della città. Da quelle macerie, Scicli rinacque in chiave barocca, e oggi è caratterizzata da numerosi edifici settecenteschi.

Toponomastica

Le origini della città di Scicli (gli abitanti “Sciclitàni”) sono molto antiche e risalgono, con ogni probabilità, al periodo siculo, quindi oltre tremila anni fa. Il nome[5], secondo alcuni studiosi, deriva da Šiclis, uno degli appellativi utilizzati per indicare i Siculi, i famosi popoli del mare che gli egiziani chiamavano Sheklesh, infatti questo paese un tempo era identificato con il nome di Scicla. Si discute se è possibile identificare Scicli con la vetustissima Casmene, seconda colonia siracusana fondata nel 645 a.C., 20 anni dopo Acre, l'odierna Palazzolo Acreide. È tuttavia appurato che abbia subito anche influssi arabi.

Monumenti e luoghi d'interesse

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Città tardo barocche del Val di Noto (Sicilia sud orientale)
(EN) Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Eastern Sicily)
Scicli Palazzo Beneventano.jpg
Tipo architettonico
Criterio C (i) (ii) (iv) (v)
Pericolo no
Riconosciuto dal 2002
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
Dalla motivazione di iscrizione nella World Heritage List dell'Unesco:
« ... La via Mormino Penna, per la ricca presenza di edifici del Settecento, e il Palazzo Beneventano rappresentano un capolavoro del genio creativo umano dell'età tardo-barocca. Si può infatti dire che sia questa l'epoca che definisce nel complesso il continuum dell'ambiente urbano della via, in cui anche quegli edifici che appartengono all'Ottocento e al Novecento si sono adattati all'immagine prevalente... Palazzo Beneventano, il più famoso edificio nobiliare di Scicli ed uno dei più interessanti della Sicilia barocca, inserito dal Blunt nella sua rassegna sul barocco siciliano e successivamente notato da numerosi altri autori, è per la sua unicità anch'esso un capolavoro, in particolar modo per l'aspetto scultoreo che caratterizza le sue due facciate fastosamente decorate dai lapidici locali... »
Scicli è un centro del barocco ibleo del Val di Noto, Patrimonio dell'Umanità nella lista dell'heritage dell'UNESCO, tra i suoi principali monumenti si ricordano:

Architetture civili

  • Palazzo Beneventano: fu definito da Sir Anthony Blunt il più bel palazzo barocco di Sicilia, ("di un pallido colore giallo-oro che al sole acquista un'indescrivibile opulenza"). Si trova alle pendici del Colle di San Matteo in posizione baricentrica tra l'antica cittadella fortificata sita in cima all'altura e la moderna città settecentesca adagiata nei due canyon di Santa Maria La Nova e di San Bartolomeo (le "cave"). Caratteristici mascheroni "irriverenti" adornano i due monumentali prospetti legati da un notevole cantonale. In cima a questo svetta lo stemma coronato dei Beneventano decorato da due teste di mori, ormai uno dei simboli della Città. È stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'Unesco.
  • Palazzo Fava: uno dei primi, monumentali palazzi barocchi della ricostruzione, rappresenta il perno prospettico tra lo scenario naturale della cava di S. Bartolomeo e la fuga prospettica sul paesaggio antropizzato di piazza Italia e Corso Garibaldi. Notevoli le decorazioni tardobarocche del portale d'onore e dei balconi su piazza Italia ma raggiunge l'apice del genio nell'unico balcone su via san Bartolomeo ornato di grifoni, mostri di ascendenza medievale e manieristica e svariate teste di moro.
  • Palazzo Spadaro: sulla via F. Mormino Penna, è una delle sedi istituzionali del Comune. Rappresenta la prova tangibile del progressivo cambio di gusto dalla pomposa e scenografica poetica tardobarocca ad una raffinata e ricercata cultura rocaille. Il prospetto è leggermente curvo e segue l'impianto ancora medievale dell'antico Corso (via Francesco Mormino Penna). Gli interni sia sul piano architettonico che su quello puramente decorativo sono da riferire a rimodulazioni del XIX secolo. Visitabile, sede di numerose mostre temporanee.

Architetture religiose


  • Chiesa di San Matteo: simbolo di Scicli e chiesa Madre fino al 1874, è posta sul colle di San Matteo, sito della città vecchia. È l'edificio ecclesiastico più antico della Città, alcuni storiografi ne fanno risalire la fondazione all'epoca paleocristiana, altri alla dominazione normanna. Di certo esisteva durante il Medioevo nello stesso sito una grande basilica a tre navate con un alto campanile collocato a sud, dietro le absidi; l'attuale pianta dovrebbe rispecchiare per sommi capi quella medievale: tre navate a cinque campate che sfociano in un ambiente centrico formato dal transetto e dalle tre absidi rettangolari.
  • Chiesa di San Guglielmo (ex Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola): della prima metà del Settecento, annessa al Collegio gesuitico demolito a metà del XX secolo; è la Chiesa Madre della città dal 1874, anno del trasferimento della Madrice dalla Basilica di San Matteo. Segue i dettami dell'architettura gesuitica internazionale. Presenta tre navate, con cappelle laterali, presbiterio, coro absidato.
  • Chiesa di San Giovanni Evangelista: la facciata concavo-convessa a tre ordini rivela influssi borrominiani (S. Carlino alle Quattro Fontane - Roma). L'interno a pianta ellittica coperta da una cupola (i finestroni si aprono direttamente sull'imposta della cupola) è preceduta da un endonartece e conclusa da un'abside. Gli stucchi e le decorazioni dell'interno sono del secolo XIX.
  • Chiesa di San Giuseppe: si trova nel quartiere omonimo; l'interno è settecentesco e custodisce la statua lignea di S. Giuseppe laminata in argento e quella gaginiana di S. Agrippina del Quattrocento.
  • Chiesa di Santa Teresa: la facciata rivela influenze ancora legate alla tradizione architettonica precedente il terremoto del 1693. L'interno tardobarocco è uno dei più ricchi della provincia per gli stucchi, le tele, le sculture, le pavimentazioni a tarsie bianche e nere.

  • Chiesa di San Bartolomeo Apostolo: risale ai primi anni del XV secolo; inserita nella "cava" omonima, la cui facciata a torre dei primi dell'Ottocento riprende temi già sviluppati a Ragusa da Rosario Gagliardi (Duomo di S. Giorgio) e da fra' Alberto Maria San Giovanni Battista (Chiesa di S.Giuseppe) entrambi a Ibla. L'interno è ad unica navata a croce greca e si presenta sostanzialmente tardo barocco-rococò; custodisce un ciclo di stucchi che vanno dal Settecento all'Ottocento.

S. Maria della Consolazione.

  • Chiesa di San Michele: come la vicina chiesa di S. Giovanni mostra una struttura architettonica palesemente settecentesca e un apparato decorativo in stucco ottocentesco già pienamente Neoclassico. L'impianto è trapezoidale coperto da una volta in stucco a guscio di noce e concluso da un'abside semicircolare.
  • Chiesa di Maria Santissima della Consolazione: la struttura attuale delle navate resistette al sisma del 1693 e risale al 1600 circa; l'abside, il cupolino e gli ambienti adiacenti (Sala del Capitolo, Sagrestia) furono ricostruiti successivamente secondo uno stile pomposamente settecentesco-rococò; notevole la pavimentazione a tarsie marmoree del presbiterio nonché il fastoso organo settecentesco e gli stalli lignei ottocenteschi.
  • Chiesa di Santa Maria La Nova: di origini antichissime (probabilmente bizantine), dal 1994 è sede del Santuario di Maria SS. della Pietà. La grande fabbrica ha attraversato vicende costruttive particolarmente complesse e travagliate. La maggior parte delle notizie che abbiamo sono riferibili all'edificio seicentesco e alle successive ricostruzioni. La chiesa è stata retta da sempre da una potente Confraternita che tra l'altro nel XVI secolo acquisì l'ingente eredità del banchiere Pietro di Lorenzo detto Busacca. Queste ingenti somme permisero alla Confraternita non solo di avviare una serie di azioni sociali (la costruzione di un grande e moderno Ospedale, l'istituzione di un fondo per le doti da destinare alle ragazze meno abbienti, etc.) ma anche di edificare in pieno centro una sede degna e maestosa per la fondazione benefica che faceva capo alle rendite di Busacca e di riedificare la propria chiesa, affidando i lavori alle personalità più in voga. L'interno neoclassico è frutto dell'ultima grande ricostruzione (preceduta dalla ricostruzione seicentesca e da quella settecentesca post 1693), si presenta come una enorme aula voltata alla quale fanno capo tre cappelle cupolate per lato; queste sono comunicanti e costituiscono in una visione assiale delle navate laterali. Il profondo coro quadrangolare di Giuseppe Venanzio Marvuglia conclude la grande aula dalla quale è separato dal consueto arco trionfale. L'imponente fronte è frutto di un vasto intervento di tamponamento della facciata settecentesca (a portico e loggia) tuttora leggibile; come da tradizione sud-orientale le facciate sono organismi plastici con un notevole sviluppo verticale (facciate-torri) che fungevano spesso anche da campanili. L'intero complesso è incredibilmente denso di sculture, pitture e reliquie di grande interesse per antichità e pregio. Annesso all'edificio ecclesiale il cosiddetto giardino di San Guglielmo con l'omonima Chiesetta e il tronco del cipresso che la tradizione vuole piantato dal santo. Nel 1878, nell'archivio dell'Arciconfraternita di S. Maria La Nova di Scicli, furono scoperti antichi preziosi manoscritti, tra i quali i Codici Sciclitani.
  • Convento dei Cappuccini: il complesso si estende fra le pendici delle rocciosa collina della Croce e l'altura argillosa della Bastita. Il convento fu costruito annesso a quella che era la chiesa di S. Agrippina. Il culto della santa si trasferì poi nella chiesa di San Giuseppe dove ancora rimane una bellissima statua del Quattrocento (di probabile scuola gaginiana) dedicata alla Santa.
  • Complesso della Croce: di origini tardomedievali, custodisce tra le sue vecchie mura due antichi chiostri porticati; l'interno della chiesa, rimodulato nel Settecento con un ciclo di stucchi bianchi, conserva ancora numerose lapidi e sepolcri medioevali. La facciata, sobria ed elegante, è impreziosita da un portale con archivolto gotico-catalano, da tre stemmi (quello dell'Università di Scicli (il Comune), quello degli Enriquez e quello dei Cabrera) e da una porzione di cornice che apparteneva al rosone.
  • Convento di Sant'Antonino: Nell'ottica dell'ibrido ma con un'apertura straordinaria verso il mondo rinascimentale è il convento di Francescani Conventuali di S. Antonino a Scicli, la cui fondazione oscillerebbe tra 1514 e 1522. La costruzione di una cappella funeraria che funge da tribuna, coperta a cupola costolonata, ma con inserti classicisti deve necessariamente essere accostata a una committenza alta, che non è nota, ma che potrebbe essere stata determinante per costruzioni di cappelle di corte come quelle di Comiso (voluta dai Conti Naselli nel 1517) o di Militello. cappelle cupolate aggregate come tribuna a chiese francescane, secondo la consuetudine inaugurata dal progetto dell'Alberti per il Tempio Malatestiano. Indubbiamente la cappella (attualmente in pessimo stato di conservazione) assume un valore competitivo tanto da potere essere messa in relazione solo con iniziative comitali. La cappella «Cabrera» in Santa Maria di Betlem a Modica assume un significato analogo, ancora più ricco e celebrativo; fermo restando che la sua costruzione deve riferirsi ai primi decenni del XVI secolo, si deve ancora pensare a una committenza alta, forse un ramo della famiglia dei Cabrerà. Si tratta di opere che non è possibile leggere con gli schematismi di un mitizzato e rigido universo classicista poiché esplorano una via siciliana, un «antico» autoctono e pervengono a un Rinascimento esotico che affonda le radici in tecniche costruttive locali. I grandi passaggi nodali che gettano ponti tra l'ultimo gotico e il Rinascimento siciliano seguono probabilmente vie e vicende differenti dal contemporaneo travaglio iberico, ma altrettanto complesse e non sottovalutabili sono le strade di un interscambio culturale stretto. Alla constatazione di comunanze linguistiche, di semplici forme, va anche affiancata una ricerca senza pregiudizi che tenga in giusta considerazione la mobilità della committenza, i suoi programmi e le sue idee.[6]
  • Convento del Rosario, sull'omonimo colle.
  • Complesso del Carmine: fra tutte le architetture ecclesiastiche della città il complesso del Carmine rivela la più elevata omogeneità stilistica fra le componenti architettoniche, scultoree e pittoriche: tutto concorre a creare un'atmosfera rococò (gli stucchi candidi, la luminosità dell'aula, le numerose tele). L'impianto architettonico ad aula unica è definito da uno splendido ciclo di stucchi monocromi attribuiti al Gianforma stuccatore palermitano allievo di Giacomo Serpotta. Il convento secondo il progetto originario si articolava attorno a due vaste corti porticate delle quali ci è pervenuta soltanto quella orientale, oggi pesantemente occultata da tamponamenti e da aggiunte contemporanee che impediscono di apprezzare in maniera chiara la concezione spaziale originaria. La corte è adornata da due splendide statue inserite in nicchie settecentesche simmetricamente disposte rispetto al grande ingresso. Una originale pavimentazione geometrica a ciottoli (consuetudine consolidata e diffusa) rendeva lo spazio aperto ancora più accentrato.

Architetture militari

La città antica sorgeva sul colle di San Matteo. Scicli ha sempre mantenuto nei secoli il carattere di cittadella fortificata, sia per la posizione strategica nel territorio a difesa della costa sia per la sua singolare articolazione morfologica su alture particolarmente scoscese che l'ha resa difficilmente espugnabile. Una struttura fortificata doveva esistere già nel periodo bizantino come si evince da fonti arabe:“ l'anno duecentocinquanta (864-65)… I Musulmani, assediata Scicli, la presero”. L'assedio da parte degli arabi fa presupporre la presenza di un sistema di difesa fortificato a salvaguardia dell'abitato. Verso la metà del XIV secolo esistevano due Castelli:
  • il Castellaccio (detto castrum magnum) di cui ci rimangono pochi ma maestosi resti sulla cima rocciosa del colle di San Matteo. Si tratta di un torrione, probabilmente il mastio di un complesso fortificato più ampio e articolato andato perduto per via del progressivo sfaldamento dei costoni rocciosi sui quali era costruito.
  • il Castello dei Tre Cantoni (detto nella storiografia locale Castelluccio o castrum parvum o triquaetrum) è posto a difesa dell'unico fronte non dirupato e quindi naturalmente protetto della città antica, quello orientale, verso Ispica. Si erge su un profondo fossato che divide il territorio urbano intra moenia dalla campagna; un bastione quadrilatero fa da zoccolo all'intera struttura rinforzata agli angoli da ulteriori torri; sulla sommità sono ancora visibili e visitabili le fondazioni di una torre triangolare di età antica che dà il nome al complesso. A occidente su una terrazza calcarea si apre la cosiddetta piazza d'Armi che sovrasta i resti del vicino Castellaccio. I ruderi del castello triquaetro stanno attraversando un preoccupante processo di degrado.

Piazze e giardini

  • Piazza Italia: creata tramite la copertura del torrente di San Bartolomeo, ha per questo una conformazione lineare. È uno dei nodi urbanistici più importanti della città nonché la piazza più vasta. Su questa area prospettano numerose architetture di pregio che vanno dal secolo XVIII al XX. A monte palazzo Fava, la chiesa del Collegio dei Gesuiti (S. Ignazio), palazzo Iacono, palazzo Mormina Penna. Poco più a valle lo spazio vuoto prosegue indisturbato seguendo il corso del torrente fino al Largo Gramsci sul quale insiste il Teatro Italia. Tutta l'area è delimitata dai prospetti di numerosi palazzi ottocenteschi. Una curiosità caratterizzante Piazza Italia è la presenza di un edificio modernista ispirato alle architetture di Oscar Niemeyer e in particolare al Palácio da Alvorada a Brasilia costruito negli anni sessanta al posto del Collegio gesuitico demolito.
  • Piazza Busacca: una delle più interessanti e coerenti della città. Progettata a fine Ottocento è un'area rettangolare individuata principalmente da due elementi: il complesso del Carmine, che ne costituisce il limite occidentale, e la Maestranza Nuova (via Nazionale), che la delimita a Oriente; a Sud è chiusa dal Palazzo Busacca, costruito grazie alle rendite dell'eredità del benefattore; a Nord fino al periodo prebellico esisteva uno dei palazzi barocchi più grandi e fastosi della città, Palazzo Di Lorenzo, di cui resta visibile poco più a monte un pilone angolare decorato con varie grottesche. Al centro della piazza troneggia il monumento marmoreo a Pietro di Lorenzo detto Busacca.
  • Via Francesco Mormino Penna e Piazza Municipio: è l'antico Corso San Michele, cuore del centro storico. Su quasi trecento metri di basolato prospettano edifici che vanno dal XVII al XX secolo accomunati dall'uso della locale pietra calcarea che rende il contesto visivamente omogeneo. I monumenti che insistono sull'area pedonale sono (da Ovest verso Est) la chiesa di S. Teresa e l'annesso convento (XVII - XVIII sec.), un garage di inizio Novecento in stile liberty, Palazzo Spadaro (XVIII sec.), la chiesa di San Michele con l'annesso convento (oggi palazzo Carpentieri, XVIII sec.), palazzo Bonelli (XVIII - XIX sec.), palazzo Conti (XIX sec.), Palazzo Veneziano-Sgarlata (XVIII sec.), Palazzo Papaleo (XIX sec.). A questo punto lo spazio si dilata e la via sfocia su piazza Municipio: qui prospettano il Palazzo di Città, la Chiesa di San Giovanni Evangelista, i resti della piccola chiesa di Sant'Andrea e diversi edifici ottocenteschi. Questo slargo è nato dalla demolizione della settecentesca chiesa di Santa Maria La Piazza in seguito allo sventramento ottocentesco della Maestranza Nuova (oggi Via Nazionale). L'intera area di Via Francesco Mormino Penna è stata inserita dall'UNESCO nella World Heritage List (città tardobarocche del Val di Noto, 2002).
  • Villa Penna: giardino privato dei Baroni Penna noto a Scicli semplicemente come a Villa; la sua progettazione affronta gli stessi temi compositivi dei grandi parchi annessi alle residenze reali europee del Settecento (modellazione del suolo, lunga scalinata assiale). Negli anni sessanta del Novecento la Villa, in seguito a una controversia tra il Comune e il Barone Penna, fu espropriata. Il proprietario prima di perdere possesso del giardino decise allora di devastarlo abbattendo ogni forma di vita vegetale e animale, privando la comunità di Scicli del suo più grande spazio verde; il giardino è stato però ripristinato sia nelle opere architettoniche che nella vegetazione. A Ovest della Villa, su uno dei terrazzamenti più alti c'è il convento dei Cappuccini.

Siti archeologici

Scicli rientra tra le stazioni del III siculo (1500 a.C. - 800 a.C.) secondo la divisione in quattro fasi dell'Età del Bronzo pensata dall'archeologo Paolo Orsi.[7] Oltre ai due castelli citati nel paragrafo dedicato alle architetture militari, nel territorio sciclitano sono presenti diverse aree di interesse particolarmente diversificate per datazione e tipologia.
  • Sito della Grotta Maggiore datato fra l'Età del Rame e l'Età del Bronzo antico (III-II millennio a.C. – XVIII-XV secolo a.C.)
  • Necropoli in contrada Ronna Fridda. Sono distinguibili una necropoli preistorica del Bronzo medio (XIV sec. - XII sec.) e una necropoli cristiana del IV sec. d. C.
  • Cancellieri è un sito del periodo greco classico, databile dal IV al II sec. a.C. Include una fattoria greca del IV sec. È legato alla presenza delle subcolonie siracusane come Kamarina e Kasmenai.
  • Chiafura è una vasta area di interesse archeologico, storico, ed etnoantropologico situata nelle immediate adiacenze del centro urbano di Scicli occupante il fronte meridionale del colle di San Matteo, già sede della città vecchia. Si tratta di un consistente insediamento rupestre di periodo bizantino e medievale adibito nei millenni sia a scopi abitativi che funerari, del tutto paragonabile per dimensioni e densità al più noto sito di Pantalica o al complesso dei Sassi di Matera per il felice connubio di architettura per sottrazione (grotta) e quella per addizione (edificio). La morfologia dell'insediamento, situato sulle pendici scoscese del colle, necessariamente si adatta alle difficili condizioni orografiche producendo una interessante soluzione a terrazzamenti che portarono Pier Paolo Pasolini a descrivere Chiafura come una dantesca montagna del Purgatorio. Le grotte, utilizzate nel periodo bellico come rifugi antiaerei, continuarono a essere occupate nel dopoguerra dalla popolazione indigente che negli anni cinquanta fu definitivamente sfollata e alloggiata nel nuovo Villaggio Aldisio (oggi Villaggio Jungi).
Elio Vittorini scrive su Chiafura in Conversazione in Sicilia:
« Era una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespole e tegole, di buchi nella roccia »

Il litorale

Il territorio di Scicli ha il litorale più esteso fra tutti i comuni della provincia di Ragusa. La fascia costiera che va da Pozzallo a Marina di Ragusa è fortemente antropizzata (centri abitati, coltivazioni intensive in serra, coltivazioni estensive, infrastrutture) sebbene conservi in più punti zone incontaminate e selvagge. Il primo agglomerato urbano in cui ci si imbatte provenendo da Siracusa è Sampieri, ottocentesco borgo di pescatori, sovrastato a monte da due fastose ville nobiliari chiaramente visibili anche in treno; due promontori individuano una larga baia sabbiosa che si estende dal centro abitato al Pisciotto, lo sperone sul quale si ergono i ruderi della Fornace Penna. Continuando sulla strada litoranea si attraversa l'area protetta di Costa di Carro, prevalentemente rocciosa ma con una piccola spiaggia incastonata tra le falesie. Cava d'Aliga è una recente cittadina che ha avuto un massiccio sviluppo negli ultimi decenni del Novecento; può godere di una singolare e scenografica collocazione sul declivio che si conclude bruscamente sul mare arretrando però in corrispondenza della baia che assume così la forma di un teatro naturale. Le falesie si interrompono dopo Cava d'Aliga e l'adiacente borgo di Bruca facendo spazio a una costa bassa e sabbiosa. Donnalucata è la più antica delle frazioni marinare, porto della città di Scicli e principale luogo di villeggiatura dell'aristocrazia cittadina. Ne è testimone la presenza di edifici architettonicamente raffinati che punteggiano il tessuto urbano e le numerose ville nobiliari poco lontano dal centro. Infine, poco lontano dalla foce dell'Irminio e dalla relativa area protetta sorge il villaggio di Playa Grande dall'aspetto modernista di città-giardino.

Manifestazioni

  • Festa delle Milizie: i festeggiamenti, che hanno inizio ogni anno, a fine maggio, durano una settimana. Il momento più significativo della festa è la rappresentazione teatrale, il sabato, di una "moresca" a ricordo di una battaglia avvenuta nel 1091 per la liberazione della Sicilia dal dominio saraceno; nella rappresentazione, che si tiene ogni anno da tempo immemorabile, si fronteggiano i turchi (i Saraceni) capeggiati dall'Emiro Belcane e i Cristiani (i Normanni) guidati dal Gran Conte Ruggero d'Altavilla. Nella rappresentazione, vengono ricreati gli ambienti suggestivi della lotta e attori popolari con abiti d'epoca e armi, recitano sulle strade ripercorrendo i momenti più importanti della battaglia, che si conclude con l'intervento miracoloso della Vergine Maria (detta "delle Milizie" o "dei Milici"), che, scesa dal Cielo in groppa ad un Bianco Cavallo, libera la città dall'assedio straniero. La tradizione vuole che Maria Santissima delle Milizie rappresenti l'Addolorata, molto venerata dagli sciclitani, cui sono anche dedicate due processioni e due culti (nella Chiesa di Santa Maria La Nova e nella chiesa di San Bartolomeo).
  • Il Gioia: al culmine della Settimana Santa, il giorno di Pasqua viene festeggiata la Resurrezione di Cristo, detto l'Uomo Vivo, al grido di "Gioia", da cui per antonomasia il Gioia (con l'articolo al maschile). La statua lignea del Cristo, opera settecentesca attribuita a Civiletti e custodita nella Chiesa di Santa Maria La Nova, viene portata in processione per le vie della città e fatta ondeggiare e ballare in segno di gioia per tutto il giorno sino a tarda ora. Di recente il cantautore Vinicio Capossela ha dedicato una delle sue canzoni a questa caratteristica festa. Il brano si intitola L'Uomo Vivo, Inno al gioia, ed è contenuto nell'album Ovunque proteggi (2006).
  • La Cavalcata di San Giuseppe: il sabato precedente il 19 marzo (o quello successivo) dalla Chiesa di San Giuseppe parte una processione di cavalli e cavalieri per le vie della città di Scicli. Figuranti che rappresentano San Giuseppe e la Vergine Maria guidano il corteo che passa nei vari quartieri in cui vengono allestiti dei falò, dei fuochi detti Pagghiari, dove i cavalieri e la gente che segue la cavalcata accende dei fasci di stoppie dette ciaccàre. I cavalli sono bardati con manti di violacciocche, dette bàlicu, e gigli selvatici (spatulidda) composti a modo (nelle settimane precedenti) per rappresentare scene religiose o simboli della città (leone rampante, stemma, San Giuseppe, Gesù, la croce...). Campanacci, sonagli, testiere, ed altri ornamenti completano le bardature.
    Il 19 marzo la stessa processione si fonde a quella religiosa di San Giuseppe. La rappresentazione vuole ricordare la fuga in Egitto di Giuseppe e Maria, dopo l'editto di Erode. La sera del sabato della Cavalcata nel sagrato della chiesa di San Giuseppe si svolge una Cena per raccogliere offerte per la parrocchia e i poveri, e i cavalli e cavalieri della Cavalcata presenziano alla Cena, alla fine della quale verranno premiati i migliori manti infiorati.
  • Sagra della seppia si svolge a Donnalucata nel fine settimana che precede il 19 marzo in occasione dei festeggiamenti di San Giuseppe. Lungo la via Pirandello sono allestiti gli stands che propongono specialità a base di seppie pescate al largo di Donnalucata e cucinate secondo la tradizione locale.
    Al termine della sfilata, chiamata "la Cavalcata" si celebra il concorso con la premiazione per la bardatura migliore.
  • Marzo Mese Della Cultura: da qualche anno a questa parte è stato istituito il Marzo A Scicli, Mese Della Cultura, che prevede un cartello fitto di eventi che variano dall'arte con mostre, estemporanee di pittura, al cinema con cineforum organizzati dalle associazioni culturali, al folklore con le feste di primavera (La cavalcata di San Giuseppe di Scicli e Donnalucata), e vari altri appuntamenti di tipo culturale.
  • Sagra del Pomodoro o festa del grappolino a Sampieri: festa del pomodoro a grappolo di produzione locale, il 1º maggio. Oltre al pomodoro spazio viene dedicato agli altri prodotti orticoli e ai formaggi. In occasione della sagra viene anche allestita una fiera dell'artigianato a cui prendono parte numerose aziende provenienti da tutta Italia.
  • Basole Di Luce festival: si tiene nel mese di agosto. Il suo nome vuole magnificare la luce riflessa sulle basole delle vie del centro storico, diventato patrimonio dell'umanità da quando l'Unesco ha inserito Scicli bella World Heritage List. Basole di Luce Festival prevede una serie di manifestazioni di carattere culturale, con spettacoli musicali, teatrali e di intrattenimento incentrati sul confronto tra le etnie e i popoli.
  • Carnaluvaru ra Stratanova: il Carnevale da anni viene festeggiato in Corso Umberto, detto dagli scilitani "A Stratanova" (la strada nuova) e si svolge con manifestazioni, sketches in maschera, sfilate e carri allegorici.
  • Natale a Scicli: nel quartiere storico di Scicli, la Cavuzza Di San Guglielmo si svolge il tradizionale presepe vivente, immerso in una vallata con una fitta vegetazione di fichi d'India.

Vittoria (Italia)

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Vittoria
comune
Vittoria – Stemma Vittoria – Bandiera


Piazza del Popolo
Piazza del Popolo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Giuseppe Nicosia (PD - SEL) dal 29/05/2011
Territorio
Coordinate 36°57′N 14°32′ECoordinate: 36°57′N 14°32′E (Mappa)
Altitudine 168 m s.l.m.
Superficie 182,48 km²
Abitanti 62 748[1] (30-08-2013)
Densità 343,86 ab./km²
Frazioni Scoglitti
Comuni confinanti Acate, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Ragusa
Altre informazioni
Cod. postale 97019
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088012
Cod. catastale M088
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti Vittoriesi
Patrono san Giovanni Battista
Giorno festivo Prima domenica del mese di Luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Vittoria
Vittoria
Posizione del comune di Vittoria nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Vittoria nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Vittoria è un comune italiano di 62.748 abitanti[2] della provincia di Ragusa in Sicilia. È, dopo Ragusa stessa, il comune più popolato di tutta la provincia, piazzandosi al nono posto in Sicilia. Vittoria è la città più giovane della provincia; e infatti presenta una moderna struttura a scacchiera, con strade larghe e rettilinee. Vittoria si trova a pochi chilometri dall'aeroporto di Comiso.

Storia

Nella valle del fiume Ippari si notano tracce di insediamenti preistorici risalenti all'età del bronzo. Alla foce dell'omonimo fiume e attorno alla costa si trovano le rovine di Kamarina, città greca colonia della dorica Siracusa risalente al VI secolo a.C.
La città fu fondata ufficialmente il 24 aprile del 1607 dalla contessa Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera. Morto il marito Luigi III, Almirante di Castiglia, duca di Medina de Rioseco e conte di Modica, la contessa si trovò a dover fronteggiare gravi difficoltà economiche provocate dalle spese di rappresentanza inconsulte cui Luigi III si era dato nella circostanza del matrimonio di Filippo III, re di Spagna, con Margherita d'Austria nel 1599. Vittoria Colonna decise di richiedere al re di Spagna la concessione di un privilegio regio per la fondazione di un nuovo insediamento, che le avrebbe consentito di risollevare le sorti del patrimonio familiare. La zona prescelta fu quella di Boscopiano (Bosco Plano), ove tra l'altro alcune famiglie, come i Carfì, vivevano già nel 1583 in contrada Boscopiano e Serra Rovetto (3). La richiesta venne accolta, ed il privilegio regio, concesso dal re Filippo III il 31 dicembre 1607 a Madrid, dispose la riedificazione dell'antica Kamarina, con il nome di Vittoria, in onore della sua fondatrice. Il nucleo cittadino sorse attorno al castello e alla chiesa Madre; dopo il terremoto del 1693 fu ampliato e continua ad espandersi tuttora. La città fece parte, quindi sin dalla sua fondazione, fino all'abolizione della feudalità, nel 1812, della Contea di Modica, fino al 1926. Vittoria registrò un notevole sviluppo economico e demografico, attirando le popolazioni delle località vicine. Successivamente restò nell'ambito del Circondario di Modica, suddivisione della neo-provincia di Siracusa, per passare infine alla Provincia di Ragusa.

Simboli

Lo stemma o simbolo di Vittoria rappresenta un'aquila con una corona, che porta tra gli artigli un festone, su cui c'è scritto "Victoria pulchra civitas post Camerinam" (Vittoria bella città dopo Camarina). Sul petto dell'aquila è raffigurata una torre, simbolo della famiglia Henriquez Cabrera. In seguito al grande sviluppo del vigneto nell'Ottocento, fra gli artigli dell'aquila apparvero dei rigogliosi grappoli d'uva, a significare la vocazione vinicola della città. Tale stemma si può trovare nella basilica di San Giovanni Battista e al teatro Vittoria Colonna.

Monumenti


Palazzo Traina in via Rosario Cancellieri
Data la modernità della città, questa non ha molti monumenti artistici di grande valore storico. Si distingue, tuttavia, per la varietà degli stili che caratterizzano alcuni edifici. Infatti Vittoria è ricca di testimonianze dello stile Liberty e Art Decò, introdotto dal grande architetto palermitano Ernesto Basile. I palazzi e le case in stile Liberty qui presentano strutture sobrie ed eleganti con sporgenti balconate, balaustre dalla ricca e raffinata decorazione, portali sormontati da fregi con motivi floreali, impreziositi di particolari plastico-decorativi di raro equilibrio compositivo.
Nel cuore del centro storico della città troviamo il castello "Colonna Henriquez", costruito nel marzo 1607, sede, dapprima, della contea di Modica, poi carcere, infine oggi Museo civico polivalente. Nei pressi della villa comunale troviamo la "Fontana del Garì", detta anche "Fonte Garibaldi". Realizzata nel 1822 dai Frati cappuccini, come abbeveratoio per animali e successivamente anche per i cittadini. Realizzata in pietra di Comiso in stile neoclassico, per volontà di Rosario Cancellieri, nel 1879, fu arricchita da cinque teste di leoni in bronzo e ghisa, dai quali sgorga l'acqua[3]. In piazza "Sei Martiri della Libertà" troviamo un tempietto di forma circolare detto il "Calvario", costruito nel 1859; esso ospita una cappella adornata da affreschi e costituita da ben otto colonne nella parte superiore, le quali reggono una trabeazione circolare chiusa da una cupoletta. Ogni anno vi si svolge la sacra funzione del Venerdì Santo.
Le chiese che si trovano a Vittoria sono:

Teatro Vittoria Colonna


Teatro Comunale Vittoria Colonna
Situato nella centrale Piazza del Popolo, fu progettato nel 1863 dall'architetto Giuseppe Di Bartolo Morselli e fu intitolato alla fondatrice della città. Di stile neoclassico, presenta sulla facciata due ordini di colonne, una inferiore nell'ingresso (tuscanico) e l'altra sulla loggia superiore (ionico). Tutte le sculture che decorano il prospetto sono di Corrado Leone, artista non molto noto. È possibile ammirare nella parte alta del prospetto due statue raffiguranti Apollo e Diana in mezzo a una natura morta di strumenti e animali; mentre nei due estremi della facciata superiore all'interno di due nicchie le statue raffiguranti Fauno e Danza. Sempre nella parte superiore sono presenti sopra le finestre 7 medaglioni con i mezzi busti di musicisti, letterati e personaggi storici (Bellini, Alfieri, Vittoria Colonna ecc.)[4]. L'interno ha una forma a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi, ed è dotato di circa 380 posti[5]. Il pittore vittoriese Giuseppe Mazzone ne ha curato la decorazione interna (volta, soffitto del vestibolo) con degli affreschi raffiguranti grandi compositori e letterati. Sulla volta è rappresentata la danza intrecciata di amorini e uno svolazzo di trine; le figure ruotano attorno al rosone centrale. Nel 2005 è stato dichiarato "Monumento Portatore di una cultura di Pace" da parte dell'UNESCO. Oggi il teatro è sede di continui appuntamenti come saggi, spettacoli teatrali, musical e concerti.

Basilica di San Giovanni Battista


Basilica di San Giovanni Battista
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Basilica di San Giovanni Battista (Vittoria).
La chiesa madre, ubicata nel centro storico della città, in piazza Ferdinando Ricca, è una chiesa a croce latina, a tre navate di colonne corinzie, ricostruita tra il 1695 e il 1706, dopo il terremoto del 1693.

Chiesa Santa Maria delle Grazie


Chiesa Madonna delle Grazie
Sorge a fianco del Teatro Comunale, affacciandosi sulla Piazza del Popolo. La costruzione della Chiesa cominciò nell'anno 1612 ad opera dei monaci dell'Ordine dei Frati Minori ed i lavori furono ultimati nel 1619. La Chiesa e il Convento delle Grazie rimasero danneggiati dal terremoto del 1693 e la ricostruzione nelle forme attuali fu completata nel 1754. Contiene opere d'arte. Ha una sola navata e l'altare reca al centro un grande quadro che raffigura la Madonna della Grazia di artisti caravaggeschi. Notevoli i quattro dipinti ovali con le figure della Charitas, della Fides, della Spes e dell'Obedientia. Sono molti i quadri che ornano la chiesa fra cui il "Miracolo del pane" di Sant' Antonio, recentemente restaurato, "l'Addolorata" e "Sant'Agata in carcere e in catene".

Cultura

Musei

  • Museo Italo Ungherese
  • Museo diocesano di arte sacra "mons. Federico La China"
  • Museo civico polivalente Virgilio Lavore
  • Museo della civiltà contadina
  • Polimuseo "A. Zarino"

Persone legate a Vittoria

Eventi

  • Fiera EMAIA (Esposizione Macchine agricole Agricoltura Industria Artigianato): si svolge in vari periodi dell'anno con più appuntamenti, di cui i più importanti in novembre e giugno, in concomitanza rispettivamente con le fiere di San Martino e di San Giovanni.
  • Vittoria Jazz Festival: si svolge a giugno in Piazza Enriquez[7].
  • Premio letterario Ninfa Camarina: dal 1998, oggi Premio nazionale della critica, biennale, viene assegnato in base alle recensioni pubblicate su importanti testate giornalistiche, a un'opera di narrativa italiana edita. Il premio ha anche due premi satelliti: La Ninfa D'Argento, assegnata ad artisti affermati siciliani o che si sono occupati della Sicilia e il premio di cultura classica Virgilio Lavore, assegnato ad esponenti della cultura classica, archeologi, storici, docenti[8].
  • I Parti: ogni anno il Venerdì Santo in Piazza della Libertà.

Acate

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Acate (disambigua).
Acate
comune
Acate – Stemma

Piazza Libertà
Piazza Libertà
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Francesco Raffo (lista civica) dall'11/06/2013
Territorio
Coordinate 37°01′31.03″N 14°29′32.87″ECoordinate: 37°01′31.03″N 14°29′32.87″E (Mappa)
Altitudine 199 m s.l.m.
Superficie 102,47[1] km²
Abitanti 10 656[2] (31-01-2015)
Densità 103,99 ab./km²
Frazioni Marina di Acate
Comuni confinanti Caltagirone (CT), Chiaramonte Gulfi, Gela (CL), Mazzarrone (CT), Vittoria
Altre informazioni
Cod. postale 97011
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088001
Cod. catastale A014
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona C, 1 006 GG[3]
Nome abitanti acatesi
Patrono san Biagio
Giorno festivo 3 febbraio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Acate
Acate
Posizione del comune di Acate nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Acate nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Acate (Vìschiri in siciliano) è un comune italiano di 10 656 abitanti[2] della provincia di Ragusa in Sicilia.
Il paese è conosciuto per un episodio accaduto durante la seconda guerra mondiale e passato alla storia come il massacro di Biscari.

Storia

La storia di Acate affonda le sue radici in età preistorica. Alcuni scavi a Poggio Bidine, nel territorio acatese, hanno portato alla luce una serie di capanne ed un'ara funeraria risalenti all'età del Bronzo.
In zona sono stati anche rinvenute tracce di siculi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni, fino al periodo aragonese.
Il casale di Odogrillo rappresentò il primo nucleo abitativo della zona. Di questo casale, di probabile origine saracena, resta oggi solo una muraglia, chiamata 'u casali, in Contrada Casale. Importanti documenti risalenti al 1278 e al 1283 testimoniano la sua esistenza. Successivamente, Odogrillo entrò a far parte del feudo dei Chiaramonte, con il nome di Biscari, ed entrò a far parte della Contea di Modica. A questo punto iniziò un periodo di declino, probabilmente dovuto alla modesta popolazione e alle insalubri condizioni paludose in cui versava la campagna circostante.
Al declino di Odogrillo corrispose l'ascesa di Casale di Biscari, che sotto la famiglia dei Castello assume sempre più importanza come centro abitato. Biscari sarebbe stata fondata da Raimondo Castello nel 1478, ma si trattò certamente di una rifondazione, perché il paese esisteva da molto tempo. Sotto i Castello, Biscari visse un periodo di crescita e benessere, dovute a un discreto sviluppo agricolo e demografico, fino ad assumere una certa importanza come centro abitato. Lo storico Fazello lo descrive, intorno al 1555, come un piccolo centro fortificato.
Secondo lo storico Gianni Morando, Biscari nel 1308 aveva due chiese (S. Biagio e S. Nicola) e nel 1593 era solo un villaggio di 620 persone. Il quartiere più grande era Casi novi con 39 case, seguito da S. Antoni (30 case), Canalicchio (26 case), Castello (25 case), Piazza (15 case), S. Nicola (14 case) e poi Ruga grandi, Bucheria, Mandraza ed altri quartieri minori. Con il disastroso terremoto del 1693, Biscari fu distrutta completamente e risorse nell'attuale sito, poco distante da quello originario.
Intorno al 1824 la città divenne libero comune. Nel 1938, su iniziativa di Carlo Addario, uno studioso locale, il nome della città fu cambiato da Biscari in Acate.
Nel luglio 1943, a seguito dello sbarco in Sicilia, le forze armate statunitensi, dopo la conquista del centro, perpetrarono nel suo territorio il massacro di Biscari a danno di prigionieri di guerra italiani e tedeschi, che furono fucilati sommariamente dopo la loro resa. Fra loro, anche il trentenne Carl Ludwig Long, campione di corsa tedesco, medaglia di argento alle 2º alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dopo l'amico Jesse Owens.

Monumenti e luoghi d'interesse


Chiesa Madre "San Nicola di Bari"

Facciata sinistra del Castello dei Principi di Biscari - Acate

Chiesa Madre San Nicola di Bari

Fu distrutta e ricostruita in seguito ai due terremoti del 1693 e 1846. Ha solo resti dell'edificio originario, tra cui gli archi della volta del coro, parte dell'abside e del transetto.

Castello dei principi di Biscari

La costruzione del castello di Acate, voluta da Guglielmo Raimondo Lo Castello, ebbe inizio nel 1494. Il castello sorse sul bordo del lato sud della valle del fiume Dirillo. Ha subito nei successivi tre secoli varie modifiche e ampliamenti, che ne hanno mutato la fisionomia. Il suo prospetto principale oggi si affaccia su Piazza Libertà. Nella seconda metà del ventesimo secolo subì l'abbandono quasi totale, ma è stato successivamente acquistato dal Comune e restaurato, per cui oggi si presenta in tutto il suo splendore originario.

Chiesa di San Vincenzo

Annessa al castello, le sue navate sono ricche di stucchi; conserva il corpo di San Vincenzo, protettore della città, e un organo di squisita fattura.

Convento dei Frati Cappuccini

Fu costruito nel 1737 Vincenzo Paternò, uomo molto religioso. L'opera fu molto apprezzata dai fedeli, ma durò appena cinquant'anni, a causa della soppressione degli enti religiosi il convento fu abbandonato e rimase disabitato fino al 1997, data in cui è stato restaurato ed adibito alla Biblioteca Comunale. Al suo interno si trova la Chiesa dei Frati Minori Cappuccini.

Istituto delle suore del Sacro Cuore

Inizialmente chiamato Collegio di Maria ed eretto sulla Chiesa di Sant'Agata, l'istituto andò in rovina a causa del terremoto del 1693. Fu ricostruito e completato nel 1739, sotto il principato di Vincenzo Paternò Castello. L'istituto si prefiggeva l'assistenza, l'educazione e la formazione religiosa, culturale ed artigianale (scuola del ricamo) delle fanciulle, figlie dei vassalli.

Cultura

Eventi

Festa di San Giuseppe

In occasione della festa di San Giuseppe (19 marzo), che coincide la festa del papà, alcune famiglie preparano "u patriarca", ovvero un altare ricoperto da lenzuola bianche ricamate su cui vengono poste le portate. Il Pranzo Sacro viene offerto alla Sacra Famiglia, impersonata da tre persone bisognose del paese.

Festa di San Vincenzo

La festa di San Vincenzo, che dura quattro giorni fino alla terza domenica dopo Pasqua, continua un'antica tradizione cominciata nel 1722. Rivestiva un ruolo centrale nella festa il Palio di San Vincenzo, che si svolgeva in Corso Indipendenza, una delle vie principali del paese, ma da tre anni è stato abolito. A completare l'aspetto folcloristico della festa la presenza di sbandieratori, gruppi siciliani e il corteo storico, formato da giovani in abiti del Settecento.

Il Venerdì Santo

Il Venerdì Santo a mezzogiorno, in Corso Indipendenza, all'incrocio con Via Roma, la statua del Cristo con la croce sulle spalle incontra la Veronica, la quale deterge il suo viso con un fazzoletto; subito dopo, all'incrocio con Via XX settembre, presso i quattru cantuneri (i "quattro canti", cioè il centro geografico del paese), avviene l'incontro tra la statua della Madonna in lutto per la perdita del figlio e la statua del Cristo che la saluta portando in alto il braccio.
Sempre il venerdì Santo, dopo il tramonto, la compagnia teatrale "Hobby Club" mette ogni anno in scena "I setti parti", dramma sacro in atto unico che rievoca la crocifissione e morte di Cristo. Impressionante la puntuale partecipazione di tutta la popolazione acatese, che nella tanto attesa "sera delle parti" gremisce la Piazza Calvario.

Altri eventi

  • Carnevale con carri allegorici
  • Festa di San Vincenzo

Chiaramonte Gulfi

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Chiaramonte Gulfi
comune
Chiaramonte Gulfi – Stemma

Chiaramonte Gulfi – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Vito Fornaro (lista civica) dal 07/05/2012
Territorio
Coordinate 37°02′N 14°42′ECoordinate: 37°02′N 14°42′E (Mappa)
Altitudine 668 m s.l.m.
Superficie 127,38 km²
Abitanti 8 218[1] (01-01-2015)
Densità 64,52 ab./km²
Frazioni Piano dell'Acqua, Roccazzo, Sperlinga
Comuni confinanti Acate, Comiso, Licodia Eubea (CT), Mazzarrone (CT), Monterosso Almo, Ragusa, Vittoria
Altre informazioni
Cod. postale 97012
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088002
Cod. catastale C612
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti chiaramontani
Patrono B.M.V. dei Gulfi
Giorno festivo III Martedì dopo Pasqua
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Chiaramonte Gulfi
Chiaramonte Gulfi
Posizione del comune di Chiaramonte Gulfi nella provincia di Ragusa
Posizione del comune di Chiaramonte Gulfi nella provincia di Ragusa
Sito istituzionale
Chiaramonte Gulfi (Ciaramunti in siciliano) è un comune italiano di 8.218 abitanti[1] della provincia di Ragusa in Sicilia.

Storia

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Akrillai.
Nel territorio sono diffusamente presenti insediamenti fortificati (castellieri) dell'età del bronzo e del ferro, resti di insediamenti abitati greci arcaici ed ellenistici, testimonianze di epoca romana, bizantina e medievale.
La città venne fondata con il nome di Akrillai dai Siracusani nel VII secolo a.C. Distrutta dai Cartaginesi nel 406 a.C., fu sede di una sconfitta siracusana ad opera delle forze del console romano Marco Claudio Marcello nel 213 a.C. Con la conquista romana prese il nome di Acrillae. Sul territorio comunale è presente anche un abitato ellenistico rinvenuto nella località di Scornavacche, caratterizzato dalla specializzazione nella produzione ceramica. L'abitato, fondato anch'esso dai Siracusani lungo il fiume Dirillo, venne ugualmente distrutto dai Cartaginesi una prima volta nel 406 a.C. e una seconda, dopo la ricostruzione ad opera di Timoleonte, nel 280 a.C. I reperti sono conservati nel Museo archeologico ibleo di Ragusa.
Acrillae sarebbe stata distrutta dagli Arabi del califfo Ibn Al Furat nell'827 durante la conquista della parte orientale dell'isola. Gli abitanti fondarono un nuovo abitato alle pendici del monte Arcibessi, che prese il nome di Gulfi', con il significato in arabo di terra amena.

Arco dell'Annunziata, XIV secolo
Ruggero di Lauria durante i Vespri Siciliani assediò e prese Gulfi per gli Angioini nel 1299: l'abitato fu completamente distrutto e fu commesso un eccidio. Manfredi Chiaramonte, che era stato creato conte di Modica dal re aragonese Federico III nel 1296, fece spostare i superstiti in un luogo più elevato e fortificato, detto "Baglio", attorno a cui sorsero le prime case che fece circondare da mura e all'interno di queste costruì il castello.
Chiaramonte nel 1366 contava 200 famiglie ed il paese si estendeva all'interno delle mura. Nel 1593 il paese si era esteso oltre le mura, principalmente con i quartieri "Burgo" (297 case) e "Salvatore" (258 case). All'interno delle mura il quartiere più antico ("Baglio") era costituito da 278 case e Chiaramonte contava in tutto 5.711 abitanti. In quel tempo, due porte davano l'accesso alla città fortificata: la "Porta di la chaza" a nord e la "Porta di Ragusa" a sud. Chiaramonte aveva una cavalleria che, nel 1614, contava 42 cavalieri armati di spada e archibugio per la difesa della contea di Modica[2].
Il terremoto del 1693, che colpi un'area compresa fra Catania e Malta, distrusse quasi interamente il paese ed il suo castello. La ricostruzione avvenne sempre sul medesimo impianto medioevale. Nel XVIII secolo gli antichi quartieri di Chiaramonte scomparvero per il fenomeno della sacralizzazione ed il paese fu suddiviso in 4 quartieri con nomi di santi. Nei “Chiaramontanissimi” di Gianni Morando, una minuziosa ricerca, evidenzia che, nel 1748, quasi la metà del patrimonio di Chiaramonte si trovava nelle mani di 176 religiosi, contro una popolazione di 5.972 laici[senza fonte].

Toponomastica

Il nome di Chiaramonte Gulfi[3] (Ciaramùnti, in siciliano) si riferisce al conte Manfredi Chiaramonte che, essendo stato creato conte di Modica dal re aragonese Federico III nel 1296, fondò il paese, cui dette il nome del proprio casato, dopo la distruzione di Gulfi, perpetrata nel 1299 dagli Angioini. Chiaramonte, sorta intorno al 1300, fu subito abitata dai pochi scampati all'eccidio di Gulfi. I cittadini di oggi sono chiamati Ciaramuntàni. Il nome dell'antico centro di Gulfi verrà aggiunto a quello ufficiale del comune solo nel 1881, come memoria dell'antica origine del paese. Quasi tutti gli antichi toponimi sono andati distrutti. L'antico toponimo "Porta di la chaza", cui è subentrato il nuovo "Arco dell'Annunziata", e il toponimo "via della muraglia" mostrano ancora una limitata parte dell'antica cinta muraria.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture civili

  • Arco dell'Annunziata
    È una delle porte della cinta muraria di Chiaramonte, chiamata fino al XVIII secolo "Porta di la Chaza" perché confinava con la prima piazza del paese, oggi in parte scomparsa[2].
  • Porta di Ragusa
    Porta oggi scomparsa, era un'altra delle porte della cinta muraria, da cui si accedeva alle strade per Ragusa e Gulfi. Oggi esiste l'insegna viaria con la sola dizione via porta, essendosi perduta la memoria storica di questo ingresso che sorgeva nei pressi del "baglio del castello"[2].
  • Palazzo Montesano
    Palazzo barocco e dimora nobiliare del XVIII secolo, sede di cinque musei.
  • Palazzo Comunale, edificio in stile liberty.
  • Villa comunale, giardini pubblici in stile italiano con vista panoramica.

Architetture religiose

Basilica di Santa Maria La Nova

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Basilica di Santa Maria La Nova (Chiaramonte Gulfi).
Chiesa madre, si trova nel centro del paese, fu edificata nel 1450, come si evince da un atto di fondazione. La chiesa costruita inizialmente in stile gotico con archi a sesto acuto e con soffitto in tavole fregiate con arabeschi, in seguito fu trasformata in stile barocco nel 1608. Recentemente per gli ultimi lavori di restauro e riscaldamento, scoperchiando il pavimento del 1909 sono state rinvenute le antichissime sepolture e cripte sottostante la chiesa, non ancora del tutto visitabili poiché in fase di restauro.

Santuario della Beata Maria Vergine di Gulfi

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Santuario della Beata Maria Vergine di Gulfi.
Detto anche santuario di Santa Maria la Vetere, patrona principale e regina di Chiaramonte Gulfi. Oggi il santuario è meta di pellegrinaggi da ogni parte della Sicilia e luogo ameno per chi voglia accrescere la propria fede in un ambiente trascendentale.

Chiesa commendale dell'Ordine Gerosolimitano di San Giovanni Battista

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa commendale dell'Ordine Gerosolimitano di San Giovanni Battista.
San Giovanni Battista è protettore della città. La chiesa fu costruita nel XIV secolo dai cavalieri di Malta e annessa alla commenda gerosolimitana di Modica e Randazzo. In essa ha sede una confraternita laicale già esistente nel 1587 dedicata al titolare. La chiesa è a tre navate e in origine era tutta affrescata in stile bizzarro (sono presenti in alcune colonne diverse testimonianze) e il soffitto era di tavole. All'interno opere di un certo pregio fra le quali una tela di scuola caravaggesca ed un'altra attribuita recentemente al Dürer. Nel 1995 è stato benedetto il nuovo altare e l'ambone in marmo di Carrara con fregi in bronzo dorato opera del professore Gismondi e nel 2000 è stato benedetto il nuovo portone ornato con grandi pannelli in bronzo che raccontano la vita del santo precursore di Cristo, protettore della città.

Chiesa di San Vito

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Vito (Chiaramonte Gulfi).
San Vito è il patrono della città. L'edificio è risalente al XVI secolo, Nell'attuale sito o nelle attigue vicinanze esisteva una chiesa dedicata a san Lorenzo, già protettore dell'antica Gulfi unitamente a santa Maria la Vetere. Dal 1500 San Vito fu patrono del paese, ma nel 1550 il patronato principale tornò a santa Maria la Vetere. Nei secoli il tempio, benché di piccole dimensioni, fu abbellito più volte e impreziosito con addobbi e opere d'arte pregevoli, tele e sculture eseguite dai più bravi concittadini.

Altri edifici religiosi

  • Chiesa di San Filippo, con la cappella del Rosario, all'interno vi si conserva un arco d cappella di scuola Gaginiana, nonché la bella statua di Maria SS del Rosario opera seicentesca in marbo di alabastro.
  • Chiesa del Santissimo Salvatore, che si presenta ad una navata, originariamente era a due navate, andate poi distrutte in seguito al devastante terremoto del 1693. Al suo interno ospita la statua marmorea di pregevole fattura del Salvatore, secondo la tradizione qui giunta insieme a quella della Vergine dei Gulfi. Numerose le statue in essa presenti, da quella di Maria SS. della Mercede co-titolare della confraternita laicale in essa presente, quella di san Sebastiano, san Nicola e san Biagio.
  • Santuario della Madonna delle Grazie, situata poco fuori il paese, all'interno di una pineta. La costruzione, ad una sola navata, risale al XVI secolo. All'interno, in una cappella seicentesca in pietra tenera opera di Simone Mellini, è ospitata una statua marmorea della Madonna dello scultore Luca Maldotto da Messina del 1645.
  • Chiesa di San Giuseppe, edificata per volere dei baroni di Montesano nel XVII sec. fu ingrandita ad unica nave e decorata di stucchi dal Gianforma dopo il terremoto del 1693. All'interno pregevole la statua del titolare, opera del chiaramontano Benedetto Cultraro nonché delle statue in pietra del sontuoso abside raffiguranti i santi Anna e Gioacchino, Zaccaria ed Elisabetta. Pregevoli le quattro tele degli altari laterali.
  • Chiesa di Santa Teresa d'Avila, risalente al secolo XVII, un tempo annessa al convento delle suore carmelitane scalze. Pregevole il settecentesco altare in legno con custodia e la tela della titolare opera del Chiaramontano Simone Ventura.
  • Chiesa di San Silvestro, risalente al secolo XV, è una piccola chiesa caratterizzata da una struttura essenziale, all'interno conserva la statua settecentesca del titolare di autore ignoto.
  • Chiesa del Carmelo Sacra Famiglia (già basilica di Santa Maria Maddalena), un tempo annessa al convento dei padri cappuccini di san Francesco. Il convento, dopo la soppressione, fu riacquistato in parte dai frati, una piccola parte fu destinata a casa circondariale. Negli anni venti il convento fu chiuso per mancanza di frati e dopo un decennio fu acquistato dalle suore carmelitane scalze, per interesse della famiglia Montesano. La chiesa fu spogliata dei suoi beni e trasformata all'interno allo stile del tempo.
  • Convento di Santa Maria di Gesù, dei francescani minori. Risalente al secolo XVII, il suo interno è arricchito di pregevoli stucchi attribuibili alla scuola del Serpotta i quali si magnificano nell'abside, un tempo culminante dalla grande tela dell'adorazione dei magi, sparita agli inizi del XX secolo. Degno di nota il crocefisso di frate Umile da Petralia Soprana, la cappella del SS. Sacramento, opera settecentesca di Benedetto Cultraro, con la magnifica tela della deposizione della croce opera di Mattia Preti e la custodia, opera recente di ispirazione barocca, del famoso ebanista concittadino Sebastiano Catania. La cappella della titolare arricchita di intarsi in pece e pietra ospita la statua marmorea della vergine opera cinquecentesca di Giuliano Mancino e Bartolomeo Berrettaro.
  • Chiesa di Santa Lucia, di antichissima origine; la tradizione vuole che la santa siracusana abbia passato una notte all'interno della grotta poi chiusa agli inizi del XX secolo per volere della famiglia Gafà dall'attuale chiesetta con un elegante prospetto. All'interno una piccola tela della santa siciliana opera di recente fattura del Chiaramontano A. Di Vita che sostituisce l'antica sparita dalla Chiesetta circa una ventina di anni fa.
  • Calvario, ubicato nel tessuto urbano della città presenta un'elegante struttura degli inizi del XIX sec., è arricchito da sculture settecentesce e seicentesce riciclate da precedenti strutture. Nella stupenda scenografia troneggiano le grandi croci con ai lati le statue dei compatroni san Giovanni Battista e san Vito martire quest'ultima trafugata negli anni settanta.
  • Quattro cappelle, grande edicola quadrifronte posta all'ingresso del paese, di stile neoclassico, posta nelle vicinanze del luogo dove sorgeva l'antica chiesa medioevale del SS. Salvatore. L'imponente struttura sacra nasce nel sec. XVIII. per volere del gesuita Antonino Finocchio che per ricordare l'esistenza di quella chiesa fece erigere un'edicola sacra con l'immagine della patrona Maria SS. di Gulfi e del SS. Salvatore, successivamente vennero aggiunte altre tre nicchie con le immagini dei santi Giovanni, Giuseppe e Vito. Nella II metà dell'Ottocento per volere del vicario della commenda gerosolimitana di Modica e Randazzo sac. Gaetano Melfi Fanales dei baroni di San Giovanni fu costruità l'attuale struttura in stile neoclassico, poco più in basso delle antiche ormai fatiscenti, commissionando il disegno al sac. Gaetano Distefano che fu l'autore anche delle antiche icone sostituite nel 1954 dagli attuali bassorilievi in terracotta opera dello scultore Gesualdo Vittorio Nicoletti.

Immagini delle chiese di Chiaramonte Gulfi



Eventi

Feste religiose

  • Solennità della Beata Maria Vergine di Gulfi, Patrona Principale e Regina di Chiaramonte Gulfi
    La festa inizia la domenica in Albis, ora domenica della Misericordia, la prima dopo Pasqua, con il trasporto a spalle del marmoreo simulacro della titolare, con un cammino della durata di un'ora, dal santuario posto ai piedi del colle ove sorge Chiaramonte sino alla Chiesa Madre, dove entra ed esce più volte. Nel XIII secolo Gulfi fu rasa al suolo dagli Angioini costringendo gli abitanti a spostarsi nel vicino castello dei Conti di Chiaramonte. Nel 1500 circa la Sicilia fu colpita dalla peste e i chiaramontani invocarono San Vito che liberò la cittadina dalla malattia e fu proclamato, per voce di popolo, Patrono della città. Negli anni a seguire fu istituita sia la fiera che la confraternita dedicata al santo; nel 1550 però, per dispaccio diocesano ed approvazione dal viceré di Sicilia, nonché con decreto della Sacra Congregazione dei Riti, fu rieletta patrona principale la Beata Vergine di Gulfi. I documenti di questa elezione, confermata poi nel 1664 dal re Filippo IV di Spagna e riconfermata il 6 maggio 1954 con l'incoronazione del Capitolo Vaticano, si conservano negli archivi diocesani di Siracusa e Ragusa e al santuario. Il 6 maggio 2004, in occasione del 50º anniversario dell'incoronazione, è stata offerta alla Vergine Santa una chiave d'oro, simbolo del secolare patrocinio. Sull'arma del comune infatti è posto, sopra cinque monti inquartati su sfondo rosso, il monogramma mariano, il tutto posto sul petto di un'aquila.
  • Processione della Reliquia del Santo Capello di Maria SS.
    La festa ha luogo nella III domenica di Pasqua in occasione dei festeggiamenti della Patrona Principale Maria SS. di Gulfi. Nella mattinata dalla Chiesa di San Giuseppe inizia una solenne Processione con tutte le Confraternite in Abito Solenne che dopo il giro di tutte le strade del comune termina in Chiesa Madre con la solenne celebrazione Eucaristica e la benedizione con la reliquia della vergine Maria. Questa processione un tempo era la più ricca e sentita, nella quale venivano rappresentati tutti i misteri del Santo Rosario e il martirio di tanti Santi. negli ultimi anni vi è un tentativo di ripristino che si incrementa di anno in anno.
  • Festa del Patrocinio di Nostra Signora di Gulfi, Patrona Principale e Regina della città.
    Si festeggia l'11 gennaio, a ricordo del terribile terremoto del 1693, dove come tutti i comuni della Sicilia orientale si ringrazia il Santo Patrono.
  • Quindicina dell'Assunta, nel santuario di Gulfi
    Inizia il 1º agosto e termina il giorno 15 dello stesso mese, data storica della festa della Patrona Beata Maria Vergine di Gulfi. Ogni giorno si svolge un sentito e partecipatissimo pellegrinaggio a pieni lungo 4 km per raggiungere il santuario ed assistere alla messa solenne dell'aurora in onore della Patrona, alle prime luci dell'alba, mentre la sera si allestiscono in città le cappelluzze, altarini addobbati con l'effigie della Vergine; al passaggio della banda si cantano le litanie e gli inni alla Vergine e si tengono quindi giochi o sorteggi. Il 14 agosto, vigilia della festa, si tiene la fiera del bestiame.
  • Festa di San Giovanni Battista, Protettore della città.
    Si celebra con grande concorso di popolo dal 21 al 24 giugno. È organizzata dalla Confraternita di Maria SS. della Misericordia & San Giovanni Battista del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nei primi due giorni si svolgono concerti e spettacoli in piazza Duomo. Il 23 giugno, vigilia della festa, la chiesa è meta di pellegrinaggi da parte dei devoti, alcuni scalzi, che portano al santo ex voto e grossi ceri. Tradizionale l'uso di indossare il cosiddetto voto, ovvero un abitino di colore rosso guarnito di bianco. In tarda serata, dopo l'omaggio da parte del sindaco e delle autorità civili e militari, vi è la "svelata" del simulacro del Santo, seguita dalla sacra rappresentazione della sua vita in piazza Duomo. La chiesa rimane aperta per tutta la notte per il continuo afflusso dei pellegrini. Il 24 giugno, giorno della Solennità del Precursore di Cristo, si susseguono sin dalle prime luci dell'alba le messe, mentre nel primo pomeriggio la statua viene portata a spalla al centro della chiesa per la venerazione e l'offerta dei bambini. In tarda serata la confraternita di San Vito porta in trionfo al Battista un grande cero ornato di fiori e subito dopo vi è la sciuta (uscita) del simulacro, accolto in piazza dal popolo e da migliaia di nastrini di carta colorati, detti nzareddi lanciati dai piani alti della facciata e dall'incessante fragore dei mortai. Segue quindi la processione, cui inoltre partecipano tutte le confraternite e le autorità civile e militari. Il lungo percorso tocca le varie chiese cittadine. La festa termina con uno spettacolo pirotecnico. Il giorno di ottava della festa (1º luglio) vi è la caratteristica processione eucaristica per le vie del quartiere medioevale della città: particolari le edicole votive addobbate lungo il tragitto. Al termine dopo la benedizione eucaristica vi è la velata del simulacro del Protettore.
  • Festa di San Vito martire, Patrono della città
    Ha luogo nell'ultima domenica di agosto. Anticamente la festa esterna veniva celebrata il 15 giugno, poi nel 1832, per venir contro le esigenze del popolo impegnato nei lavori di campagna (che fu chiamato a scegliere quale tra le festa di San Vito e San Giovanni, molto vicine tra di loro, si dovesse trasferire ad altra data) i chiaramontani stabilirono che la festa di San Giovanni per l'immensa devozione restasse il 24 giugno mentre la festa di San Vito si spostasse alla domenica successiva, il 15 di agosto, poi di recente trasferita all'ultima domenica dello stesso mese. La festa è abbastanza sentita dalla popolazione. Inizia il giovedì precedente con il trasporto a spalle del simulacro di S. Vito, il quale viene portato in Chiesa Madre per il solenne triduo. Degno di nota è l'omaggio del cero da parte della Confraternita di San Giovanni, usanza iniziata proprio nel 1832 a seguito dello spostamento della festa. La processione domenicale si inerpica per le vie cittadine visitando tra l'altro le numerose chiese tra le quali quella di S. Giovanni ove sosta per qualche istante, si conclude con uno spettacolo pirotecnico.
  • Festa di Maria Santissima delle Grazie, invocata come Protettrice delle puerpere
    Ha luogo in concomitanza con la novena dello Spirito Santo, dal santuario omonimo sito ai piedi del monte Arcibessi viene portata a spalla, nella domenica dell'Ascensione di N.S.(originariamente il giovedì data la festività) in città la statua marmorea della Vergine Maria, opera risalente al 1645 dello scultore Cola Maldotto da Messina, che sosta dapprima nei pressi del Cimitero per la benedizione delle anime dei defunti, successivamente fa tappa nella chiesa di San Giovanni Battista e infine quindi nella Chiesa Madre, dove verrà esposta per nove giorni. Al termine della festa viene riportata nella propria chiesa.
  • Festa del Santissimo Salvatore, comunemente chiamato u Patrun'u Munnu
    È organizzata dalla confraternita omonima nella domenica successiva al 6 agosto, con processione serale del simulacro, Dapprima la festa esterna veniva fatta con cadenza triennale ma già dagli anni '60 la stessa avviene annualmente con la processione serale per le vie del quartiere e quelle principali della cittadina. Nel giorno 6 agosto, giorno della "Trasfigurazione di N.S.", si può assistere alla svelata della statua marmorea del Redentore ripresa dopo tanti anni di abbandono, rispolverato ed adattato alla modernità dei tempi. Nella domenica della festa numerose le funzioni liturgiche che si concludono con l'ultima serale prima dell'uscita del simulacro. Alle ore 20 circa l'uscita caratteristica tra il lancio di festoni colorati, "nzareddi", lo sparo dei fuochi, il suono della tradizionale marcia, susseguita dalla processione. Caratteristica la sosta del simulacro in Piazza Duomo dove i cantori e la popolazione intona la tradizionale "cappelluzza" davanti ad un altare addobbato per l'occasione con l'effigie della Beata Vergine Maria di Gulfi, Patrona della città. A conclusione dei festeggiamenti uno spettacolo pirotecnico.
  • Settimana Santa
    Le cui protagoniste sono la confraternita del Santissimo Sacramento, di San Vito, di Maria Santissima della Misericordia & San Giovanni Battista, di San Filippo & SS. Rosario e del Santissimo Salvatore, le quali nei giorni di lunedì e martedì si recano a turno in Chiesa Madre le solenni quarantore. Il mercoledì santo viene portata in processione la statua del Cristo alla colonna dalla chiesa di San Giovanni, da parte dell'omonima confraternita; il giovedì santo, giorno di massimo splendore per le confraternite del comune originariamente vede la partecipazione delle stesse alla processione ed all'esposizione solenne del Santissimo all'Altare della Reposizione (Sepolcro), coi propri stendardi, vessilli, confrati con indosso i preziosi pettorali ricamati in seta e oro, celebrazione che si svolge solennemente ma in tono leggermente minore in San Giovanni, in Santa Maria di Gesù e nella Chiesa del Carmine-Sacra Famiglia; il venerdì santo si cantano "le Sette Spade" nella chiesa madre e subito dopo vi è la sacra rappresentazione seguita dalla processione di tutte le confraternite col le statue dell'Addolorata e del Cristo morto, un tempo vi era la Sacra Rappresentazione della discesa della Croce.
  • Festa di San Raffaele Arcangelo, nella Chiesa di S. Giovanni Battista
    In occasione della festa liturgica, si espone la statua dal 26 al 29 settembre, con spettacolo pirotecnico e musica della banda in serata. Un tempo vi si svolgeva in concomitanza la fiera del bestiame.
  • Festa di Sant'Antonio
    Ha luogo il 13 giugno, con la distribuzione del pane benedetto nella chiesa dei francescani riformati.
  • Festa di Santa Lucia
    Ha luogo il 13 dicembre, ed era un tempo festeggiata con la processione della statua che oggi viene esposta nel Duomo per il triduo Solenne. Particolare il pellegrinaggio alla chiesetta rupestre di Santa Lucia alle pendici del monte Arcibessi, dove, secondo la tradizione, la santa avrebbe passato una notte. Tradizionale la benedizione di piccoli pani votivi a forma di occhi e di palme distribuite al popolo, e l'uso antico di mangiare la cuccià, ovvero grano lesso condito con olio oppure ricotta dolce o salata. Ancora vivo l'uso di indossare il voto, cioè un abito di colore verde guarnito di rosso. La santa siracusana viene venerata, oltre che nel Duomo e nella sua chiesa, nella chiesa di San Giovanni, dove si celebra il triduo.
  • Festa di San Sebastiano
    Celebrato il 20 gennaio, veneratissimo dal popolo Chiaramontano, si festeggia nella chiesa del Santissimo Salvatore, preceduta da un triduo di preparazione, un tempo in anni alterni, vi era la processione del simulacro posto in un artistico fercolo, l'ultima è avvenuta nel 1979. Oggi invece si celebra solo la festa liturgica che vede la partecipazione del Corpo di Polizia Municipale, di cui il Martire Sebastiano è il protettore, e che si conclude con un piccolo spettacolo pirotecnico e l'esibizione della banda musicale. Il culto al Santo si corona con un tradizionale pellegrinaggio notturno di quasi tutta la popolazione nella città di Melilli in Provincia di Siracusa per la festa del 4 maggio.
  • Festa di San Biagio
    Viene invocato dai fedeli per i problemi di gola e dell'apparato respiratorio, si festeggia nella chiesa del Santissimo Salvatore, preceduta da un triduo di preparazione.
  • Festa di San Nicola
    Si celebra il 6 dicembre nel quartiere nuovo, alle pendici della città antica, denominato "Villaggio Gulfi". Il giorno della festa vi è la processione, terminata da uno spettacolo pirotecnico. La stessa si celebra anche nella chiesa del SS. Salvatore ove è presente una statua lignea proveniente dalla ex Chiesa di Maria SS Annunziata e vi è un triduo di preparazione.
  • Festa di san Giuseppe
    Celebrata il 19 marzo, è preceduta da una settima di preparazione, un tempo vi era la vendita all'asta dei doni offerti al Santo in particolar modo i cuccidati del Patriarca; vi erano anche le cene, ormai scomparse.
  • Festa di san Filippo d'Agira
    Celebrata 12 maggio nella propria chiesa preceduta da un triduo di preparazione.
  • Festa di Maria SS. del Rosario
    Celebrata nella Chiesa di San Filippo d'Agira in tutto il mese di ottobre celebrazioni religiose.
  • Feste liturgiche minori
    • Il 9 febbraio, festa di Sant'Apollonia nella Chiesa di San Giovanni.
    • II venerdì antecedente la Pasqua, festa dell'Addolorata nella Chiesa madre e in San Giovanni.
    • Il 16 luglio, Madonna del Carmine nella Chiesa omonima e in san Vito.
    • Il 4 ottobre, san Francesco, celebrata nella Chiesa di Santa Maria di Gesù.
    • L'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione nella Chiesa Madre, un tempo vi era la Processione
    • Il 31 dicembre, festa di san Silvestro nella Chiesa omonima.

Sagre

  • Sagra della salsiccia, l'ultimo lunedì di carnevale[5].
  • Sagra del pezzo duro al Torrone Chiaramontano "Gelato Tipico", festa di San Giovanni, 23 giugno, in Piazza Duomo.
  • Sagra della focaccia in agosto, in contrada Piano dell'Acqua.
  • Sagra dei sapori mediterranei presso il "Villaggio Gulfi" il 19 agosto.
  • Sagra dell'uva a settembre, nella frazione di Roccazzo.
  • Sagra del gallo ai sapori chiaramontani, il 17 agosto, nella vallata sottostante il paese, in contrada Muti, con giochi, balli campestri e degustazione di prodotti tipici conditi con olio chiaramontano.
  • Sagra "festa del villaggio" viene svolta ogni 11 agosto a Villaggio Gulfi con una degustazione con prodotti tipici chiaramontani

Manifestazioni

  • Carnevale Chiaramontano, sfilata di carri, febbraio.
  • Coppa Monti Iblei, gara automobilistica (crono scalata) che nel 2009 è giunta alla 49ª edizione, a settembre.



Stemma della famiglia Statella su una lapide all'interno della Chiesa della Madonna del Carmelo
Il simbolo della città di Ispica è l'emblema della casata della famiglia Statella che per lungo tempo ha governato sulla città. Esso è uno scudo diviso in quattro parti con all'interno raffigurate due torri e due alabarde. I colori ufficiali sono il rosso e il giallo.
Serie dei feudatari della famiglia Statella[14]


City of Ragusa

Location
History
Economy
Churches
Civil Registry Office
Known Family in the Area

See https://en.wikipedia.org/wiki/Ragusa,_Italy for English-language portions of the following information in Italian.

from it.wikipedia.org
Ragusa (pronuncia italiana /raˈɡuːza/[3], localmente /r̝aˈɡʊːsa/, Raùsa in siciliano) è un comune italiano di 72 967 abitanti[1], capoluogo dell'omonima provincia in Sicilia. È il settimo[4] comune della regione per popolazione e il terzo[5] per superficie. La casa comunale sorge a 502 m s.l.m.[6]
Essa è chiamata la "città dei ponti", per la presenza di tre strutture molto pittoresche e di valore storico, ma è stata definita anche da letterati, artisti ed economisti come "l'isola nell'isola" o "l'altra Sicilia",[7] grazie alla sua storia e ad un contesto socio-economico molto diverso dal resto dell'isola. Nel 1693 un devastante terremoto causò la distruzione quasi totale dell'intera città, mietendo più di cinquemila vittime. La ricostruzione, avvenuta nel XVIII secolo, la divise in due grandi quartieri: da una parte Ragusa superiore, situata sull'altopiano, dall'altra Ragusa Ibla, sorta dalle rovine dell'antica città e ricostruita secondo l'antico impianto medioevale.
I capolavori architettonici costruiti dopo il terremoto, insieme a tutti quelli presenti nel Val di Noto, sono stati dichiarati nel 2002 Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Ragusa è uno dei luoghi più importanti per la presenza di testimonianze d'arte barocca, come le sue chiese ed i suoi palazzi settecenteschi.[8]
 
Ragusa
comune
Ragusa – Stemma Ragusa – Bandiera
(dettagli)
Ragusa – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Ragusa-Stemma.png Ragusa
Amministrazione
Sindaco Federico Piccitto (M5S) dal 24/06/2013
Territorio
Coordinate 36°55′30″N 14°43′50″ECoordinate: 36°55′30″N 14°43′50″E (Mappa)
Altitudine 502 m s.l.m.
Superficie 444,67 km²
Abitanti 72 967[1] (31-08-2015)
Densità 164,09 ab./km²
Frazioni Marina di Ragusa, San Giacomo Bellocozzo
Comuni confinanti Chiaramonte Gulfi, Comiso, Giarratana, Modica, Monterosso Almo, Rosolini (SR), Santa Croce Camerina, Scicli, Vittoria
Altre informazioni
Cod. postale 97100
Prefisso 0932
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 088009
Cod. catastale H163
Targa RG
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona C, 1 324 GG[2]
Nome abitanti ragusani
Patrono san Giovanni Battista e San Giorgio
Giorno festivo 29 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Ragusa
Ragusa
Posizione del comune di Ragusa all'interno dell'omonima provincia
Posizione del comune di Ragusa all'interno dell'omonima provincia
Sito istituzionale

Geografia fisica

Territorio

La città, che si estende sulla parte meridionale dei monti Iblei, è il capoluogo di provincia più a sud d'Italia, l'undicesimo per altitudine[9] e dista mediamente dal mare 20 km.
La cima più elevata è il monte Arcibessi (906 m s.l.m.), per questo è fra i comuni lambiti dal mare che presentano il più elevato dislivello. Il quartiere più antico della città, Ragusa Ibla, sorge su una collina. Ad est la città è circondata dal colle San Cono, ed in mezzo vi scorre il fiume Irminio, il più importante della Sicilia sud-orientale. A nord la città è circondata dal monte Patro, nella valle in mezzo vi scorre il fiume San Leonardo. A sud si trova il monte Bollarito che è diviso da Ragusa tramite il torrente Fiumicello. Infine a ovest sorge Ragusa superiore sui colli Patro e Cucinello, la parte più recente della città invece sui colli Corrado, Pendente e Selvaggio, i primi due staccati dalle colline circostanti da due profonde gole, le tipiche "cave" del tavolato ibleo, la cava San Leonardo e la Cava Santa Domenica.

Monti Iblei, Cava Volpe
La città si sviluppa verso ovest fino a raggiungere l'altopiano (680 m s.l.m.). In passato l'intero territorio di Ragusa era ricoperto da una fitta vegetazione mediterranea composta principalmente da querce e allori. I disboscamenti perpetrati nei secoli, a partire da quelli massicci effettuati dai romani, al fine di destinare la terra alla coltura dei cereali e alla pastorizia, hanno contribuito in larga parte alla diminuzione delle risorse idriche, che comunque nell'intera provincia sono superiori rispetto a quelle di altre province siciliane. Il fiume Irminio, un tempo navigabile, come si evince da antichi documenti arabi, è sbarrato da una diga; ciò ha dato luogo a un lago artificiale: il lago Santa Rosalia, che si trova a metà tra il territorio di Ragusa e quello di Giarratana. Nel territorio ibleo la flora annovera oltre 1500 taxa, per la maggior parte appartenenti all'elemento circum-mediterraneo.
Il territorio extracomunale, nella quasi totalità, insiste sugli ultimi lembi dei Monti Iblei che dolcemente scivolano verso il mare, un altopiano caratterizzato da enormi distese coltivate, di un interrotto reticolo di muri a secco punteggiato da carrubi e olivi. I rilievi una volta degradati fino al livello del mare, lasciano il posto alla costa per lo più costituita da enormi distese di sabbia.

Paesaggio ibleo e il lago di Santa Rosalia
Negli ultimi due milioni di anni, terminata la regressione marina che nel miocene aveva lasciato emergere gli Iblei e tutto il fondale che va fino alle isole dell'arcipelago maltese, il movimento contrario, nel pliocene immerse le terre più basse e le vicende orogenetiche provocate dall'attività vulcanica sottomarina composero il tavolato ragusano. Il territorio è prevalentemente collinare, formato da grandi altopiani e vallate e lo scorrere dei fiumi ha eroso l'altopiano formando numerosi canyon profondi. Il plateau ibleo costituisce uno dei promontori della placca africana ed è costituito da una crosta di tipo continentale in massima parte da sedimenti carbonatici e carbonatico-marnosi di età cretaceo-quaternario in cui si intercalano vulcaniti basiche, inoltre è diffuso il carsismo. Nelle zone costiere, nei pressi del mare, si trova la pietra arenaria. Alcune aree dei Monti Iblei presentano anche rocce di origine vulcanica come nei pressi del Monte Lauro, facente parte di un complesso vulcanico sottomarino. Dalla pietra calcarea che abbonda nell'intero territorio, nascono i muri a secco, che delimitano le chiuse e che caratterizzano il paesaggio.
Per quanto riguarda il rischio sismico Ragusa è classificata nella zona 2 (sismicità medio-alta) dall'ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003.

Clima

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stazione meteorologica di Ragusa.
Ragusa gode di un clima mediterraneo di tipo collinare: la sua altitudine infatti determina temperature medie più fredde rispetto a quelle della costa siciliana. Sono rari gli eventi nevosi nelle zone più basse della città come Ibla; si verificano con maggiore frequenza, invece, nelle zone più alte, situate sull'altopiano, le quali presentano un clima mediterraneo montano. L'inverno è molto piovoso: la piovosità è abbondante da ottobre a tutto marzo. Insieme a Messina, Ragusa è uno dei più piovosi capoluoghi di provincia, avendo una media annua di circa 700 mm annui. Maggiore è invece la quantità di pioggia che cade sulle zone elevate dei monti Iblei, dove si possono superare 1000 mm annui. Le precipitazioni maggiori si hanno, oltre che durante intense fasi temporalesche tipiche dell'autunno, nel corso delle levantate invernali più persistenti, che riescono ad apportare facilmente quantitativi anche intorno ai 200 mm in un giorno su tutti gli Iblei, con l'eccezione del bassopiano vittoriese che risulta sfavorito se soffiano venti orientali. Esiste un'oscillazione decennale compresa tra i 650 mm e 1 481 mm complessivi.[10]
Dal punto di vista legislativo, il comune di Ragusa ricade nella Fascia Climatica C e D, tuttavia la frazione di Marina di Ragusa è classificata nella fascia climatica A[11].
Mese Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Inv Pri Est Aut
T. max. mediaC) 9,1 7,7 13,4 15,0 22,6 25,4 29,6 27,3 24,7 20,0 15,6 11,2 9,3 17,0 27,4 20,1 18,5
T. mediaC) 6,2 4,8 9,6 11,2 17,7 21,1 24,6 22,6 20,6 16,9 12,4 8,2 6,4 12,8 22,8 16,6 14,7
T. min. mediaC) 3,4 2,0 5,7 7,5 12,9 16,8 19,7 17,8 16,6 13,8 9,2 5,3 3,6 8,7 18,1 13,2 10,9
Precipitazioni (mm) 96,6 71,1 53,8 48,3 21,2 9,7 10,2 20,1 46,5 77,1 78,2 113,2 280,9 123,3 40,0 201,8 646,0
Temperature estreme del XXI secolo:
Minima: −1,8 °C (2008)
Massima: 40,9 °C (2003)

Storia

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia di Ragusa.
« Ragùs forte rocca, città ricchissima che vanta antiche origini, nei cui mercati è un continuo andirivieni di genti da tutte le nazioni »
(Idrisi, Libro di Ruggero)

Toponomastica

L'origine del nome Ragusa risale all'epoca bizantina, Ρογος, Ragous, Rogos ovvero granaio, dovuto alla ricchezza agricola della zona[12]. Durante il dominio arabo, il nome divenne Ragus o Rakkusa che in arabo significa "luogo famoso per un sorprendente avvenimento", probabilmente una battaglia. Infine in epoca normanna e aragonese venne latinizzato in Ragusia, per poi diventare alla fine del XVIII secolo Ragusa[12]. Secondo Filippo Garofalo[13] l'etimologia di Ragusa verrebbe invece dalla trasformazione del greco Heraea in Heresium per poi passare a Reusium, Reusia, Rakkusa sotto gli arabi, Ragusia e al definitivo Ragusa.
Heraea a sua volta verrebbe da una presunta identificazione dell'abitato con l'antica Hybla Heraia, la cui effettiva ubicazione non è mai stata accertata. Tuttavia, a partire dal XVII secolo si è cercato di localizzarla proprio in Ragusa, basandosi sulla Tabula Peutingeriana[14]. La tradizione secentesca, mai confermata, ha dato successivamente nome al quartiere antico della città che viene chiamato Ibla o Ragusa Ibla.
Quale che sia la sua origine toponomastica, in lingua siciliana la città è chiamata “Raùsa” e i suoi cittadini “rausàni”.

Storia antica

Le origini di Ragusa risalgono al neolitico esattamente alla cultura di Castelluccio, i primi insediamenti sono datati al XX secolo a.C., la città ha da sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella storia dell'isola[senza fonte]. Se l'antica Hybla Heraia - la cui ubicazione è attualmente sconosciuta - fosse corrisposta al territorio di Ragusa, ad essa dunque si potrebbe legare la leggenda che narre del re siculo Hyblon fondatore di un primo nucleo abitativo, scacciando gli antichi sicani meno progrediti rispetto ai siculi.[15], e sarebbe più volte stata assediata dai greci, ma inutilmente. Nel 491 a.C. - si suppone presso Hybla Heraia - Ippocrate di Gela morì in battaglia contro i siculi iblei. Nel 450 a.C., Falaride, tiranno d'Agrigento minacciò più volte col suo esercito l'indipendenza e la libertà del popolo di Ibla. Ma il tiranno venne respinto tenacemente e facilmente, anche grazie all'aiuto di Kamarina - fondata dai siracusani su territorio ibleo - e di Siculi, le quali intervennero con i loro eserciti a combattere gli agrigentini. Grazie a queste vittorie, Hybla fu nota in tutto il mondo antico abitato, cosicché le fu attribuito l'appellativo di "Audax", Hibla "l'Audace", dunque la città conservò la propria indipendenza fino alla metà del III secolo a.C.
Kamarina, popolata da siculi iblei e da greci, non ebbe la stessa sorte, durante il corso dei secoli, a causa dei continui saccheggi, fu completamente spopolata e gli abitanti si rifugiarono nella città d'Hybla. In seguito sotto i Romani, Ragusa divenne una città decumana insieme a Modica, obbligate cioè a pagare la decima parte dei raccolti, ciò fa pensare ad un trattamento di favore, probabilmente dovuto al fatto che le città si arresero senza combattere[senza fonte].

Storia medioevale


Ragusa in epoca medievale
I bizantini costruirono un ampio muro di cinta a Ibla intorno al 700 d.C., inoltre Basilio e Nicola furono nominati patroni della città. Già agli inizi del IX secolo gli arabi avevano conquistato la maggior parte dell'isola, nell'844 d.C. l'alleata Modica viene conquistata. Gli arabi provarono più volte ad espugnare la città ma la conquistarono solo nell'848 dopo varie ed estenuanti guerre contro le popolazioni iblee[16]; nell'866 d.C. la popolazione iblea espulse gli arabi da tutto il territorio a causa di una violenta ribellione, solo nell'878 venne nuovamente riconquistata. Tuttavia durante la dominazione si formarono decine e decine di casali, coltivazione di cotone, coltivazioni irrigue, terrazzamenti. In poco meno di 200 anni gli arabi diedero un impulso grandioso all'agricoltura.[17] Nel 1090 un'imponente rivolta popolare supportata da spie normanne, scacciò definitivamente gli arabi da tutto il ragusano innescando una tremenda caccia all'invasore. Dal periodo normanno, tranne per qualche breve interruzione, la città fu per più di cinquecento anni amministrata autonomamente da vari conti, anche all'interno di altre dominazioni come quelle angioine e aragonesi, grazie agli antichi privilegi che nel 1091 il Gran Conte Ruggero concesse al proprio figlio Goffredo primo conte di Ragusa, che poté amministrarla con un'ampia autonomia. Durante il periodo svevo la città fu incorporata nel demanio, tuttavia alcuni privilegi furono ristabiliti grazie al re Federico II. Gli angioini, invece, amministrarono la Sicilia e Ragusa in modo pessimo e furono cacciati grazie ai famosi vespri Siciliani, in particolare Giovanni Prefoglio capeggiò la rivolta ragusana che sterminò il presidio francese. In seguito a ciò, sotto gli aragonesi, Ragusa riacquistò l'antica autonomia normanna e fu concessa in Signoria a Donna Marchisia Prefoglio, moglie del citato Giovanni. La contea di Ragusa si fuse con la contea di Modica nel 1296 grazie a Manfredi I Chiaramonte, che prese in sposa Isabella Mosca, figlia del Conte di Modica. Nel 1366, con Manfredi III Chiaramonte, la contea raggiunse il massimo splendore con l'acquisizione delle terre di Terranova e di tutto l'arcipelago maltese. La Contea di Modica godeva di un'amministrazione autonoma del tutto separata dal governo di Palermo, nessun re aveva diritto a governarla, ma solo il conte. Divenne dunque fra gli stati feudali italiani più importanti. Ma fu soprattutto sotto il potente conte Bernardo Cabrera che l'infeudazione ebbe il massimo prestigio.

Storia moderna

Ragusa descritta dall'abate Paolo Balsamo agli inizi dell'Ottocento
Duomo di San Giorgio
Paolo Balsamo esperto viaggiatore nel 1808 visitò la contea.
« Ci dipartimmo da Ragusa gratissimi per le cortesie usateci [...]; ed affezionatissimi ad una città, che chiamammo per ischerzo la nostra Capua, perciocché ci distolse dal nostro semplicissimo modo di vivere e viaggiare e c'intrattenne con piacevolezze e passatempi, che provenire non possono se non da una raffinata civiltà e da una bastevole affluenza di pubbliche e private fortune. Io che ho veduto a sufficienza di Europa e posso luoghi con luoghi comparare, ingenuamente confesso, che le provincie di Sicilia, mancano di quella ridente prosperità; vorrei tuttavia, che quei maldicenti nazionali e forestieri, conoscessero e contemplassero bene Ragusa, affinché si divezzassero da certi concetti, ed opinioni sullo stato dell'interno del Regno, che hanno adottate per difetto di opportune notizie, e per una immaturità, e precipitanza di giudizi. »
(Paolo Balsamo, Giornale di viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella contea di Modica)
« Urbs dives, città opulentissima, ricca di cospicue famiglie, e che forma la miglior parte della contea »
(Vito Amico, Lexicon Siculum, 1757)
L'11 gennaio 1693 un terremoto devastante distrusse l'antica città e causò circa cinquemila morti su una popolazione di tredicimila abitanti. Questo determinò la ricostruzione dell'intera città dando origine allo splendido barocco che caratterizza il Val di Noto.
Nel 1848 insieme alle città di Modica e di Scicli si ribellò al governo borbonico, al fine di ottenere la libertà e l'indipendenza dell'Isola. Nel 1860 furono inviati immediatamente dei volontari armati in aiuto di Garibaldi che era appena sbarcato a Marsala e dunque entrò a far parte del Regno d'Italia sotto la guida del senatore Corrado Arezzo de Spuches di Donnafugata. Nel 1889 nasce la Banca Popolare Cooperativa di Ragusa, primo embrione dell'attuale Banca Agricola Popolare di Ragusa, la banca nacque grazie alle ingenti ricchezze e alla florida agricoltura che appartenevano all'ormai ex contea e divenne subito un polo importante di riferimento per tutta l'economia iblea.
Agli inizi del XX secolo anche nel ragusano si diffusero le idee socialiste in modo particolarmente forte rispetto alla regione, da molti storici fascisti Ragusa fu descritta come "un feudo dei rossi, non dissimile da quello di Bologna"[18]. A causa di una forte dialettica politica, a Ragusa si impose il fascismo, provocando una risposta violenta analoga a quella padana. Il 29 gennaio 1921 un gruppo di fascisti distrusse il circolo socialista di Vittoria, uccidendo un uomo e ferendone dieci e due mesi dopo a Ragusa furono uccise quattro persone e sessanta rimasero ferite. La città fu la prima siciliana ad avere dato vita a questo movimento politico, a tal punto che nella Torre littoria edificata per volere dello stesso Mussolini fu incisa la seguente frase: "Fascismo ibleo Tu primo a sorgere nella generosa terra di Sicilia". In seguito, nel 1927 grazie a Filippo Pennavaria noto esponente fascista, Ragusa divenne capoluogo dell'omonima provincia[19], e contemporaneamente aggregò il limitrofo comune di Ragusa Ibla[20].
Durante la seconda guerra mondiale la città fu scossa improvvisamente dai bombardamenti, a partire dal 1942 e per tutto il 1943, a causa della presenza dell'aeroporto militare di Comiso; dalla sua pista partivano i cacciabombardieri dell'Asse. Nel 1943 la costa iblea fu poi teatro dello Sbarco in Sicilia da parte degli Alleati, ritornando comunque rapidamente alla normalità alla fine della guerra. Il 4 gennaio 1945, la giovane Maria Occhipinti diede origine ad una rivolta popolare; infatti la donna incinta di cinque mesi si stese a terra davanti ad un camion militare, ed in tutta la città scoppiò una violenta sommossa, soprattutto nelle zone più popolari e in particolare nel quartiere soprannominato Russia. La calma fu ristabilita rapidamente non senza feriti e molti ragusani vennero incarcerati o costretti a essere espulsi dalla città.[21] Il 6 maggio 1950 con regolare bolla pontificia, Ragusa è stata eretta alla dignità di diocesi, grazie al sagace e costante impegno di Mons. Carmelo Canzonieri, allora parroco di San Giovanni Battista divenuto in seguito vescovo ausiliare di Messina prima e di Caltagirone poi, ricavandone il territorio dall'arcidiocesi di Siracusa e dalla diocesi di Noto.
Oggi Ragusa si presenta come una città dinamica e benestante: è sede di numerose aziende ed enti ed è inoltre il più importante polo finanziario del meridione per la presenza della BAPR che è la quarta banca popolare italiana. Dagli anni novanta l'economia ragusana si sta sviluppando verso il settore industriale che è tuttora in rapida crescita in controtendenza rispetto alla situazione italiana; la scarsa presenza di infrastrutture ha limitato la grande potenzialità di questo territorio che comunque rimane l'area export più importante della Sicilia, inoltre la città dal 1993 è sede universitaria[22].

Simboli

Gonfalone storico
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stemma di Ragusa.
Stemma civico
L'antico simbolo della popolazione Iblea era la lucertola, che deriva dalla famosa Ibla Galeota o Herea. I camarinensi, discendenti dei siculi Iblei, coniavano infatti monete raffiguranti effigi di lucertole, allegoria dei Galeoti o Iblei. Un altro simbolo fu probabilmente anche l'effigie di una donna con testa turrita circondata da api, rappresentante il famoso miele ibleo. Con l'arrivo dei conti normanni, la città acquisì come simbolo l'aquila allocata nella croce di San Giorgio. Tuttora la famosa bandiera viene utilizzata per la festa di san Giorgio e come bandiera d'Ibla.
Lo stemma deriva dagli antichi conti normanni, come pure lo stemma della provincia che deriva dalla blasonatura del conte Goffredo d'Altavilla[La spiegazione non è in accordo con quanto riportato nella voce dello stemma].
« D'azzurro, all'aquila al volo spiegato di nero, beccata e rostrata d'oro, coronata dello stesso, tenente un caduceo in banda con la zampa destra e una cornucopia fruttifera in fascia con la sinistra entrambi d'oro. Motto: Crevit Ragusia Hyblae ruinis. »
Gonfalone: «drappo di verde…»

Monumenti e luoghi d'interesse

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Monumenti di Ragusa.
« Ma anche si pretende la passione per le macchinazioni architettoniche, dove la foga delle forme in volo nasconde fino all'ultimo il colpo di scena della prospettiva bugiarda. Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla, una certa qualità d'animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia »
(Gesualdo Bufalino)
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Città tardo barocche del Val di Noto (Sicilia sud orientale)
(EN) Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Eastern Sicily)
Ragusa Ibla (Notte).jpg
Tipo architettonico
Criterio C (i) (ii) (iv) (v)
Pericolo no
Riconosciuto dal 2002
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
Ragusa è stata catalogata nel 2002 patrimonio dell'umanità, è una delle città d'arte più importanti d'Italia, grazie a svariate ricchezze artistiche e archeologiche, eredità della sua storia plurimillenaria.
La ricostruzione della città dopo il terremoto del 1693 ha avuto protagonisti famosi quali Vaccarini, Palma, Giovanni Vermexio, Sebastiano Ittar, Vincenzo Sinatra e soprattutto il celebre Rosario Gagliardi. Questi, con l'aiuto di uno stuolo di scultori locali e capomastri, ha contribuito a creare un fenomeno unico e particolare: il Barocco del Val di Noto. Esso è adornato dalla pietra locale, di volute, di vuoti e di pieni, di colonne e capitelli, di statue e di composizioni architettoniche, di cui probabilmente il Duomo di San Giorgio è la massima espressione. Già dalla fine del Cinquecento a Ragusa circolavano libri importanti quali I sette libri di architettura di Sebastiano Serlio, i Quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio, le opere di Domenico Fontana ed altri testi di celebri architetti.
In generale il barocco ragusano è una rielaborazione di opere o disegni, spunto in cui si inserisce il gusto raffinato ed eclettico dell'artista, infatti molti mastri-scultori costituirono la base sulla quale la fantasia, l'estro e l'abilità di questi, riprodusse e personalizzò modelli e schemi, ricavando con la pietra locale, calda e dorata, effetti riferibili solo al barocco ibleo. La maggior parte del patrimonio artistico, con la sola eccezione della cattedrale di San Giovanni Battista e di qualche palazzo settecentesco, si trova nel quartiere antico di Ibla. Il solo quartiere di Ragusa Ibla contiene oltre cinquanta chiese, la maggior parte sono in stile tardo barocco. Anche i palazzi storici sono numerosi.
Di tutte le strutture edificate fra la tarda antichità e la fine del Seicento esistono solo frammenti: un breve tratto della cerchia di mura, nelle vicinanze della chiesa del S.S. Trovato, il portale di epoca sveva e la torre campanaria nella chiesa di San Francesco all'Immacolata, il portale dell'antica chiesa di San Giorgio, unico avanzo dell'antico tempio; la porta Walter, una delle porte che si aprivano nella cinta muraria di epoca bizantina; un piccolo portale gotico murato all'esterno della chiesa di Sant'Antonino; le cappelle annesse a una delle navate della chiesa di Santa Maria delle Scale; le sculture all'interno della sagrestia del Duomo di San Giorgio, datate 1570 attribuite ad Antonio Gagini, figlio del grande Antonello Gagini, morto nel 1536; alcuni frammenti della lapide del conte Bernardo Cabrera.

Piazza Libertà negli anni cinquanta
Innumerevoli furono le opere portate al termine negli anni trenta in brevissimo tempo, a coordinare i progetti fu chiamato l'architetto Ugo Tarchi della reale accademia di Brera, che in particolare curò lo studio urbanistico e la costruzione di piazza Impero, con il maestoso Palazzo del Fascio caratterizzato dall'alta torre centrale, su progetto dell'architetto Ernesto Lapadula. Sulla medesima piazza si avviò anche la costruzione del Palazzo del consiglio provinciale delle corporazioni, oggi sede della Camera di Commercio, su progetto dell'architetto Fichera. Al lato della Cattedrale si trova il Monumento ai Caduti, opera in bronzo dello scultore Sindoni, su basamento rivestito di marmo, inaugurato il 12 maggio del 1924 in occasione della prima visita a Ragusa di Benito Mussolini.

Architetture religiose

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiese di Ragusa.

Portale di San Giorgio

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Portale di San Giorgio.
L'antica chiesa di San Giorgio edificata nel XII secolo, ebbe la massima attenzione da parte del conte Goffredo che modificò e ampliò e arricchì la primitiva chiesa sia negli aspetti architettonici che nell'arredo e nelle dotazioni patrimoniali. La chiesa a giudicare dal portale doveva essere di grande magnificenza, in linea con l'estetica che lo stile ogivale esigeva, si trattava dunque di un grande tempio a tre navate separate da sette colonne per lato, arricchite da ben dodici altari oltre i tre dell'abside al Fonte Battesimale. Caratteristica dell'edificio era soprattutto il campanile, edificato dall'architetto ragusano Di Marco, mirabile esempio di architettura con i suoi 100 metri d'altezza fu tra i più alti d'Europa. Del terribile terremoto del 1693 resta solo il portale, magnifico esempio di architettura gotico-catalana costruito con blocchi di calcare tenero, dal tenue colore rosato. La lunetta sopra l'architrave rappresenta il santo cavaliere che trafigge il drago, con la regina di Berito inginocchiata che assiste alla scena. L'arco è contenuto tra due lesene scanalate e lo spazio superiore è arricchito da due grandi losanghe, all'interno delle quali alloggia l'aquila ragusana. Gli interstizi tra le colonne dell'arco sono ornate da figure che rappresentano le arti e i mestieri e lungo tutta la superficie da una teoria di figure mostruose e immaginarie, tra fiori e foglie, eredità dei bestiari medievali. Nelle strombature ha eleganti colonnine a fascio, che si uniscono formando un armonioso arco; l'ultima colonna dei nove fasci non segue l'arco ma si restringe, si alza sugli altri otto per formare un grande fiore. Il portale è tra i più importanti simboli della città, inoltre il noto premio Portale d'argento assegnato dalla città di Ragusa si fregia della contemporanea presenza del premio di rappresentanza del presidente della Repubblica Italiana.


La Cattedrale in un'immagine del 2002
  • Cattedrale di San Giovanni Battista; è fra le più grandi chiese della Sicilia[23], prima del terremoto sorgeva nella parte ovest della città, sotto le mura del castello. I capomastri Giuseppe Recupero e Giovanni Arcidiacono progettarono la riedificazione in stile barocco. Possiede una maestosa facciata, ricca di intagli e sculture, è divisa in cinque partiti da grandi colonne, sul lato sinistro svetta il campanile che si innalza per oltre 50 metri. L'interno è a croce latina, con presbiterio absidato, è diviso da tre ampie navate e quattordici colonne in pietra pece ragusana come anche il pavimento, costituita anche da intarsi in calcare bianco, mentre nel 1858 fu costruito il grande organo Serassi con l'ampia cantoria in legno scolpito e dorato. Dal 1950 la chiesa è sede della cattedra del vescovo e madre di tutte le chiese della diocesi. All'incrocio del transetto con la navata centrale, nel 1783, venne innalzata la cupola che, nei primi anni del secolo XX, fu rivestita con una copertura di lastre di rame, per eliminare le nocive infiltrazioni d'acqua piovana che ne stavano compromettendo la struttura. Nella prima metà del XIX secolo gli altari delle navate laterali originariamente in pietra calcarea riccamente scolpita e dorata, opera degli intagliatori ragusani della famiglia Cultraro, sono demoliti e trasformati in piccole cappelle, in cui vennero posti dei sobri altari in marmi policromi.

  • Duomo di San Giorgio; è una delle massime espressioni a livello mondiale dell'architettura sacra barocca, la chiesa antica sorgeva all'estremità est dell'abitato, dove si trova ancora l'antico portale. Fu riedificata al posto della chiesa di San Nicola, che fino al XVI secolo era stata di rito greco. Del progetto venne incaricato il grande architetto Rosario Gagliardi, si conservano tuttora le antiche tavole originali, esso è caratterizzato dalla monumentale facciata a torre che ingloba anche il campanile nel prospetto e termina con una cuspide a bulbo. La sua collocazione al termine di un'alta scalinata e la sua posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante ne accentuano l'imponenza e gli effetti plastici. La cupola di gusto neoclassico a doppia calotta, poggiante su due fila di colonne sarebbe stata progettata dal capomastro ragusano Carmelo Cultraro, ispirandosi alla cupola del Pantheon di Parigi. All'interno si trovano le statue del Gagini e si trova inoltre il capolavoro della ditta Serassi che lo volle chiamare Organum maximum in quanto sintesi della migliore arte organaria all'epoca esistente composto da 3368 canne. Nelle cappelle delle navate laterali si trovano tele dei migliori[24] artisti del settecento siciliano: D'Anna, Tresca, Manno. Sopra le porte laterali sono conservati i due simulacri che vengono portati in processione per le strade, durante la festa patronale di San Giorgio: la statua del Santo a cavallo opera dello scultore palermitano Bagnasco, che la realizzò nel 1874, e la grande cassa-reliquiario in lamina d'argento sbalzata, opera del 1818 dell'argentiere palermitano Domenico La Villa. Le finestre della navata centrale sono chiuse da vetri colorati, artisticamente istoriati: in tutta la chiesa ve ne sono ben 33, raffiguranti 13 episodi del Martirio di San Giorgio, 6 figure di Santi, 14 simboli vari, realizzati su disegni di Amalia Panigati. L'architettura trova corrispondenza non tanto nelle Chiese italiane, ma è molto più simile ai modelli dell'Europa del nord, come le chiese londinesi di Hawksmoor o quelle di Neumann in Franconia, che sviluppano in facciata il tema del partito centrale a torre.

  • Chiesa di Santa Maria dell'Itria; la chiesa di Maria Santissima dell'Itria è la chiesa commendale del Sovrano militare ordine di Malta sotto il titolo di San Giuliano, fondata dal barone Blandano Arezzi nel 1626, vicino all'ospedale col medesimo nome. Il nome deriva dal greco Odygitria (ovvero colei che indica il cammino). La chiesa, che è situata al centro dell'antico quartiere ebraico di "Cartellone", non fu particolarmente colpita dal sisma, essa però venne ugualmente ampliata e modifica in stile barocco, diventando uno dei luoghi di culto più importanti del quartiere.
  • Chiesa di Santa Maria delle Scale; costruita nel XV secolo del cui periodo rimangono avanzi di un portale e di un pregevole pulpito in pietra in stile gotico.
  • Chiesa di San Filippo Neri; sorta intorno al XVII secolo grazie alla confraternita devota al santo, il prospetto molto semplice si affaccia su un piccolo sagrato ed è impreziosito dal portone d'ingresso. L'interno, ad aula, con una cappella sul lato destro, fu rimaneggiato alla fine dell'Ottocento.
  • Chiesa di Santa Maria dei Miracoli; venne edificata intorno alla metà del XVII secolo dopo il rinvenimento di una immagine della Madonna col Bambino, di origine bizantina. Ha una pianta ottagonale allungata e rappresenta dunque un unicum nel contesto ibleo, il dipinto sacro, presenta caratteri cirillici preslavi, tuttora avvolta nel mistero, anche se secondo la leggenda fu portata da Isacco Comneno dove qui fu sepolto.
  • Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio; ricostruita completamente nel XVIII secolo a tre navate e con facciata tripartita. Vi si conservano pregevoli tele e la statua in argento del XVII secolo del santo.
  • Chiesa di San Giuseppe; edificata nel 1756 per iniziativa delle monache benedettine, progettata dal Gagliardi, la facciata a tre ordini, ricca di intagli e sculture. L'interno è caratterizzato da una pianta ovale, la copertura è costituita da una grande cupola.

Chiesa di San Giuseppe
  • Convento e chiesa di Santa Maria del Gesù; costruita intorno al 1636 per volere dei frati minori riformati, il prospetto ha una caratteristica forma a capanna e ha come unico ornamento il portale scandito da due semicolonne che reggono un timpano spezzato. Vi è un piccolo campanile posto sul lato sinistro della chiesa. L'interno è riccamente adornato da stucchi e affreschi.
  • Convento e chiesa di San Francesco all'Immacolata; la chiesa sorse probabilmente nel XIII secolo, i frati francescani la vollero allocare all'estremità dell'abitato per poter svolgere l'accoglienza e la cura dei malati. La torre campanaria è tra le più antiche della Sicilia, databile infatti al periodo svevo.
  • Chiesa di San Vincenzo Ferreri; la chiesa venne costruita agli inizi del XVI secolo, non fu particolarmente danneggiata dal terremoto, però probabilmente subì qualche modifica. Ha un prospetto lineare molto semplice che presenta due colonne con capitelli corinzi e un timpano, spezzato da un finestrone. Particolare è il campanile impreziosito da fasci di pietre policrome. L'interno è affrescato con pitture murali che rappresentano la Ragusa medioevale, all'esterno è presente un'antica meridiana risalente ai primi del XVI secolo. La chiesa è stata oggetto di un importante restauro terminato nel 2010; l'edificio è attualmente adibito ad auditorium pubblico.

Architetture civili


Balconi del Palazzo Cosentini

  • Palazzo Zacco; il palazzo, tra i più belli di Ragusa superiore, fu costruito dal barone Melfi. Si presenta con due prospetti, in ognuno dei quali si aprono tre balconi nel piano nobile. Il portone d'ingresso è fiancheggiato da due colonne su alti plinti in pietra pece, con capitelli corinzi sui quali poggia il balcone centrale con una ringhiera mistilinea in ferro battuto. Gli stipiti dei balconi sono sorretti da mensoloni con due registri: in quello inferiore mascheroni grotteschi, in quello superiore figure fantastiche che ricalcano quelli di altri palazzi nobiliari coevi o realizzati nei decenni precedenti. Nella testata ad angolo tra le due strade l'enorme scudo araldico dei Melfi di S. Antonio. Con questo palazzo entra a Ragusa lo stile rococò più sfrenato che ha riscontro solo in pochi altri edifici. Il palazzo diverrà la sede del museo delle tradizioni ragusane.[25]
  • Palazzo Schininà di Sant'Elia; fu costruito alla fine del XVIII secolo dal barone Mario Leggio Schininà marchese di Sant'Elia e primo sindaco di Ragusa superiore. Si estende per un intero isolato, dal 1950 la parte nord è stata regalata alla diocesi e successivamente vi furono trasferiti la sede del vescovado e alcuni uffici amministrativi. Del lunghissimo prospetto è completo solo il piano terra su cui si aprono i due portoni. La facciata dell'ala nord ha sette balconi al primo piano: nel mezzo si trova il portone centrale, delimitato da due paraste su alti plinti, arricchite da ghirlande, con capitelli rococò. Dal portone si accede a un cortile interno da cui si diparte il sontuoso scalone che porta ai portici del piano nobile I sei balconi sono sorretti da grandi mensoloni con finissimi motivi fogliacei; gli ornamenti degli stipiti ripetono il motivo del balcone centrale e culminano con una classica conchiglia barocca. È la più grande costruzione del tardo settecentesco di Ragusa.
  • Palazzo Sortino-Trono; il palazzo fu edificato nel 1778 su parte delle mura dell'antico castello. L'imponente prospetto sovrasta la piazza degli archi e si affaccia sulla balconata. Vi è un ampio portale d'ingresso, lievemente convesso, che regge un balcone dalla cornice alquanto lineare realizzata in pietra calcarea con intarsi in pietra pece. I tre balconi laterali hanno grandi mensole in pietra pece scolpite a motivi vegetali e nelle aperture cornici in pietra calcarea, con un caratteristico fregio a lambrecchini di gusto rococò. Ai lati del portone d'ingresso due piccole aperture di forma ovale e nei tre partiti, grandi finestroni dalla cornice mistilinea sormontata da un fregio a conchiglia.
  • Palazzo Bertini; edificato alla fine del Settecento, caratteristiche sono le sculture presenti, tre grandi teste, dette "mascheroni" che raffigurano tre personaggi della cultura barocca: il mendicante, il nobile e il mercante. Il primo è coperto di stracci e mostra un viso deforme con un grande naso e la bocca senza denti, il nobile, dallo sguardo fiero, ha un elegante cappello piumato da cui fuoriesce la capigliatura a boccoli, mentre il mercante ha il viso paffuto con un grande turbante ed un orecchino con una grande perla, segno di ricchezza e opulenza.
  • Palazzo Nicastro; edificato nella prima metà del XVIII secolo, divenne sede della cancelleria comunale, il prospetto principale si affaccia su una piazzetta che anticamente era l'unica via d'accesso al quartiere superiore della città. Due alte lesene racchiudono lo spazio in cui troneggia la grande tribuna, l'elemento di maggior pregio della costruzione.
  • Palazzo Cosentini; edificato nel terzo quarto del XVIII secolo per iniziativa del barone Raffaele Cosentini. I tre balconi presenti, si caratterizzano per la ricchezza di decorazioni delle mensole con mascheroni dai volti grotteschi e deformi sormontati da figure di musicisti, in quello centrale, figure alludenti all'abbondanza e in quello a destra, personaggi del popolo. Il prospetto è laterale, delineato da due alte paraste.
  • Palazzo La Rocca; costruito intorno al 1765 dal barone La Rocca di S. Ippolito. Il prospetto, ad un piano, sobrio ed elegante, è caratterizzato da sette balconi sorretti ognuno da tre mensole in pietra pece. Vi sono raffigurate delle figure antropomorfe tra cui particolarmente interessante il flautista, il suonatore di liuto, la popolana col bimbo e le due figure unite in un abbraccio, ripetuto dai puttini nelle mensole piccole laterali.
  • Palazzo Battaglia; la costruzione fu iniziata nel 1724 probabilmente dal Gagliardi. La facciata principale, rivolta verso la chiesa della SS. Annunziata, è costituita da un pianterreno ed un primo piano separati da una semplice fascia di pietra, nel sovrastante piano nobile troviamo tre balconi dalle sobrie cornici; quello centrale è sormontato dal grande scudo araldico con gli stemmi della casa nobiliare delle famiglie Battaglia e Giampiccolo.
  • Circolo di conversazione; l'aristocrazia ragusana decise di costruire un proprio circolo di conversazione, raro esempio di stabile costruito appositamente a tale scopo. È chiamato anche Caffè dei cavalieri. Costruito nel 1850 in stile neoclassico è una delle poche strutture ricreative che si è conservata intatta. Il prospetto ad un piano, si presenta elegante e sobrio lungo circa 10 metri, in stile neoclassico. Ha tre porte divise da sei paraste scanalate con capitelli di stile dorico, il cornicione ornato da triglifi, in corrispondenza delle porte presenta tre bassorilievi con due donne alate che sorreggono una lampada e due sfingi ai lati. Sul cornicione, lo stemma della città affiancato da due leoni antropomorfi circondati da una ghirlanda di fiori. Il fastoso salone delle feste mostra un soffitto affrescato dal ragusano Tino Del Campo alla fine del XIX secolo con un'allegoria delle arti e delle scienze e quattro medaglioni agli angoli. Trattandosi di un locale privato non è aperto al pubblico, ma la disponibilità dei soci ne permette spesso la visita.

Architetture militari


Porta Walter.
  • Porta Walter o porta Vattiri è l'unica delle cinque porte d'ingresso alla città antica che ha resistito ai secoli e rappresenta uno dei pochi resti della cinta muraria[26]. Fu edificata nel 1643[27] in occasione della visita del Viceré di Sicilia Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera. La porta, alta 5 metri e larga 3, sopra l'arco a sesto ribassato ha un'iscrizione in latino su due file di blocchi intagliati di calcare. Purtroppo le sei righe di caratteri latini sono ormai quasi illeggibili. Da Porta Walter scende una stradina che porta alla vallata Santa Domenica e alla strada per Modica.
  • Mura bizantine; accanto alla chiesa del santissimo Signore Trovato che si trova alla periferia orientale di Ragusa Ibla e dietro la chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio[28] nel quartiere degli Archi si trovano i resti di mura bizantine dell'VIII secolo che facevano parte della cinta muraria difensiva del castello di Ragusa costruito dai bizantini e poi ingrandito dai normanni.
  • Torre Cabrera di Marina; si trova nel territorio comunale anche la Torre Cabrera di Marina di Ragusa che è una torre di difesa costiera che fu costruita nel XVI secolo a protezione del caricatoio del porto vecchio della frazione ragusana.
  • Castello di Donnafugata; la leggenda narra che la principessa Bianca di Navarra fu imprigionata dal conte Bernardo Cabrera, signore della Contea di Modica, ma la principessa riuscì a fuggire attraverso le gallerie che conducevano nella campagna che circonda il palazzo. Il conte era talmente temuto dai sovrani di Palermo che non reagirono, né mai ridimensionarono il suo potere.

Ma il nome del castello è probabilmente di origine araba, dal nome dato alla località. Si dice che sia stato edificato sulla vecchia struttura di una torre duecentesca[29]; una parte dell'edificio, tra cui la torre, risalgono alla metà del Settecento ma nel suo complesso il possente edificio è dovuto al Barone Corrado Arezzo che lo fece realizzare un secolo dopo inserendo nella facciata principale, in stile neo-gotico con richiami del veneziano, la bella loggia con gli eleganti archi trilobati. L'edificio si sviluppa su una superficie di 2500 m² e consta di ben di 122 vani. Il piano nobile è dotato dell'arredamento originale dell'epoca; vi si accede mediante una grande scalinata monumentale in pietra-pece (tipica della zona ragusana ricca di bitume e olio minerale). Notevoli il salone degli stemmi, con affreschi parietali di insegne nobiliari delle grandi famiglie Siciliane, il salone degli specchi, la sala della musica, la stanza del biliardo, con infine la improbabile, dal punto di vista cronologico, ma affascinante dal punto di vista della leggenda, stanza da letto della principessa di Navarra. Le stanze, le sale e i corridoi sono decorati con stucchi ed affreschi. Il Castello è attorniato da un parco lussureggiante di quasi 8 ettari con grandi alberi di Ficus, ed altre essenze esotiche. Al suo interno si trovano un labirinto, un tempietto circolare, una coffee-house e delle grotte artificiali.

Ponti di Ragusa


Il ponte vecchio
  • Ponte Vecchio; nel 1843 con la costruzione del Ponte Vecchio la città si poté sviluppare pure verso sud, il ponte infatti permetteva di superare l'ostacolo naturale della vallata S. Domenica. Il ponte in stile architettonico romano detto anche dei Cappuccini, fu voluto dal Padre cappuccino Gianbattista Occhipinti Scopetta (1770-1836), dell'omonima famiglia Occhipinti di cui deriva lo pseudonimo di "Scopetta" molto conosciuto a Ragusa, costruito come collegamento tra il centro abitato ed il convento di S. Francesco di Paola oggi d'Assisi edificato al di là della vallata e voluto sempre dallo stesso Padre Scopetta, sul colle in cui vi erano numerose attività industriali per l'estrazione della pietra pece, e aprendo così in un certo modo la strada verso il mare.
  • Ponte Nuovo; nel 1937 fu inaugurato il secondo ponte, chiamato Ponte del Littorio, comunemente chiamato dai cittadini Ponte Nuovo o Ponte di Via Roma. Venne edificato durante il ventennio fascista, insieme all'adiacente Piazza Libertà, un tempo Piazza Impero, grazie all'influenza di Filippo Pennavaria. Nel punto più alto misura quaranta metri, è lungo circa centotrentadue metri e largo circa dieci, oltre i marciapiedi larghi due metri ciascuno. Presenta quattro pilastri in cemento armato ricoperti di calcare duro (pietra viva) e quattro arcate.
  • Ponte Papa Giovanni XXIII; nel 1964, a causa dell'intenso sviluppo cittadino, si realizzò un terzo ponte, il Ponte Papa Giovanni XXIII (detto anche Ponte Nuovissimo o Ponte San Vito per distinguerlo dal ponte del '37) a campata unica che unisce il quartiere del Carmine con il quartiere dei Cappuccini.

Siti archeologici


Scavi archeologici a Ibla
L'area iblea ha restituito diverse rilevanze archeologiche, nella zona di Fontana nuova, nei pressi di Marina di Ragusa, spetta il primato del più antico ritrovamento di testimonianze umane finora scoperto in Sicilia: in una grotta sono state ritrovati alcuni raschiatoi e lame da taglio in pietra scheggiata, risalenti a 30 000 anni fa[30]. La maggior parte dei reperti si trovano al Museo archeologico ibleo.
  • Kamarina. La città antica era realizzata su tre colli, come testimoniano le tracce e le parti di mura arcaiche e una grande torre. Resti di case ellenistiche: Casa dell'altare, Casa dell'iscrizione e Casa del Mercante.
  • Monte Arcibessi. Nel territorio di Monte Arcibessi sono presenti insediamenti fortificati ("castellieri") dell'età del Bronzo e dell'età del Ferro. Abitati preistorici, resti di insediamenti abitati greci arcaici, testimonianze di epoca ellenistico-romana e resti bizantini e medievali.
  • Kaukana. Resti archeologici di una città portuale greco-romana ed insediamento bizantino.
  • Hybla Heraia. Resti della città stato siculo-greca rinvenuti dagli scavi effettuati a Ragusa Ibla.
  • Grotta delle Trabacche. Sito archeologico di architettura funebre a carattere monumentale dell'epoca romana e bizantina.
  • Castiglione. Insediamento siculo-greco con resti di due ampi quartieri del VI secolo a.C., fortificazioni, strada urbana, un'area sacra ed una necropoli Greca.
Tra i ritrovamenti più importanti di tutta l'area iblea vi è il Guerriero di Castiglione un bassorilievo da un'unica lastra di calcare locale, raffigurante un armato a cavallo con destriero incedente verso sinistra, mentre l'estremità del blocco sono decorate con le protomi di un toro e di una sfinge.[31]

Altri siti d'interesse

  • Vecchio Mercato di Ibla
  • Vecchio Macello di San Paolo
  • Timpa ro Nannu nella Cava San Leonardo
  • Salita dell'orologio, a Ragusa Ibla

Aree naturali


Parco Giovanni Paolo II


Ragusa è circondata da ampie vallate che costituiscono un verde pubblico naturale di cui è possibile usufruire, inoltre all'interno della città vi sono quattro parchi che costituiscono un polmone verde. Ogni vallata è percorsa da un fiume, a nord si trova il San Leonardo, ad est il fiume Irminio e a sud scorre il torrente fiumicello.
Il comune ospita anche:
  • Riserva naturale macchia foresta del fiume Irminio
  • Riserva naturale integrale Cava Randello
  • Demanio forestale Calaforno
  • Inoltre è stato avviato l'iter per l'istituzione del Parco degli Iblei.
  • Muri a secco, il 2 maggio 1445 la Gran Corte Regia di Palermo condannò all'esborso di 60 000 ducati il conte Giovanni Bernardo, per appropriazioni indebite di terre e diritti demaniali. Il conte, per pagare questa somma, diede così inizio all'enfiteusi, iniziando a spezzettare e cedere il proprio feudo ai contadini, in cambio di modesti canoni. Questa opera di distribuzione delle terre continuò per tutto il Quattrocento ed il Cinquecento, anche con i subentranti Conti della dinastia degli Enriquez Cabrera. Alla distribuzione delle terre seguì l'opera di dissodamento da parte dei contadini e la costruzione dei muri a secco. Queste strutture servivano a rendere coltivabile il terreno e a delimitare le proprietà dei contadini. Questa fitta rete geometrica di muri caratterizza il paesaggio rurale ragusano.

Società

Ragusa è fra i venti comuni più sicuri d'Italia, i delitti denunciati all'autorità giudiziaria rappresentano meno del 3% del complesso regionale, in particolare i reati contro il patrimonio sono meno del 1% regionale. Il 2% dei denunciati è costituito da minori di diciotto anni nella provincia, rispetto alla media dell'Isola (3,5%), inoltre per ragioni storiche non si riscontrano fenomeni di criminalità organizzata. Risulta prima in Sicilia per efficienza degli Uffici Prefettizi e per minor debito accumulato dai Comuni verso i concessionari. Presenta il minor tasso di disoccupazione della Sicilia che è del 9%, con una forbice fra classi agiate e classi povere fra le più basse del meridione. Ragusa risulta quarta in Italia per minor numero di truffe e sesta per minor numero di fallimenti. I procedimenti di separazione personale nel contesto regionale sono più elevati in proporzione al numero di abitanti.[senza fonte]

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[32]
In media d'anno, il numero di figli per donna è mediamente pari a 1,48 bambini [33] , valore lievemente superiore al dato regionale, inoltre in media il comune presenta un tasso di mascolinità inferiore a 100: in pratica vi sono 97 maschi ogni 100 femmine. Nel 2013 vi è stato un incremento annuo della popolazione del +4,1%, dovuto a un saldo positivo del movimento migratorio che ha compensato il saldo naturale negativo (-129 unità)[34].

Etnie e minoranze straniere

Sono 22 660 i residenti stranieri presenti negli iblei, un numero che fa di Ragusa la prima provincia siciliana per incidenza del fenomeno migratorio sul totale della popolazione (7,01% della popolazione residente), un dato più che doppio rispetto anche alla media regionale (3,2% della popolazione residente) ma inferiore rispetto al dato nazionale di 8,1%.[35] [36]
Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2013 la popolazione straniera residente a Ragusa era di 3 892 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:[37]
  1. Tunisia 909 – 1,25%
  2. Albania 883 – 1,21%
  3. Romania 777 – 1,07%
  4. Polonia 170 – 0,23%
  5. Marocco 168 – 0,23%

Distribuzione del gruppo siciliano

Lingue e dialetti

Oltre alla lingua ufficiale italiana, a Ragusa si parla la lingua siciliana nella sua variante metafonetica sud-orientale. La ricchezza di influenze del siciliano, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel gruppo meridionale estremo, deriva dalla posizione geografica dell'isola, la cui centralità nel mar Mediterraneo ne ha fatto terra di conquista di numerosi popoli gravitanti nell'area mediterranea.
Il dialetto ragusano si distingue dagli altri dialetti siciliani per alcuni aspetti salienti: la differenza più importante è costituita dalla c dolce invece di una c dura davanti alle vocali; vi è, inoltre, la trasfigurazione del "di" in "ri" all'inizio delle parole. Si noti, infine, la presenza di numerosi dittonghi, come ad esempio, nella parola "negozio", che suona: nicuoziu, con la z sempre sorda.

Tradizioni e folclore


San Giovanni
Nel 1063 l'importante battaglia di Cerami segnò la disfatta degli arabi in Sicilia. Ruggero fu il primo ad inventare la cosiddetta propaganda bellica, anticipatrice dell'intelligence, infatti i normanni fecero circolare la voce che la battaglia fosse stata vinta grazie ad appena un centinaio di cavalieri, contro preponderanti forze nemiche. La leggenda vuole che San Giorgio per volere di Dio fosse sceso sulla terra per aiutare i soldati normanni, così il conte Goffredo, costruì a Ragusa l'imponente chiesa dedicata al Santo cavaliere, l'edificio era in stile gotico-catalano, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1693 e ai giorni nostri è rimasto solo lo splendido portale. Nel 1643, in conseguenza della bolla "Universa" di Papa Bonifacio VIII, San Giorgio fu proclamato Patrono Principale e Protettore della città di Ragusa.
San Giovanni Battista invece è il patrono di Ragusa superiore, probabilmente il culto risale al VI secolo d.C., ma è ormai confermato che nel quartiere dei cosentini, formatosi con il conte Goffredo, fosse stata eretta una chiesa devota al santo, fuori le mura d'Ibla. Dunque questa situazione di doppio patrono, deriva da una serie di eventi storici, ma si inasprì soprattutto dopo il terremoto del 1693 che divise in due la città, già sofferente a causa di guerre campanilistiche sempre più intense. Queste lotte portarono alla formazione di due comuni autonomi, solo nel 1926 le due amministrazioni si riunirono dopo circa due secoli di separazione. Attualmente la festa di San Giorgio si svolge l'ultima settimana di maggio a Ragusa Ibla, mentre la festa di San Giovanni Battista si celebra il 29 agosto a Ragusa superiore. Ormai non esiste più una vera contrapposizione fra i due Santi, ma entrambi vengono festeggiati con sontuose processioni.

San Giorgio
Negli ultimi decenni, qualche volta i due santi si sono incontrati; San Giorgio è salito, mentre San Giovanni è sceso a Ibla, in modo da attenuare gli antichi dissapori che si trascinavano da secoli. Nel 2000, in occasione del giubileo, in entrambe le feste i patroni hanno trascorso il venerdì sera nella chiesa madre dell'altro. Le due feste sono però abbastanza diverse, quella di San Giorgio è una festa che si caratterizza oltre che per l'aspetto religioso anche per l'aspetto folkloristico e gioioso, con la statua che portata a spalla dai numerosi fedeli portatori dà quasi la sensazione che venga fatta ballare. Quella di San Giovanni è la festa più silenziosa, più interiore, la festa delle migliaia di persone con le candele accese davanti al simulacro. Un dente di San Giovanni si conserva nella cattedrale di Ragusa. La compatrona di Ragusa superiore è la Maria S.S. della Medaglia, mentre la compatrona di Ragusa Ibla è Santa Gaudenzia. Durante il Santo Natale vengono allestiti caratteristici presepi a Ibla e presepi viventi, questi ultimi favoriti nelle ambientazioni dagli scenari naturali a disposizione, spesso infatti le vallate di Ragusa sono l'ambientazione ideale per questo tipo di manifestazioni. Il venerdì Santo invece vi è la tradizionale processione per le vie barocche dei simulacri, che in serata tornano nelle rispettive Chiese.

Istituzioni, enti e associazioni

Salute e assistenza

Oltre il 70% della mortalità complessiva è dovuta a malattie del sistema circolatorio e ai tumori. Ragusa registra un tasso di mortalità dell'8,8 per 1000 abitanti che risulta il secondo in Sicilia più contenuto dopo quello di Catania (8,3). Esso è notevolmente minore rispetto a quello italiano pari al (9,4).[38]

Ospedale Civile di Ragusa.

Ospedale G.B. Odierna.
Istituti pubblici
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Azienda Ospedaliera Civile e Ospedale Maria Paternò Arezzo.
Il distretto sanitario di Ragusa, comprende i comuni di Ragusa, Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Monterosso Almo e Santa Croce Camerina. Dal 1º settembre 2009 le due aziende sanitarie Azienda Ospedaliera Civile Ompa di Ragusa e la Azienda Unità Sanitaria locale nº 7 di Ragusa hanno cessato di esistere per dare posto alla nuova Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa che comprende:
  • Ospedale Maria Paternò Arezzo.
  • Ospedale Civile, in centro città e sede del pronto soccorso.
  • Ospedale Giovan Battista Odierna, nato come tubercolosario negli anni '20, oggi è destinato principalmente ad attività amministrative.
  • Ospedale Giovanni Paolo II. È in fase di costruzione il terzo ospedale cittadino per arrivare ad una capienza complessiva di 700 posti letto su tutto il territorio comunale, si estenderà su una superficie lorda complessiva di m2. 32 197, una superficie utile convenzionale di 25 821  ed una volumetria di 139 150 . L'area dove sorgerà l'opera ha una superficie di circa 16 ettari, di proprietà dell'Azienda Ospedaliera, sita in contrada Cisternazzi.
  • Ragusa è l'unica provincia siciliana ad avere un proprio registro tumori[senza fonte], inoltre detiene anche il registro tumori infantili della Sicilia.
Secondo un'indagine della Doxa il Maria Paternò Arezzo è il secondo ospedale siciliano come giudizio complessivo, mentre risulta primo per cure e trattamenti ricevuti.[41]
Istituti privati Il più importante istituto privato è la Clinica del Mediterraneo.[42]

Cultura

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura a Ragusa.

Persone legate a Ragusa

Geografia antropica

Urbanistica

Cronologia
Evoluzione urbanistica di Ragusa
Urbanizzazione di Ragusa.gif
Data Evento
Dal X a.C. Hybla, nucleo primigenio, viene fondata dai siculi.
700 I bizantini fortificano la città.
1700 Viene fondata Ragusa superiore in seguito al terremoto del 1693.
1843 Ragusa si espande verso sud tramite il primo ponte cittadino.
1930 Elevazione a capoluogo ed espansione verso sud e ovest.
1980 Disordinata espansione (effetto sprawl) verso ovest.
L'urbanistica di Ragusa Ibla, ovvero il quartiere più antico della città, deriva dall'antico impianto altomedievale, probabilmente di origine bizantina. A causa del terremoto del 1693, l'antica città venne ricostruita sempre secondo l'antico tessuto urbano; mentre Ragusa superiore fu costruita ex novo subito dopo il terremoto. Il nuovo quartiere si sviluppò grazie alle idee e ai progetti illuministici del barone Mario Leggio Schininà, secondo un vero e proprio modello urbanistico a maglia ortogonale, già largamente sperimentato nelle nuove città spagnole in America latina ed utilizzato anche nella ricostruzione barocca di molti altri centri siciliani. Ragusa Ibla viene descritta come un pesce tra le acque dolci, a causa della forma che assume la collina, non solo ma grazie al suo isolamento urbano, ha potuto mantenere un'integrità stilistica veramente ammirevole. Invece a Ragusa superiore, si può distinguere il centro storico sempre in stile barocco, in cui sorgono però anche palazzi più recenti (ottocenteschi e novecenteschi). Lo sviluppo del nuovo quartiere continuò durante il XVIII secolo ed il successivo XIX, ma un sostanziale cambiamento avvenne nel secondo quarto dell'Ottocento con la costruzione del primo ponte cittadino, ultimato nel 1843 che superando l'ostacolo naturale della vallata S. Domenica, consentì l'espansione della città verso sud dove si trovavano i giacimenti di asfalto e le prime attività industriali. Successivamente fu costruito un altro ponte in epoca fascista e infine negli anni sessanta, a causa dell'intenso sviluppò cittadino, si realizzò un terzo ponte a campata unica.[43] Attualmente la città continua ad espandersi verso ovest, nella zona dell'altopiano e anche verso la zona sud, in quel sistema di quartieri che ormai viene comunemente chiamato Ragusa nuova. La città è la prima in Italia per superficie immobiliare pro capite.[44].

Suddivisioni Storiche

Prima del terremoto del 1693 Ragusa Ibla era divisa in tre quartieri: S. Rocco, S. Maria e S. Paolo. Subito dopo il terremoto, si crearono due grandi quartieri autonomi: Ragusa Superiore e Ragusa Inferiore. I due quartieri, a causa di forti contrasti campanilistici, divennero nel 1865 dopo l'Unità d'Italia due comuni distinti e separati (R. Superiore e R. Inferiore); solo nel 1926, con la nomina a capoluogo di provincia, le due amministrazioni furono riunificate in un solo comune.

Suddivisioni amministrative


Panorama notturno d'Ibla
Circoscrizioni[45] Consiglieri
Ragusa Centro 12
Ragusa Sud 12
Ragusa Ibla 9
Ragusa Ovest 9
Marina di Ragusa 9
San Giacomo Bellocozzo 6
Totale 57

Frazioni

Economia

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Economia di Ragusa.
« Si vedono in questa città pochissimi poveri, si contano cinque, o sei famiglie veramente ricche; e piani, e numerosi sono gl'indizj, che si offrono anche al poco diligente osservatore di una certa universale agiatezza in tutta la popolazione. I Ragusani si reputano assai proclivi all'ospitalità, non meno che ad un fastoso tenor di vivere […] fanno nelle loro case così copiose provvisioni di mobili, di vettovaglie, e di ogni maniera di comodi, che par loro familiare, ed abituale la vita civile, e splendida. »
(Paolo Balsamo, 1808)
Da molti osservatori il ragusano è stato definito il nuovo sud-est, evidenziandone lo stato florido dell'economia locale e definendo il cosiddetto modello Ragusa come economia vincente da seguire. Il ragusano, nonostante la nota carenza di infrastrutture, è l'area più ricca della Sicilia. I livelli occupazionali e il reddito medio pro capite sono fra i più elevati dell'Italia meridionale[46] L'indice di libertà economica che tiene conto non solo del PIL prodotto ma anche di elementi quali: economia, lavoro, contesto sociale, finanza, fisco e trasferimenti pone il ragusano ai livelli di province del nord Italia, collocando la provincia al cinquantunesimo posta della classifica nazionale, con un indice di 64,8 su 100.
Ragusa ha un reddito pro capite pari a 16 980 euro, superiore al dato regionale[47] [48]. Ragusa che rappresenta lo 0,5% della popolazione italiana e il 6% di quella Siciliana produce esattamente lo 0,5% del Pil italiano (pari all'8% di quello regionale), per un valore superiore ai 6,2 miliardi di euro. Il tasso di crescita è leggermente superiore al dato nazionale, nonostante il fortissimo deficit infrastrutturale e il difficile contesto economico confinante, e decisamente più alto di quello regionale. Inoltre le spetta il primato regionale per l'indice d'imprenditorialità con una media di circa 59,7 unità locali d'imprese ogni mille abitanti.[49]

Agricoltura e allevamento


Tipico paesaggio agricolo ragusano
Ragusa detiene il primato nazionale per quanto riguarda la produzione agricola lorda vendibile, con il 47% della produzione ortofrutticola e floricola sotto serra: si pensi che il 6% appena della popolazione Siciliana produce più del 20% del reddito agricolo regionale. Ragusa vanta il 60% della produzione lattiero-casearia regionale e il 65% della produzione di carni[50], infatti si è sviluppato e specializzato il settore della zootecnia. Particolarmente rinomati sono i bovini grazie agli allevamenti della pregiata razza modicana, bovino autoctono degli iblei e l'unico siciliano classificato come razza autoctona. Tale razza è a rischio di estinzione e nel territorio ragusano permangono solo 15 allevamenti e 15 tori da monta. Il rinomato formaggio Caciocavallo ragusano, a marchio DOP,conosciuto ed apprezzato anche oltre confine, può essere prodotto sia con latte della bovina modicana sia con quello di altre razze bovine quali la frisona o bruna. Per quanto riguarda le razze asinine, è presente l'asino ragusano, fra le poche razze italiane di un certo pregio e particolarmente apprezzato per la qualità del latte. Rinomata anche la produzione dell'olio DOP Monti Iblei e l'apicoltura che in queste zone ha origini antichissime. Ragusa inoltre è la prima in Italia per esportazioni di merci derivanti dall'agricoltura biologica. Il vino per eccellenza del ragusano è il Cerasuolo, prodotto principalmente nel comune di Vittoria, è l'unico vino siciliano catalogato DOCG. L'agricoltura dunque è uno dei motori trainanti dell'intera zona ragusana, essa non è un settore a parte, ma si integra pienamente con il contesto economico e industriale ragusano. Ragusa appartiene alle Città del formaggio, dell'olio, del miele e del vino.

Industria


ENI

Pozzi petroliferi a Ragusa
Ragusa ha avuto e continua ad avere una forte caratterizzazione industriale. Infatti essa assorbe circa il 15% dell'occupazione totale.[51] Grazie alla presenza di asfalto e petrolio, sono presenti varie industrie di tipo estrattivo, inoltre opera la società del gruppo Eni Versalis, specializzata nel settore chimico. Rilevante anche la presenza dell'industria lattiero-casearia, dolciaria e conserviera. Nelle acque prospicienti a Marina di Ragusa è presente la piattaforma Vega che è la più grande del mediterraneo con una media di cinquemila barili estratti ogni giorno. Attualmente il comune di Ragusa ha dato la propria disponibilità per la ricerca e l'estrazione di metano da parte della compagnia statunitense Panther Oil. Diffusi anche le aziende che trattano il cemento e la pietra pece. La zona industriale della città è fra le più grandi del mezzogiorno, essa è in rapida espansione, secondo indagini del Censis e dell'Istat, la maggior parte sono micro, piccole e medie imprese, articolate in sei raggruppamenti merceologici: agroalimentare e mangimistico, materiali e complementi per l'edilizia, marmi e graniti, legno-arredo, chimico-plastico, metalmeccanico-impiantistico. Si produce inoltre il 60% della produzione di polietilene e dei materiali plastici per l'agricoltura al livello regionale, ed è il 3º polo italiano dei materiali lapidei (marmi, graniti, pietra locale) dopo Verona e Carrara. Oltre il polo industriale di Ragusa, è molto importante anche l'agglomerato industriale di Modica e Pozzallo, posizionato in maniera strategica per l'import-export nel mediterraneo, inoltre possiede varie aziende che fabbricano prodotti veterinari.[52]

Servizi

In questo settore, le attività più importanti sono quelle legate alla Banca Agricola Popolare di Ragusa, la quarta banca popolare italiana, ormai l'unica con sede decisionale nel meridione. Molto importante per l'economia ed il prestigio cittadino e dell'intera provincia è l'istituzione del Consorzio Fattorie Informatiche capeggiato dalla Argo Software, software house leader nel settore della scuola.

Fiera

La Fiera Agricola Mediterranea è l'appuntamento più importante a livello regionale del comparto agricolo e zootecnico e tra i più significativi d'Italia.

Turismo


Scorcio di Ragusa Ibla
Il turismo nel Ragusano è un settore di recente formazione, grazie a numerose fiction e film girati nel capoluogo e l'inserimento tra le liste dell'Unesco, l'afflusso turistico è aumentato in maniera notevole rispetto al passato. Moltissime le attività alberghiere ed i Bed and breakfast, nel 2005 il flusso turistico registrato in complesso è stato di 212 234 arrivi e 885 100 presenze. Oggi Ragusa rappresenta circa il 10% del turismo al livello regionale, infatti l'ampia presenza di risorse artistiche determina un flusso turistico costante tutto l'anno, mentre la frazione di Marina di Ragusa è ricercata maggiormente nel periodo estivo; questa grazie ai numerosi negozi, locali notturni e discoteche, rappresenta la località balneare più attiva della Sicilia sud-orientale. Molto importante è anche la presenza del turismo enogastronomico, infatti la città come l'intera provincia produce molti prodotti agroalimentari tipici tutelati dalla UE avendo pure il primato siciliano in questo settore[53], ciò la rende una fra le mete più ambite per degustare pietanze o bevande uniche e di alta qualità. Ragusa presenta il maggiore rialzo in termini di arrivi dei turisti italiani e stranieri, seguita a breve distanza da Siracusa, inoltre detiene la permanenza media più elevata tra le province siciliane, infatti è attestata a una media di 4,2 giorni.

Infrastrutture e trasporti

Strade

Le principali direttrici stradali di Ragusa sono:

Ferrovie


La linea ferroviaria che attraversa il territorio e serve la città è la Ferrovia Siracusa-Gela-Canicattì. La linea è caratterizzata da una bassa velocità di crociera[54], che ne disincentivava l'uso, però oggi sembra avviata ad un recupero di funzionalità e ad un ammodernamento grazie al potenziamento delle opere d'arte (ponti e viadotti), tra Vittoria e Siracusa, eseguito nell'ambito del Programma integrativo FS con i fondi stanziati dalla legge 12 febbraio 1981[55]. La linea, pur tortuosa e con elevate pendenze, attraversa e collega direttamente alcuni tra i più grandi centri urbani ragusani. Il traffico merci su rotaia è attualmente quasi inesistente, nonostante l'alto potenziale[56] costituito dalle aree di grande produttività di Ragusa, Modica, Vittoria, e agli intensi scambi commerciali del porto di Pozzallo. Fino al 1949 la città fu anche servita dalla ferrovia Siracusa-Ragusa-Vizzini che univa il capoluogo ibleo ai suoi comuni montani di Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Monterosso Almo e, oltrepassato il monte Lauro, alle provincie di Catania e Siracusa.
Le principali stazioni ferroviarie di Ragusa sono:

  • La stazione di Ragusa[57] venne costruita alla periferia sud del centro abitato alla fine dell'Ottocento in corrispondenza della nuova zona di espansione, ed il primo treno vi transito il 18 giugno 1893. Fu rimodernata durante il ventennio fascista, bombardata durante l'ultimo conflitto mondiale, quindi ricostruita con l'attuale ma col passare degli anni la città ha inglobato la stazione che adesso si trova in pieno centro urbano. Dopo i tagli attuati dalla RFI negli anni novanta nella stazione transitano esclusivamente treni regionali. Il fascio binari si trova ad ovest della stazione e sono presenti 2 binari entrambi provvisti di banchine collegate da passerelle e pensiline per il movimento passeggeri. La stazione di Ragusa si trova in Piazza del Popolo nelle vicinanze dell'Ospedale Civile e del Comando Provinciale dei Carabinieri.
  • La stazione di Ragusa Ibla, la quale fu la prima ad essere attivata a Ragusa, si trova poco fuori dal centro barocco. Fu chiusa durante gli anni novanta e ceduta a privati. Oggi è usata come ristorante.
  • La stazione di Ragusa SAFS danneggiata durante la guerra fu demolita negli anni cinquanta.

Porti

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Porto di Marina di Ragusa.
Nel territorio comunale è presente il porto turistico di Marina di Ragusa.

Aeroporti

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Aeroporto di Comiso.

La torre di controllo del nuovo aeroporto.

Mobilità urbana

Il servizio di trasporto urbano in città è gestito dall'AST (Azienda Siciliana Trasporti) che opera una serie di linee che raggiungono tutti i quartieri della città. I capolinea principali del servizio urbano sono il "Nodo Zama" che si trova accanto alla stazione degli autobus ed il "Nodo Piazza del Popolo", che si trova di fronte alla stazione ferroviaria.

Amministrazione

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sindaci di Ragusa.

Gemellaggi

Ragusa è gemellata con le seguenti città del mondo:

Rapporti bilaterali

Sport

La più importante squadra di calcio del comune era la società Unione Sportiva Ragusa, attiva dal 1949 al 2007. È stata rifondata nel 2014 con la denominazione di Unione Sportiva Dilettantistica Ragusa 2014.
La principale società di pallacanestro era invece la Virtus Ragusa, nata nel 1950. Dopo il fallimento, è stata rifondata con il nome di Nova Virtus Ragusa nel 2006.
Nel comune hanno sede le società di rugby: Padua Rugby[65], militante in serie C e Rugby Audax Clan[66].
La società di Tamburello più titolata è la G.S. Tamburello Ragusa che ha vinto diversi titoli europei di tamburello a 3 e tambeach. L'altra compagine locale è la Tambeach Kaukana che ha vinto vari titoli nazionali in tutte le specialità di tambeach.
A Ragusa ha sede la Scuola dello Sport del CONI Sicilia Giambattista Cartia istituita nel 1996[67] .

Impianti sportivi


L'esterno del PalaMinardi.
I princicpoli impianti sportivi di ragusa sono:
  • Stadio Comunale Aldo Campo, capienza 4500 posti
  • Stadio Giovanni Biazzo (ex Enal), capienza 300 posti
  • Stadio comunale Ottaviano, capienza 100 posti
  • Campo Sportivo di Marina di Ragusa, capienza 500 posti
  • Campo Sportivo di Rugby, capienza 600 posti
  • Impianto Polivalente Petrulli, capienza 1000 posti
  • PalaMinardi, capienza 3800 posti
  • PalaPadua, capienza 2000 posti
  • Piscina comunale, 500 posti
  • Campo di equitazione - Maneggio comunale, capienza 500 posti

Galleria d'immagini

Note

  1. ^ a b [1]
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ DiPI Online - Dizionario di Pronuncia Italiana, dipionline.it. URL consultato il 18 maggio 2013.
  4. ^ Comuni siciliani per popolazione
  5. ^ Comuni siciliani per superficie
  6. ^ Ragusa: Clima e Dati Geografici, Riscaldamento
  7. ^ Antica definizione di "regnum in regno" data dallo storico Vito Amico e da altri con la formula concessa a Bernardo Cabrera da Re Martino "sicut Ego in Regno Meo et Tu in Comitato tuo", definizione di Gesualdo Bufalino da "La Luce e il lutto", Leonardo Sciascia in "L'antica contea" foto di Giuseppe Leone, Il Sole 24 Ore "modello ragusa"7 Lezioni on line
  8. ^ Ray Bondin, componente del Consiglio ICCROM, Organizzazione Internazionale dell'UNESCO, radiortm.it.
  9. ^ Comuni capoluogo di provincia - elenco per altitudine, tuttitalia.it. URL consultato il 27 luglio 2011.
  10. ^ Sias Regione Siciliana, sias.regione.Sicilia.it. URL consultato il 29-12-2007.
  11. ^ Pagina con le classificazioni climatiche dei vari comuni italiani, comuni-italiani.it.
  12. ^ a b G.Coria , Viaggio negli Iblei, Provincia Regionale di Ragusa, Avola 1997, pagina 21.
  13. ^ F. Garofalo, Discorsi sopra l'antica e moderna Ragusa, Stab. tip. di F. Lao, Palermo 1856.
  14. ^ P. Cluver, Sicilia Antiqua, II, Lugduni Batavorum 1619, p. 350. Secondo L. Villari, il quale segue gli studi di Ortelio (A. Ortelio, Itinerarium Antonini Augusti et Burdigalense, Colonia 1600 p. 19), Anastasio Seniore (A. Seniore, Epitome Chronicorum Casinensium, R.I.S., II, Milano 1723 p. 352/b) e Biagio Pace (B. Pace, «Tracce di un nuovo itinerario romano della Sicilia» in Studi d'Antichità Classica in onore di E. Ciaceri, Genova 1940, pp. 169-177), Cluverio effettuò un errore di trascrizione dal toponimo Nible, riportando Hible e vedendo così in Ragusa l'unica superstite delle tre Ible di cui fa menzione Tucidide (VI/2). Bisogna però considerare che nel periodo della compilazione della Tabula Ragusa era già fortemente ellenizzata, mentre la Hybla Heraia viene definita da Pausania ancora sicana al suo tempo; v. L. Villari, Sui siti delle Ible di Sicilia, Roma 1987, pp. 13-17.
  15. ^ Vedi ad esempio Lorenzo Braccesi, Hesperìa - Studi sulla grecità di Occidente, books.google.it., L'Erma di Bretschneider, 1998 pag. 29.
  16. ^ "Cronaca di Cambridge" e nella "Storia dei Musulmani" di Michele Amari
  17. ^ Tavole cronologiche di Ragusa e del suo territorio, iblei.ath.cx.
  18. ^ La mafia durante il fascismo di Duggan Christopher
  19. ^ R.D.L. 2 gennaio 1927, n. 1, art. 1
  20. ^ R.D.L. 2 gennaio 1927, n. 1, art. 4
  21. ^ Maria Occhipinti Una Donna Libera
  22. ^ Investire a Ragusa
  23. ^ Andrea Ottaviano (m 66 x 44)
  24. ^ I monumenti del tardo barocco a Ragusa - Giuseppe Antoci
  25. ^ Ragusa sottosopra editoriale del comune di Ragusa
  26. ^ Sito del Assessorato al Turismo Ragusa
  27. ^ [Annali del barocco in Sicilia, Volume 1, Gangemi, 1994]
  28. ^ Sito del comune di Ragusa, chiesa delle Anime del Purgatorio
  29. ^ Gaetano Cosentini "Donnafugata un Castello un giardino"
  30. ^ Salvatore Spoto, Sicilia Antica. Newton e Compton editori.
  31. ^ provincia di Ragusa tranne il "guerriero di Castiglione" preso dalla Guida Turistica "Su e giù per le antiche scale"
  32. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  33. ^ demo.istat.it, Istat TFT 2013 http://demo.istat.it/altridati/IscrittiNascita/2012/T1.1.A.pdf=Dati Istat TFT 2013 .
  34. ^ Dati Istat demografia 2013, demo.istat.it.
  35. ^ Dati Istat stranieri provincia Rg 2013, demo.istat.it.
  36. ^ Dati Istat stranieri Italia 2013, istat.it.
  37. ^ Cittadini Stranieri (Italia), ISTAT, 31 dicembre 2013..
  38. ^ Ragusa in cifre Istat 2006
  39. ^ Ragusa in cifre Istat
  40. ^ Avis Ragusa
  41. ^ Bimestrale Sanità iblea
  42. ^ con 45 camere di degenza è la casa di cura più grande in provincia
  43. ^ da "I monumenti del Tardo Barocco di Ragusa"
  44. ^ Modello Ragusa
  45. ^ Doc. del comune di Ragusa, pagina 23.
  46. ^ Classifica del reddito pro capite 2005 delle province italiane. (PDF), images.cn.camcom.it. URL consultato il 07-02-2008.
  47. ^ Mappa redditi pro capite Italia 2012, ilpost.it.
  48. ^ Reddito pro capite Italia 2011, youtrend.it.
  49. ^ Indice di imprenditorialità, Ragusa prima in Sicilia secondo l'Istat
  50. ^ Industria casearia in provincia di Ragusa, cliomediaofficina.it. URL consultato il 17-02.2008.
  51. ^ Ragusa in cifre ISTAT
  52. ^ Ragusa e la sua provincia:un Mezzogiorno dinamico., cliomediaofficina.it. URL consultato il 17-02-2008.
  53. ^ "A liccumia" Ragusano DOP olio d'oliva IGP e il cerasuolo di Vittoria unico vino siciliano DOCG, Prefazione del Dott. Salvatore Bocchieri assessore provinciale allo sviluppo economico
  54. ^ Ferrovie dello Stato,Fascicolo orario di servizio 159, Compartimento di Palermo
  55. ^ Gianfranco Tiberi, Gli investimenti ferroviari: 150 anni di altalena-annesso A,in La tecnica professionale12/1989, Editore CIFI, Roma
  56. ^ Ragusa e la sua Provincia:un Mezzogiorno “dinamico”
  57. ^ Stazione di Ragusa
  58. ^ Sito della Società aeroportuale
  59. ^ Sito dell'Ente Nazionale Aviazione Civile
  60. ^ Aviazione Leggera Online
  61. ^ a b Alla scoperta del Graal, interculturaldialogue2008.eu. URL consultato il 17 marzo 2010.
  62. ^ Città Informa, Movimento Città. URL consultato il 17 marzo 2010.
  63. ^ Gemellaggio con Asuncion nel segno di Lacognata Zaragoza, gazzettadelsud.it. URL consultato il 27 marzo 2010.
  64. ^ Progetto di cooperazione tra Ragusa e la città francese di Tours per promuovere scambi turistici e commerciali, Città di Ragusa. URL consultato il 18 marzo 2010.
  65. ^ Sito ufficiale
  66. ^ Sito ufficiale
  67. ^ scuolasportsicilia.it

Bibliografia

  • Padre Benigno Occhipinti, P. Gianbattista Occhipinti Scopetta e il Ponte Vecchio di Ragusa, Editrice Salvatrice Occhipinti, 1992.
  • Piero Guccione, Il Parco degli Iblei in Provincia di Ragusa, Argo Software, 2006, ISBN 978-88-88659-24-4.
  • Maria Occhipinti, Una donna libera, Sellerio editore, 1957, ISBN 88-389-1932-1.
  • Giuseppe Antoci, I monumenti del tardo barocco di Ragusa, Nonsolografica editrice, 2003.
  • Giuseppe Coria, Stemmi e Gonfaloni negli Iblei, Provincia regionale di Ragusa, 2001.
  • Giovanni Distefano, Archeologia Iblea, Distretto scolastico nº 52 - Ragusa con il contributo dell'assessorato regionale ai beni culturali - Palermo, 1987.
  • Giuseppe Iacono, Folklore religioso nella Contea di Modica 1989, Salvina Tomaselli.
  • Giuseppe Coria, Ragusa Produce, Camera di commercio I.A.A., 1992.
  • Gaetano Cosentini, Donnafugata Un Castello un giardino, Leopardi Editore, 1985.
  • Francesco Purpura, Sicilia mitica. Miti e leggende della Sicilia classica, Trinakria, 2005, ISBN 88-86544-22-7.
  • Duggan Christopher, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, 2007, ISBN 88-498-1823-8.
  • Fabio Militello e Rodo Santoro, Castelli di Sicilia, Kalos, 2006.
  • Salvatore Distefano, Ragusa Nobilissima: Una famiglia della Contea di Modica attraverso le fonti e i documenti d'archivio, contributo alla Historia Familiae Baronum Cutaliae, Ancilae et Fundi S. Laurentii, in RICERCHE (2006) n. 3/4, pag. 109-160

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